Il nuovo reddito di cittadinanza per i giovani

A Giuseppe Conte, l’avvocato degli italiani, deve essere morta la maestra di matematica alle elementari. È tornato a promettere soldi a pioggia: ai diciottenni, agli artisti, a chi lavorerà meno. Soldi a tutti, proprio a tutti. Qualcuno, in Italia, ha pensato mai di regalare una calcolatrice all’uomo del “tutto gratuitamente”?

All’evento “Nova”, gli iscritti del Movimento 5 Stelle hanno approvato il farneticante programma che Giuseppe Conte porterà agli alleati del “campo largo”. Lo hanno votato in migliaia, ma nessuno, evidentemente, è stato in grado di fare due conti (in effetti di Conte ce n’è uno solo: una meraviglia che “basta e avanza”).

Il pezzo forte del “Patto generazionale” si chiama “Capitale 18”: 15.000 euro a ogni ragazzo che compie diciotto anni, da spendere in studio, impresa o mobilità. Una misura selettiva, precisano, riservata alle famiglie con meno di 300.000 euro di reddito l’anno.

Bisogna riconoscerlo. Stavolta la copertura, per quanto di fantasia, l’hanno scritta. Pagheranno le grandi eredità, con un’imposta di successione più progressiva. A Roma si direbbe una operazione “a babbo morto”.

Proviamo allora a fare quello che a Nova le 300 persone selezionate per rappresentare tutte le componenti della comunità del Movimento 5 Stelle non hanno fatto. I nati del 2008, cioè i diciottenni di quest’anno, sono 576.659. Moltiplicati per 15.000 euro fanno 8,6 miliardi l’anno. L’imposta di successione, a cui i 5 Stelle si aggrappano, ne incassa solo 952 milioni. Il conto è sbagliato di nove volte.

Alle elementari la tabellina del nove arriva per ultima. La maestra deve aver lasciato il mondo terreno prima di insegnarla all’avvocato degli Italiani. Non c’è altra spiegazione.

Nove volte il gettito di oggi. I ricchi veri non bastano, anche perché il commercialista in Svizzera ce l’hanno da tempo e quindi sanno bene come raggirare l’Agenzia delle Entrate. Per trovare il resto bisogna scendere. Parecchio. Fino alla casa della nonna, al bilocale lasciato al nipote, al risparmio di una vita.

Poi c’è la soglia. Per il fisco italiano, sopra i 50.000 euro l’anno sei già nella fascia più alta. Per Conte, con poco meno di 300.000 euro sei ancora uno da aiutare. Il rinomato primario, con la barca e il figlio al liceo privato, potrà mettersi in fila allo sportello accanto alla cassiera del supermercato. Uguaglianza, finalmente.

Il capolavoro però è un altro. Nello stesso “patto” il Movimento vuole dare il voto ai sedicenni. A sedici anni un ragazzo sarebbe abbastanza maturo per scegliere il governo della Repubblica. Ma a diciotto non lo sarà abbastanza per spendere i suoi 15.000 euro. Il programma specifica che i soldi non sono liberamente spendibili e che servirà pure un percorso pubblico di educazione finanziaria. Il diciottenne di Conte, pertanto, può decidere chi scrive la legge di bilancio, ma non può comprarsi un motorino per la mobilità di studio. Maturo per l’urna, minorenne per il portafoglio.

E non è finita. C’è pure il reddito creativo. Mille euro al mese a chi lavora nella cultura. Se le domande supereranno i fondi, si sceglierà con “criteri non discrezionali”. Quali? Non si sa. Si sa solo come non sarà. E poi l’IVA sui carburanti dal 22 al 10 per cento, l’orario ridotto a parità di stipendio, gli asili nido gratuiti in tutta Italia, il congedo pagato al cento per cento. E poi di nuovo il Reddito di divananza (il connubio tra “divano” e “cittadinanza”).

Ma, accanto a ciascuna voce manca il costo. E, soprattutto, da dove arrivano i miliardi per pagare tutte queste promesse? Creare deficit apocalittici è la specialità della casa. È la letterina che i bambini lasciano sotto l’albero. Con una differenza: Babbo Natale almeno sa che i regali qualcuno li deve pagare.

L’unica divisione che torna è quella degli alberi. Il Movimento di Conte promette 58,9 milioni di nuovi alberi nelle città, uno per abitante. Per contare gli alberi basta l’anagrafe. Per contare i soldi servirebbe la ragioneria.

Chi si stupisce ha la memoria corta. Reddito di cittadinanza, superbonus al 110 per cento, bonus per i monopattini, bonus vacanze, lotteria degli scontrini, banchi a rotelle e tanto altro. Lo scontrino della spesa di Giuseppe Conte è lungo come un rotolo di carta da cucina. Anzi, visti i risultati dei suoi governi, come il famoso rotolo di carta igienica “Regina”.

Il Movimento che prometteva di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno ha finito per aprire il portafoglio degli italiani. Il loro, non il suo.

Perché c’è ancora chi dà retta a Conte, com’è possibile? Perché i bonus e le regalie varie hanno un pregio che nessuna riforma seria avrà mai: si vedono. I 15.000 euro portano il nome di tuo figlio. Il conto invece arriva diviso fra sessanta milioni di persone, spalmato negli anni, senza firma. Il beneficio è vicino e personale, il costo è lontano e anonimo.

Non serve essere ingenui per cascarci. Basta essere stanchi, basta avere un figlio che non trova lavoro e un affitto che non scende. Chi promette lo sa benissimo. Giuseppino Conte non è un distratto che sbaglia i conti. È uno che ha scelto di non farli. Il meccanismo è più profondo di una furbizia elettorale.

Un partito nato senza sezioni, senza apparato, senza una dottrina, non ha niente che tenga insieme i suoi elettori. Non ha la fede che reggeva la vecchia Democrazia cristiana, non ha la disciplina del vecchio Partito comunista. Non ha una storia da difendere, né un’idea di Paese da tramandare. Ha solo la promessa. Nel 2018 il reddito di cittadinanza gli consegnò il Mezzogiorno come un contratto di fornitura.

Da allora, ogni volta che i numeri calano, il Movimento rinnova l’offerta e alza la posta. E il “Capitale 18” non è un piano di governo. È una flebo.

Dietro c’è pure un’Italia che lo ha reso possibile: l’Italia del click day, dell’applicazione aperta a mezzanotte, del bonus scaricato come un buono sconto. Un Paese educato a chiedersi non quanto costa una cosa, ma come si fa la domanda. E se in omaggio ci sono pure una batteria di pentole e una bici con il cambio “shimano”, il gioco è fatto. Chi governa quel Paese con i sussidi non lo aiuta a crescere. Lo tiene bambino, perché i bambini chiedono e non fanno i conti.

Alla maestra di Conte non possiamo chiedere più niente. Agli elettori sì. Prima di mettere la croce sulla scheda, fate la prova del nove.

Isernia, 24 settembre 2026

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Siamo già stati sconfitti?

La domanda è piuttosto brusca, ma lecita. Noi siamo già stati sconfitti perché si vede chiaramente la convergenza di diversi fattori verso una trasformazione del nostro mondo che non ci piacerà. Il soggetto “noi” si riferisce a noi europei che ci sentiamo parte di un sistema occidentale identificato con alcune realtà di fatto: siamo liberi, siamo uguali, possiamo scegliere chi ci rappresenta (almeno questa l’illusione), non subiamo imposizioni in nome di una religione. Per noi è stata dura arrivarci perché nel passato ognuno di questi elementi ha richiesto lotte, guerre, scontri, sacrifici. Per costruire il nostro mondo abbiamo dovuto lottare e sconfiggere nemici feroci, ma alla fine ce l’abbiamo quasi fatta. Sono passati solo 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, ma sembrano secoli.

Pensavamo di poter stare tranquilli, che la guerra fosse ormai lontana dalle nostre vite, che il benessere fosse non sicuro, ma possibile, che lo Stato ci avrebbe riservato servizi di crescente qualità. La scuola, la sanità, i trasporti, la sicurezza, l’assistenza, la pensione. Problemi, difficoltà, ingiustizie, un sentiero in salita, ma percorribile grazie al nostro sistema democratico. Così fino a ieri.

Oggi domina l’incertezza e l’impressione è che molti stiano rivolgendosi a noi non come amici, ma come predatori. La saggezza antica ci ha consegnato frasi che incidono il marmo e restano scolpite. La vecchia locuzione latina “Si vis pacem para bellum” sembra contraddire la fiducia di poter trascinare gli altri in un mondo di pace con il dialogo. E invece è verità che vorremmo non riconoscere, ma è convalidata dai fatti. Oggi si dibatte su “armi sì – armi no” e non sono pochi che ci dicono armi no, ma è un’illusione che speriamo di non dover mai verificare.

In un mondo percorso da conflitti noi siamo quelli pieni di dubbi, dibattiamo molto e agiamo poco; volentieri impartiamo lezioni morali, ma tra noi, perché “fuori” non interessano a nessuno. Siamo disposti a mettere tutto in discussione: il Natale festa d’inverno, il velo imposto alle donne espressione della loro libera scelta (e le femministe francesi lo indossano in solidarietà con le islamiche), l’integrazione interpretata come noi che accogliamo la loro diversità e non loro che accettano la nostra normalità. Cerchiamo di non avere certezze.

“Dum Romae consulitur Saguntum expugnatur” (mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata). Qual è la nostra Sagunto? È la nostra Europa, sono gli Stati Uniti, sono i sistemi liberali, è l’uguaglianza innanzitutto tra uomini e donne, è la laicità dello Stato.

L’assedio al nostro mondo è in pieno svolgimento. Gli Houthi avanzano nello Yemen, conquistano il pieno controllo dello Stretto di Bab el-Mandeb e bombardano l’oleodotto dell’Arabia Saudita mettendola sotto scacco. Ora gli islamisti sciiti possono condizionare il flusso di petrolio e gas dalle monarchie del Golfo e il transito delle navi commerciali dal Golfo Persico e dal mar Rosso verso Suez. Strozzare i commerci e conquistare l’egemonia sul Medio Oriente è la posta in gioco.

Il quadro degli Accordi di Abramo è sconvolto e con questo la via verso una pace duratura. Chi si sta imponendo vuole la guerra ed è disposto a tutto per vincerla. La Repubblica islamica dell’Iran, con i suoi aggregati Hezbollah e Houthi e Fratellanza musulmana sotto protezione della Turchia e madre di Hamas, vuole la sconfitta di Israele che è la porta attraverso la quale passa il controllo del Medio Oriente e da lì si arriva all’Europa.

Gli Stati Uniti mostrano la loro impotenza a tenere aperte le rotte commerciali, mentre l’Europa è inesistente. Trump ha iniziato la guerra all’Iran senza pianificazione e avendo indebolito le forze armate e gli apparati di intelligence, cacciando gente competente e sostituendola con persone a lui fedeli. Cose da basso impero.

L’Iran si è preparato allo scontro per molti anni. Gli Usa scoprono adesso che le scorte di armi sono insufficienti. L’Iran sembra ne abbia in abbondanza. L’Europa in questi calcoli non conta proprio, avendo utilizzato la copertura americana senza pensare alla sua difesa e perdendosi dietro infinite chiacchiere sulla pace e l’amicizia.

I nodi sono venuti al pettine. Mentre Trump distrugge le alleanze degli Stati Uniti, Putin e Xi ampliano e consolidano le loro e lo fanno nonostante la guerra di conquista dell’Ucraina da parte della Russia. I BRICS saranno pure un’accozzaglia di Stati diversi, ma restano insieme e l’alleanza militare tra Russia, Iran, Corea del Nord, con la Cina che sovrintende, funziona. Sud globale, BRICS e Shanghai Cooperation Organization procedono tenuti insieme dalla Cina.

In Italia i sostenitori della Russia non transigono sull’aiuto all’Ucraina che vogliono stoppare. AFD in Germania è sulla stessa linea. Nei Paesi dell’Europa dell’Est è forte la componente filorussa. La Francia si avvia verso una presidenza Le Pen. Lo scenario è alquanto drammatico. Si rischia da una parte l’egemonia russa sotto ricatto nucleare, mentre dall’altra avanza la conquista islamista. In buona parte dell’Europa l’occupazione è già in atto e si esprime con l’acquisizione di spazi politici e istituzionali funzionali al consolidamento delle comunità islamiche e all’introduzione della sharia.

Siamo stati già sconfitti? Oggi ancora no. Se si riesce a risolvere per il meglio la questione ucraina possiamo ancora farcela.

Isernia, 21 settembre 2026

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Quelli di Aspen Institute Italia

“Aspen Institute Italia”, che molti ignorano, è un’associazione privata che si definisce indipendente, internazionale, apartitica e senza fini di lucro. Non è un’entità segreta, né un’agenzia occulta. È un organismo reale, con una struttura pubblica, una sede centrale a Roma, organi direttivi e una presenza stabile nel circuito della formazione delle élite italiane. Proprio per questo il punto non è negarne l’esistenza, ma capire che cosa rappresenti davvero nel sistema di potere del Paese.

“The Aspen Institute” è un’organizzazione a livello mondiale, fondata ad Aspen, in Colorado, nel 1949, dall’industriale americano Walter Paepcke. Attualmente è composta da una rete di tredici partner sparsi sul globo, tra cui anche la sede italiana di Roma, che si affaccia su Piazza Navona, nata nel 1984 dall’idea di un gruppo di personalità di primo piano della politica e dell’economia italiana tra cui Francesco Cossiga, Gianni De Michelis, Sergio Berlinguer, Giorgio La Malfa, Marisa Bellisario, Franco Reviglio, Umberto Colombo e Arrigo Levi. Successivamente, anche Giorgio Napolitano e suo figlio Giulio, Gianni Letta e suo nipote Enrico Letta. Ovviamente anche tanti altri soci, sempre personaggi di rilievo.

“La missione di Aspen Institute Italia è l’internazionalizzazione della leadership imprenditoriale, politica e culturale del Paese attraverso un libero confronto tra idee e provenienze diverse per identificare e promuovere valori, conoscenze e interessi comuni. L’Istituto si concentra sui problemi e le sfide più attuali della politica, dell’economia, della cultura e della società, con un’attenzione particolare alla business community italiana e internazionale.” Questa, la descrizione integrale riportata dal sito dell’istituto.

Sin dall’inizio la sua attività ha assunto una forte caratterizzazione transatlantica, che continua ancora oggi. Nei documenti pubblici e nelle liste accessibili dell’istituto, oggi compaiono figure come Romano Prodi, Massimo D’Alema, Giuliano Amato, Mario Monti, Mario Draghi, Giulio Tremonti (attuale presidente dell’associazione), Gianni Letta, e, in tempi più recenti, anche Giorgia Meloni, socia dal febbraio 2021. I nomi aiutano a misurare la portata del fenomeno. La presenza di profili così diversi per storia politica e collocazione istituzionale non prova una regia nascosta, ma pone una questione molto seria: perché soggetti che si presentano come avversari nel dibattito pubblico condividono lo stesso spazio privato di confronto?

La domanda non è complottista. È istituzionale. Se persone che hanno guidato governi, occupato posizioni di vertice nell’economia e influenzato le grandi scelte nazionali si ritrovano nello stesso circuito, allora il problema non è la loro legittimità individuale. Il problema è la densità della rete, cioè il fatto che la classe dirigente sembra passare attraverso canali comuni prima ancora di confrontarsi in pubblico. Ovviamente non mancano, tra gli associati, figure imprenditoriali di rilievo e alcune del mondo del giornalismo, quali ad esempio: John Elkann, Marco Tronchetti Provera, Beatrice Trussardi, Emma Marcegaglia, Lucia Annunziata, Paolo Mieli.

Il punto non è il segreto. “Aspen” non ha bisogno di essere segreto per essere influente. Anzi, spesso il potere più efficace è quello che agisce in piena luce, attraverso relazioni stabili, linguaggi condivisi e una comune visione del mondo. Quando nel medesimo perimetro si incontrano ex presidenti del Consiglio, leader politici, grandi imprenditori e figure centrali dell’establishment economico, la questione diventa inevitabile: chi seleziona chi, e in base a quali criteri?

Qui il dato rilevante non è solo la presenza dei nomi, ma la loro ricorrenza. Prodi, D’Alema, Amato, Monti, Letta, Draghi, Meloni: il solo elenco suggerisce una continuità che attraversa schieramenti, stagioni politiche e formule di governo. E questa continuità merita un esame pubblico, perché indica l’esistenza di un linguaggio comune tra élite che spesso si presentano come alternative ma che, nei luoghi riservati, sembrano condividere priorità di fondo.

Un’inchiesta seria non deve partire dall’allusione, ma dai documenti. Ed è proprio dai documenti che bisognerebbe porre delle domande:

– Chi decide l’ingresso e la partecipazione dei membri.

– Quali criteri guidano la selezione dei profili invitati.

– Qual è il rapporto tra gli iscritti e i luoghi del potere pubblico.

– Quali finanziamenti sostengono l’attività dell’istituto.

– Quanto spesso i nomi presenti nell’associazione ricoprono incarichi di governo o ruoli strategici nell’economia.

– Se esistono verbali, programmi o relazioni che consentano di capire l’impatto effettivo delle attività svolte.

Sono domande essenziali perché toccano un punto delicato: la circolazione del potere tra sfera privata e funzione pubblica. Non basta che tutto sia formalmente legittimo. In una democrazia matura, ciò che conta è anche la trasparenza sostanziale di come si formano le relazioni che poi incidono sulle decisioni collettive. Ci troviamo, in questo caso, ad avere a che fare con un’associazione privata e indipendente che ha annoverato segnatamente tra i suoi soci diversi presidenti della Repubblica e del Consiglio italiani, tra cui, ora, la stessa Meloni, che riunisce oltre a esponenti di spicco del mondo politico, anche quelli del mondo economico, accademico, scientifico, culturale, industriale e dei media, per favorire il dibattito su temi strategici. Sì, ma solo a porte chiuse.

Il tema, dunque, non è Aspen come “complotto”, ma Aspen come specchio di un sistema in cui la classe dirigente tende a ritrovarsi negli stessi ambienti, a parlare lo stesso lessico e a condividere una visione sostanzialmente convergente su Europa, vincoli di bilancio, Nato, mercati, grandi privatizzazioni e sovranità economica. Qui la critica diventa politica, non ideologica: se le differenze pubbliche sono reali, perché nei luoghi privati del potere sembra emergere una così forte continuità?

La domanda che resta aperta è semplice ma decisiva: questi nomi altisonanti rappresentano davvero una pluralità di visioni o soltanto una pluralità di ruoli dentro un medesimo perimetro di consenso?

Isernia, 17 settembre 2026

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 È nuovamente decollata la gara elettorale

Dopo l’estate, i partiti della politica italiana riprendono il loro cammino con le stesse promesse lasciate in sospeso e con qualche interrogativo in più. Quella stagione meravigliosa nella quale tutto sembra possibile, ogni problema ha una soluzione e i soldi, magicamente, sembrano nuovamente non essere più un problema. Piccoli aerei a elica sponsorizzati ora da quel partito, ora dall’altro, volano a bassa quota con lo sportello aperto e i politici affacciati, come novelli D’Annunzio nel suo folle volo su Vienna del 9 agosto 1918, coraggiosamente urlano al megafono: “Noi vi daremooo…”. E giù con il catalogo dei miracoli. Se voterete noi, al primo starnuto vi manderemo a casa l’automedica, due infermieri di guardia per 24 ore e una cassetta di farmaci con le scatole colorate e l’orsetto per i bambini.

Gli altri, per non essere da meno, ascoltano e rilanciano. “Avete sentito? Bene. Noi faremo ancora di più”. E allora, se andrete in vacanza all’estero, o anche soltanto per lavoro, avrete a disposizione una flotta di aerei-ambulanza. Naturalmente con il primario a bordo, perché non si sa mai. E avanti così. Una promessa dopo l’altra. Case per tutti, soldi in prestito dalle banche come se piovesse, stipendi più alti, tasse più basse, pensioni più ricche, servizi efficienti e, possibilmente, anche un po’ di felicità compresa nel programma elettorale. Manca solo che qualcuno prometta di farci tornare giovani. Perché in campagna elettorale non esistono problemi insolubili. Esistono soltanto elettori da convincere.

E così, un po’ come le uova, sono ricominciati anche i tour “allevati a terra” di vecchia memoria, in giro per le campagne e i piccoli villaggi. Sì, proprio quelli. Quelli che abbiamo già visto nel 2022 e in tutte le tornate elettorali precedenti, dal dopoguerra in poi. Politici con il taccuino e la matita in mano, sorrisi pronti, strette di mano e l’immancabile frase. “Siamo qui per ascoltare”. Ascoltare. Una parola bellissima. Peccato che spesso sia proprio dopo aver ascoltato che cominciano i problemi. Perché gli elettori parlano, raccontano, spiegano. I politici prendono nota. Poi arrivano le elezioni, arrivano i risultati e i taccuini finiscono nella differenziata. Fino alla prossima campagna elettorale. Perché noi, a dire la verità, forse non abbiamo bisogno di qualcuno che venga a prometterci il paradiso. Avremmo bisogno di qualcuno che riuscisse, prima di tutto, a placare il fuoco dell’inferno quotidiano. Le strade. Le scuole. I trasporti. Gli uffici pubblici. La sicurezza. La burocrazia. Insomma, i servizi essenziali. E soprattutto la sanità. Non chiediamo miracoli. Vorremmo soltanto poter vedere un medico quando ne abbiamo bisogno. Fare un esame senza aspettare mesi. Entrare in un ospedale senza avere la sensazione di essere finiti dentro una lotteria. E invece, sempre più spesso, chi può permetterselo paga. E chi non può, aspetta. Di morire? No, non è detto. Aspetta una visita, un esame, un controllo. Aspetta una risposta. Soprattutto, aspetta che qualcuno risponda al telefono.

Nel frattempo, la sanità privata cresce, prospera e ci ricorda che, quando il pubblico non riesce più a garantire un diritto, quel diritto può diventare un prodotto. Una visita diventa la prima visita. Poi arriva il controllo. Poi l’esame. Poi un altro esame. E le visite, sempre più costose, diventano un’amante. Una di quelle che non puoi permetterti di lasciare. E naturalmente arriva il conto. Forse è questa la promessa che vorremmo sentir fare. Non quella di un Paese perfetto. Non quella di una vita senza problemi. Non quella del Bengodi. Semplicemente, un Paese normale. Un Paese nel quale chi governa non debba promettere ogni volta di rifare il mondo, ma abbia almeno la capacità di aggiustare quello che già c’è. Perché governare, forse, non significa soltanto inaugurare opere, tagliare nastri, fare pose per la prima pietra che spesso rimane decenni in attesa della seconda, annunciare e raccontare il futuro. Significa anche occuparsi dell’ordinario. E l’ordinario, in questo Paese, è diventato straordinario. La vera speranza che vorremmo lasciare ai nostri figli è tutta qui. Non una promessa da campagna elettorale. Non uno slogan stampato su un manifesto. Non l’ennesimo programma destinato a finire nel cestino. Vorremmo poter vedere, mentre siamo ancora qui, che qualcosa è davvero cambiato. Vorremmo poter dire ai nostri figli: “Sì, questo Paese non è perfetto. Ma funziona”. Sarebbe già una rivoluzione.

Forse è per questo che abbiamo perso l’entusiasmo di andare a votare. E magari, in molti, non andremo nemmeno questa volta. Perché siamo stanchi. Stanchi delle promesse. Stanchi dei miracoli annunciati. Stanchi dei megafoni. Siamo stanchi di votare le sparate elettorali declamate dall’alto, mentre noi, qui sotto, continuiamo semplicemente ad aspettare. Aspettare che una strada venga sistemata. Aspettare un autobus. Aspettare una visita. Aspettare una risposta. Aspettare, ancora una volta, che qualcuno mantenga almeno una promessa.

Forse, alla fine, non chiediamo poi così tanto. Chiediamo soltanto che, una volta atterrati gli aerei e spenti i megafoni, qualcuno si metta finalmente a lavorare.

Isernia, 14 settembre 2026

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La questione Vannacci

L’incognita Vannacci turba i consueti commentatori nostrani. Con chi si schiererà il suo Futuro Nazionale, con la Destra o con la Sinistra? Oppure sfiderà tutte le proiezioni, presentando una sua lista da solo?

In sintesi, unendosi alla Destra, la vittoria della Meloni è piuttosto certa. Lo sarebbe altrettanto per la Schlein, unendosi alla Sinistra. L’incognita Vannacci è pendolare.

Ma occorre un’analisi più approfondita di questo cespuglio che sta diventando una spina nel fianco di entrambi gli schieramenti.

A – Con la Destra. Che Vannacci si presenti come uomo di destra, una specie di AfD tedesca, è indubbio. La questione è quanto sia compatibile con la Destra meloniana. In questi anni di governo la Meloni ha cercato di presentare ai suoi elettori una Destra ripulita dal folklore neo fascista. Non ha mai rinnegato il proprio passato, ma lo ha trasformato in un’azione di governo. Bene o male, nessuno oggi pensa che Fratelli d’Italia sia una formazione che miri al passato: camicie nere, gagliardetti e slogan mussoliniani. Questo ciarpame è finito.

Inoltre, per un elemento importante della coalizione, la Lega, la convivenza con Vannacci sarebbe molto difficile. Salvini lo ha espulso dal suo partito e non credo che i suoi, anche in un diverso assetto della Lega, cambierebbero opinione.

Vannacci è stato l’ultimo dei molti errori di Salvini. Un’intesa elettorale sembrerebbe impossibile.

Se la Meloni accogliesse, sia pure con molte reticenze, i vannacciani, entrerebbe in palese conflitto con la Lega, suo vecchio alleato. Analoga resistenza verrebbe da Forza Italia, anche se in misura minore.

Vannacci si presenta, oggi, con un consenso accreditato intorno all’8% che brucia sia la Lega che Forza Italia, ridotte ai minimi termini. Un sondaggio non è un’elezione, ma quando un partito nato da pochi mesi supera stabilmente quello dal quale proviene il suo leader, siamo davanti a un problema politico vero. Vannacci non è più una costola del Carroccio. Sta diventando un concorrente diretto. È possibile un cambio radicale delle alleanze nella coalizione di Destra che, si badi bene, ha mostrato una coesione sorprendente dal 1994? La convivenza di questi gruppi sarebbe molto difficile.

D’altro canto, se la Meloni, per includere Vannacci, buttasse a mare Lega e Forza Italia, il risultato politico sarebbe negativo, dando un’idea di una Destra poco convincente, con un rafforzamento ideologico sgradito all’elettorato. La forza della Meloni è la coalizione di centro-destra in cui molti hanno creduto. E in questo caso, con Vannacci, il consenso verrebbe a mancare.

B – Con il Centro-Sinistra. Pur essendo di destra, Vannacci potrebbe avviare, paradossalmente, un’intesa con il PD, la maggiore forza di sinistra del Paese. Qui, tuttavia, le incompatibilità sarebbero maggiori.

Campo largo sì, ma non fino ad includere un movimento come quello di Vannacci. L’elettorato di sinistra, in gran parte, non tollererebbe questa inclusione.

Più facile sarebbe un’intesa con il Movimento 5Stelle, dato che Conte è disponibile in genere a qualunque alleanza. L’inclusione di Vannacci potrebbe essere vincente nell’attuale contrasto con la Schlein su chi dovrebbe guidare la coalizione di Centro Sinistra. In effetti, molti punti del programma di Futuro Nazionale sono abbastanza coincidenti con quelli del Movimento di Conte.

Le conseguenze, però, di un simile pastrocchio sono imprevedibili.

C – Una terza ipotesi potrebbe essere, poi, quella di presentarsi da solo alle elezioni politiche. Un rischio, data la polarizzazione degli schieramenti, ma anche un vantaggio perché in tal modo, appoggiandosi ora alla Destra, ora alla Sinistra, Vannacci troverebbe uno spazio importante nelle contrattazioni politiche inevitabili, specie se le due coalizioni raggiungessero una sostanziale parità.

In questo caso l’ago della bilancia si sposterebbe su quella formazione che desse più spazio a Vannacci. Un improvviso e diverso Terzo Polo.

Il fenomeno Vannacci, però, va spiegato alla luce non tanto dei possibili accorpamenti elettorali, quanto del suo significato reale: il consenso.

Perché tanta gente si schiera con Vannacci? Le ragioni sono molto diverse.

In primo luogo, un nuovo partito comporta una nuova cordata. Vecchi e nuovi sono interessati a correre, per ambizione, per rivalsa, per desiderio di notorietà. Ma questo riguarda solo il vertice. Per il resto, che cosa spinge l’elettorato verso Vannacci? Il suo programma?

Anche qui, un’analisi sembra necessaria.

La questione ucraina comincia a stancare e le conseguenze delle sanzioni alla Federazione russa si fanno sentire pesantemente, non solo da punto di vista energetico, che è il più importante, ma anche turistico-commerciale. La crisi con l’Iran, in aggiunta, ha peggiorato notevolmente le cose, grazie alle azioni insensate di Trump.

Inoltre, tradizionalmente, i nostri rapporti con la Russia sono stati sempre eccellenti, anche durante il periodo dell’Unione sovietica.

Il tema dell’immigrazione è molto sentito dalla gente. Nessuno apprezza la situazione attuale, pur esagerando gli effetti perversi dei reati commessi dagli immigrati e della tolleranza della magistratura. Soluzioni di compromesso non se ne vedono, nonostante l’alternanza dei governi. In sede europea c’è la stessa indeterminatezza. Un Vannacci che dice NO all’immigrazione e si richiama ai valori tradizionali della società italiana, bianca, cattolica e conservatrice, piace a molti. Inutile negarlo sotto la cappa del buonismo che tende ad accogliere tutti. Siamo sinceri.

In questo scorcio di legislatura, poi, la piccola pattuglia dei deputati del gruppo Vannacci ha quasi sempre votato contro il governo Meloni, unendosi all’opposizione di Sinistra, anche se per ragioni molto diverse e, magari contrastanti. Un segnale minaccioso che potrebbe profilare una Destra ancora più a destra di Fratelli d’Italia.

Infine, sul piano europeo, il successo di AfD influenzerà notevolmente la composizione dei vari gruppi parlamentari al Parlamento europeo. È troppo presto per valutarne gli effetti, ma quel che è certo è che si faranno sentire.

Naturalmente Vannacci non è l’AfD e l’Italia non è la Germania. Ma il meccanismo è inquietantemente simile. Una parte dell’elettorato smette di riconoscersi nei partiti tradizionali, manifesta disagio su immigrazione, sicurezza, costo della vita, identità nazionale e rapporto con l’Europa, e la risposta del sistema consiste troppo spesso nel giudicare quell’elettorato anziché chiedersi perché se ne stia andando. Il risultato è prevedibile: lo spazio rimasto vuoto viene occupato da chi offre risposte più nette, magari semplicistiche, ma immediatamente riconoscibili.

Per questo, Roberto Vannacci non è arrivato dal nulla. È arrivato dove la politica italiana gli aveva preparato il terreno. Partiti svuotati, identità confuse, leadership logore e una parte crescente dell’elettorato che non cerca più rappresentanza, ma qualcuno che dica ad alta voce ciò che pensa di non poter più dire. È il vecchio schema dell’antipolitica italiana aggiornato ai tempi. Prima l’imprenditore contro i professionisti della politica, poi il comico contro la casta, quindi il leader sovranista contro Bruxelles. Oggi il generale contro il politicamente corretto, le élite, l’Europa e perfino contro quella Lega che lo aveva scelto come ariete elettorale.

Vannacci funziona perché è riconoscibile. Parla semplice, divide, polarizza, non media. In un sistema politico diventato spesso incomprensibile, la semplificazione diventa consenso. Nel 2024 raccolse oltre mezzo milione di preferenze personali alle Europee. Salvini pensava di aver trovato una locomotiva da agganciare alla Lega. La locomotiva si è sganciata e adesso corre per conto proprio.

Resta naturalmente da capire cosa accadrà quando gli slogan dovranno trasformarsi in programmi, coperture finanziarie, alleanze e decisioni concrete. È lì che l’antipolitica italiana ha spesso incontrato il proprio limite. Ma liquidare Vannacci come folklore sarebbe oggi un errore grossolano. Il fenomeno dice qualcosa di molto più profondo. Una parte dell’Italia non cerca più un partito nel quale riconoscersi. Cerca qualcuno che rappresenti il proprio disagio e, soprattutto, qualcuno contro cui schierarsi insieme. Vannacci ha capito dove si trovava quella rabbia. Le ha dato un volto, un linguaggio e una scheda elettorale. In Germania hanno impiegato anni a capire che l’AfD non sarebbe sparita da sola. Oggi, in alcune regioni, sfiora la maggioranza assoluta.

La vera domanda quindi non è perché esista Vannacci. È perché la politica italiana continui a lavorare così bene per farlo crescere.

Vorrei aggiungere: qualcuno sostiene incautamente che “l’operazione Vannacci” sia stata teleguidata da Mosca per destabilizzare il Paese. Vannacci, al di là di ogni valutazione politica, è stato un valente generale (oggi in congedo) ed io, pur non essendo un suo tifoso, non credo proprio che si possa mettere in dubbio il suo onore di soldato e cittadino italiano.

Isernia, 10 settembre 2026

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Un successo innegabile

Il successo dell’AfD nello Stato federato tedesco della Sassonia-Anhalt è innegabile. Forse, se ne profila un altro a Berlino. Inutile dire che se questo accadesse verrebbe messa in discussione la tenuta stessa dell’Europa così come la conosciamo. Il vorticoso sviluppo di AfD interroga la Germania, e l’Europa intera, in una fase critica per il futuro e segnata da sfide decisive.

La Germania è il motore dell’Europa. Se il motore s’inceppa, e lo è da qualche tempo, s’inceppa anche l’Europa.

Per i non Tedeschi, è facile vedere le magagne del sistema europeo. Ma, in più, i Tedeschi vedono quelle del loro governo federale, da sempre ossequioso delle istanze dei verdi e dei socialdemocratici.

Ora, tutti sono preoccupati. C’è da preoccuparsi?

Tre sono i punti sensibili:

a – un possibile ravvicinamento della Germania con la Russia. La questione è legata all’approvvigionamento energetico. Sospese le centrali nucleari, il gas russo era la colonna portante dell’industria tedesca. Con le sanzioni a causa dell’invasione dell’Ucraina e il sabotaggio del gasdotto Nord Stream, le forniture sono saltate, i prezzi sono saliti e la gente (l’industria) ne paga lo scotto.

Questo è un rischio perché sono già molti i Paesi che non sopportano più la questione ucraina. Simpatie sentimentali sì, ma gli interessi sono gli interessi.

È il punto più sensibile di tutta la proposta AfD.

b – la fine delle polemiche tanto care agli Italiani, tra nazismo (fascismo) e anti nazismo (anti fascismo), accomunate dalla stessa condanna. AfD supera, e l’elettorato l’ha seguita, questa sciocca antinomia che, ormai, sa di stantìo. Ha parlato di problemi reali, quelli che interessano la popolazione tedesca: costo dell’energia, emigranti, crisi industriale e conseguente disoccupazione. Si richiama ai temi di fondo dell’imperialismo tedesco del primissimo Novecento.

c – la questione degli emigranti. Questo è un punto dolente per tutti, che attraversa l’Europa, incapace di una politica o di netto rifiuto o d’integrazione effettiva. Il problema non è semplice e le soluzioni immaginate con la remigrazione sono del tutto illusorie.

Non c’è ancora un’idea accettabile tra il buonismo e l’efferatezza. Inoltre, le politiche migratorie toccano indirettamente anche gli interessi dei Paesi d’origine. AfD lancia degli slogan, ma nessuna proposta concreta, tranne il divieto del velo e quello di costruire altre moschee. Non sono proposte decisive ma solo di facciata. Lo shock del voto in Sassonia-Anhalt è un messaggio mandato anche all’esecutivo di Berlino: c’è una parte profonda di Germania in netto distacco con Merz e il suo governo e in cui l’inquietudine si manifesta sotto forma di voto ai partiti anti-sistema e rappresenta l’estrema speranza dei popoli. Extrema ratio, ultima stazione.

La Sassonia-Anhalt non decide da sola il futuro della Germania, ma ha mostrato con una chiarezza brutale dove sta andando una parte importante del Paese. E se questa tendenza dovesse consolidarsi anche a livello federale, non cambierebbe soltanto Berlino. Cambierebbero gli equilibri dell’intera Unione europea, dal rapporto con Mosca alla politica migratoria, dalla difesa comune al futuro stesso dell’integrazione.

Il vero errore adesso sarebbe continuare a raccontarsi che sia soltanto rabbia, protesta o una parentesi destinata a chiudersi da sola. Quando un partito arriva a sfiorare la maggioranza assoluta, non è più un incidente elettorale. È un pezzo di società che ha deciso di voltare le spalle al sistema politico che l’ha governata fino a quel momento.

Se in Italia prevarrà ancora la Meloni, se in Francia salirà la Le Pen e se in Spagna Sanchez dopo il caos di Ceuta sarà scavalcato da Vox, l’onda di destra diventerà uno tsunami, con effetti moltiplicatori importanti. Come sarà l’Europa, dopo?

Una Germania forte nel cuore dell’Europa ha permesso a Berlino di guidare l’Europa stessa. Se c’è qualcuno che deve fare il mea culpa, è il governo tedesco, a trazione cristiano-democratica e ad ispirazione socialdemocratica, che ha sempre frenato ogni iniziativa che non fosse conveniente e che potesse sembrare sovranazionale.

Non a caso la von der Leyen è tedesca, pallidissima emula della signora Merkel. Nulla si è mosso, politicamente, dopo la costruzione iniziale di Adenauer, De Gasperi e Schuman. Ma è trascorso quasi un secolo. Le Istituzioni hanno necessità vitale di trasformarsi per sopravvivere. Se non lo fanno agonizzano, come le Nazioni Unite.

Saranno questi quattro cavalieri dell’Apocalisse di destra capaci di rinnovare nella continuità la speranza europea?

Ho qualche dubbio, perché sono tutti nazionalisti e qui, di nazionalismo ne servirebbe uno solo: quello europeo.

L’Europa è stritolata fra Russia, Cina e Stati Uniti. Sugli Stati Uniti, alleati tradizionali, oserei dire secolari, non ci si può più contare, viste le stravaganti simpatie e giravolte trumpiane. In queste condizioni, l’unità del continente è essenziale, forse anche con la Russia, ma con una Russia competitiva, non quella che da quattro anni si gingilla per un “capriccio” di Putin in una guerra inutile che ancora non riesce a vincere, sfibrando il Paese.

Se i leader di destra di questi Paesi così essenziali per l’Europa avessero più a cuore le sorti delle loro nazioni e dei loro popoli, non potrebbero fare a meno di un’unità che salvi la storia, il passato e l’avvenire del continente.

Non può essere solo tedesca o spagnola, o italiana o francese.

La preoccupazione per un ritorno del nazismo, lo spettro del riarmo tedesco e aggiungiamoci pure, la memoria dell’Olocausto, agitate dai commentatori politici nostrani, portano a diffidare di AfD. Non credo che la Germania moderna intenda rivendicare il proprio passato. Piuttosto, sembra guardare ad un futuro di potenza economica e politica classica, più “guglielmina” che hitleriana.

Ci preoccupa? Dovremmo pensarci anche noi ad un futuro politico diverso, fatto d’idee efficaci e non di leader d’accatto.

Isernia, 8 settembre 2026

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Un cumulo di pietre e l’estinzione dei muratori

“La scienza è fatta di dati come una casa di pietre, ma un ammasso di dati non è scienza più di quanto un mucchio di pietre sia una casa”. (Henri Poincaré)

È da questa illuminante intuizione di Henri Poincaré (1854 – 1912), un matematico, fisico e filosofo francese. che prende spunto questa riflessione, con un’immagine che contiene già, in sintesi, l’intero problema: l’istruzione moderna produce una quantità sterminata di “mattoni”, ma sembra aver sempre più difficoltà a formare i “muratori” capaci di trasformarli in un edificio coerente.

L’intero pianeta, con tutto il suo carico di umani impotenti, entra in crisi perché le singole scoperte scientifiche, alla lunga, si rivelano scollegate, conflittuali e persino catastrofiche per l’umanità, la natura, o entrambe. È una riflessione forte, lo capisco, volutamente provocatoria, ma proprio per questo da approfondire.

Non si vuole qui mettere in discussione semplicemente la quantità di sapere prodotta dalla civiltà contemporanea. Si contesta qualcosa di più profondo: la nostra pretesa di chiamare “Scienza” un insieme sempre più vasto di scienze specialistiche, frammentate e spesso incapaci di dialogare fra loro. Abbiamo moltiplicato le conoscenze, affinato gli strumenti, perfezionato le tecniche; ma, a mio avviso, abbiamo progressivamente smarrito la capacità di ricomporre quelle conoscenze dentro una visione complessiva dell’uomo e del mondo.

Ed è proprio qui che la metafora iniziale di Poincaré acquista tutta la sua forza.

Una casa non si realizza perché qualcuno possiede migliaia di pietre. Si costruisce perché qualcuno sa progettare, scegliere, collegare, ordinare e costruire. Le pietre sono indispensabili, ma da sole non bastano. Allo stesso modo, dati, formule, esperimenti, scoperte e specializzazioni sono indispensabili alla scienza, ma non costituiscono automaticamente una cultura capace di orientare la società.

Il “mattone” rappresenta dunque la conoscenza del particolare; il “muratore” rappresenta invece la capacità di progettare e costruire facendo sintesi. Ed è proprio quest’ultima capacità che occorre ricercare. La riflessione parte, infatti, da una domanda inquietante: se ogni disciplina diventa progressivamente più sofisticata, ma continua a guardare soltanto il proprio frammento di realtà, chi si occupa dell’insieme? Chi mette in correlazione medicina ed economia, tecnologia ed etica, ambiente e sviluppo, politica e responsabilità, intelligenza artificiale e destino umano?

La realtà non è frammentata come le nostre facoltà universitarie. Un problema ambientale diventa economico; un problema economico diventa sociale; un problema sociale diventa politico; una scelta tecnologica può diventare una questione etica. Tutto è connesso, mentre noi continuiamo spesso a studiare ed amministrare il mondo per compartimenti separati.

È questa, forse, la contraddizione centrale della modernità: abbiamo sviluppato una capacità straordinaria di analizzare le parti e una capacità insufficiente di ricomporle nel tutto.

In questa mia riflessione, come alcuni di chi mi sta leggendo ha già intuito, il bersaglio più interessante non è la scienza, ma una certa idea riduttiva della scienza: quella che identifica il progresso con la semplice accumulazione di informazioni, brevetti, tecnologie e risultati specialistici.

La vera scienza, invece, è anche consapevolezza dei propri limiti, capacità di interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scoperte, confronto fra saperi differenti e ricerca di una verità che non sia soltanto tecnicamente efficace, ma anche umanamente significativa.

In questa prospettiva, la provocazione che qui si intende lanciare diventa una domanda educativa di enorme attualità: che cosa stiamo formando quando educhiamo? Specialisti capaci di aggiungere altri mattoni, oppure persone capaci di comprendere quale edificio stiano contribuendo a costruire?

La domanda diventa ancora più urgente ora, nell’attuale epoca dell’intelligenza artificiale. Le macchine possono già raccogliere, organizzare, confrontare e combinare una quantità impressionante di “mattoni” informativi. Ma proprio per questo l’essere umano dovrà recuperare ciò che non può essere sostituito dalla semplice accumulazione: la capacità di scegliere il progetto. L’intelligenza artificiale potrà diventare uno strumento straordinario. Ma ogni strumento dipende da chi lo impugna e lo manovra, e dagli scopi che gli vengono assegnati.

Ecco perché quanto ho inteso qui rappresentare non è soltanto una denuncia della crisi dell’istruzione. È, soprattutto, un invito a ripensarla.

Non abbiamo bisogno di meno conoscenza, ma di maggiore cultura. Non di meno specializzazione, ma di specialisti capaci di dialogare con altri specialisti. Non di abbandonare la scienza, ma di restituirle quella dimensione umana, filosofica ed etica che impedisce al sapere di ridursi a semplice potenza.

Perché i mattoni sono necessari. Ma senza muratori capaci di unirli secondo un progetto, rimangono soltanto un mucchio di pietre. E la grande sfida educativa del nostro tempo potrebbe essere proprio questa: tornare a formare non soltanto persone che sappiano molto, ma persone che sappiano costruire con ciò che sanno.

Quella che ci insegnano a chiamare “Scienza” (cioè sorgente unica di tutte le soluzioni umane intelligenti), è un mucchio di “scienze” frammentate che manco si conoscono fra loro. Ma gli addetti ai lavori non hanno alcuna difficoltà a convivere (lucrando profitti) con i problemi e le catastrofi che dovrebbero prevenire: violenza, ingiustizia, epidemie, carestie, guerre e politica marcia di corruzione che uccide i popoli e ingrassa i potenti. Vedasi il vaccino contro il Covid-19: una grande montagna di soldi che ha reso enormi guadagni agli addetti ai lavori, oltre che a produrre effetti collaterali nocivi per l’umanità.

Ma, quando l’ingordigia dei padroni arriva a mettere in crisi la classe media, che è il polmone economico di riserva di qualunque popolo, per garantire ossigenazione finanziaria al sistema Stato, ed evitare che scoppi di debito pubblico impagabile, diventa urgente invadere e depredare un popolo ricco di risorse, ma militarmente indifeso e/o politicamente isolato.

A questa forma di cannibalismo, nobilitato “Geopolitica”, si arriva nel tentativo estremo di mettere riparo ai guasti secolari delle “scienze frammentate e specialistiche”. Questa macedonia indigesta di saperi scollegati e conflittuali, senza capo e senza coda, è venduta come Scienza, progresso, sviluppo, produttività, giustizia, legalità e democrazia, ma garantisce l’esatto contrario. Montagne di errori colposi e falsificazioni dolose custodite gelosamente per secoli, perché produttive per potenti, sono causa di agonia e morte per sfruttati ed esclusi.

Questo ingrossamento tumorale delle scienze specialistiche ha reso la complessità e la verità talmente aggrovigliate e imponderabili, da non trovare alloggio nemmeno nel cervello dei grandi geni. Faticavano già all’origine i padri della Scienza: Aristotele, Archimede, Pitagora, Copernico, Galilei, Newton, Darwin, Tesla, Einstein, Watson, eredi e successori.

Sulla Terra fallì persino Gesù incarnato uomo, quando la “Scienza” era ancora lattante e figlia di pochissimi filosofi e matematici. Chi crede di trasmettere col sapere una verità assoluta insegna solo “verità parziale”, e quindi “autentica menzogna”, come ci ricorda Aristotele, che certo ora si starà rivoltando nella tomba per l’infimo livello in cui versa la “Scienza” mondiale e derivati umani.

Mentre le scienze malate di incurabile nanismo si fingono “Scienza”, migliorando singoli particolari (vedi cappotto termico agli edifici e auto elettriche), l’intera architettura del progresso mondiale, edificata a secco sulle sabbie mobili dell’ignoranza permanente, continua a franare e sprofondare. In Italia, ad Amatrice, non hanno rimosso ancora nemmeno le macerie dopo 10 anni. Nel mentre, hanno speso una barca di miliardi in cappotti termici gratuiti a chi aveva una casa e magari pure la villa e lo yacht.

L’intelligenza artificiale, specchio fedele dell’intelligenza naturale, non riuscirà mai a colmare il caos delle scienze frammentate. In mano ai migliori autisti qualunque mezzo, fosse pure senza motore o ruote, fa miracoli. Lo stesso sarà possibile con l’intelligenza artificiale, come mezzo, che è già in movimento e sta sgommando? Ma poveri noi, i “migliori” sono ormai una razza a rischio di estinzione. E i pochi esemplari rimasti, in democrazia sono come una rondine solitaria, non fanno “primavera”.

E se vi riesce, provate a immaginare quale primavera politica potranno regalarci i “peggiori” se acquisiranno il controllo del mostruoso arsenale scientifico dell’IA, in aggiunta al potere secolare di fare montagne di miliardi progettando e governando:

– pandemie genocide (pilotate);

– inflazioni e recessioni (pilotate);

– strozzinaggio finanziario “legale”;

– rapina fiscale a norma di legge;

– devastazione ambientale;

– guerre locali, col serio rischio che diventino atomiche e mondiali.

Forse, dovremmo domandarci perché i maestri di una volta usavano la bacchetta sulle mani per fertilizzare la maturazione di neuroni e formavano geni senza risparmio. Mentre ora, sparito quel miracoloso fertilizzante, ci siamo arricchiti di “legioni di imbecilli”, come li chiamava 10 anni fa Umberto Eco, e assolutamente introvabili un secolo fa.

È sbagliata l’istruzione, l’informazione, la politica o cosa?

Isernia, 5 settembre 2026

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La nuova smisurata ambizione di Draghi

Mario Draghi torna in campo, questa volta a mettere la competitività dell’Europa al centro della scena. E ora lo fa insieme a uno dei protagonisti della nuova economia tecnologica, Patrick Collison, cofondatore e amministratore delegato di Stripe, una delle principali società mondiali nel settore dei pagamenti digitali.

I due sono i copresidenti del Rhine Group, una nuova iniziativa nata in questo mese di agosto 2026 con un obiettivo ambizioso: trasformare le analisi contenute nel rapporto Draghi sulla competitività in un’agenda concreta di riforme.

A guidare operativamente il gruppo è Luis Garicano, economista spagnolo ed ex eurodeputato. Attorno a lui e ai due copresidenti si è riunita una squadra che mette insieme mondi normalmente separati: economia, università, finanza, industria, tecnologia e politica.

Patrick Collison è uno dei nomi più interessanti della tecnologia mondiale. Irlandese, classe 1988, ha fondato insieme al fratello John Stripe, la società che ha rivoluzionato i pagamenti online rendendoli molto più semplici per aziende e sviluppatori.

Il punto di partenza è una fotografia poco rassicurante. Secondo il Rhine Group, tra le cinquanta maggiori aziende tecnologiche del mondo soltanto quattro sono europee. E nei settori destinati a determinare la crescita dei prossimi decenni, dall’intelligenza artificiale alle piattaforme digitali, dalla ricerca scientifica alle tecnologie emergenti, l’Europa rischia di partire con un forte svantaggio.

Per Draghi e Collison non si tratta soltanto di una questione industriale. In gioco c’è il peso economico e strategico dell’Europa.

Un continente che cresce lentamente dispone infatti di meno risorse per finanziare difesa, sanità, pensioni, istruzione, transizione climatica e protezione sociale. La stagnazione economica rischia così di trasformarsi in un problema politico e, soprattutto, geopolitico. La tesi del nuovo gruppo è netta: il declino europeo non è inevitabile, ma senza un’accelerazione delle riforme il continente rischia di imboccare proprio quella strada.

Il Rhine Group nasce soprattutto per colmare un vuoto: quello tra l’analisi dei problemi e la loro concreta soluzione.

Il rapporto sulla competitività presentato da Draghi alla Commissione europea nel 2024 aveva individuato le principali debolezze dell’economia europea e avanzato oltre 170 proposte, dalla politica energetica all’industria, dalle infrastrutture digitali ai mercati dei capitali, fino alla produttività e alla difesa.

Quel documento è diventato uno dei principali riferimenti del dibattito sulla competitività europea. Ma la domanda rimane: come trasformare quelle proposte in decisioni e riforme effettivamente realizzabili? È proprio in questo spazio che vuole inserirsi il Rhine Group.

Non sarà un’istituzione europea alternativa alla Commissione né un organismo chiamato a sostituire i governi nazionali. L’idea è piuttosto creare un luogo di confronto nel quale personalità provenienti da settori diversi possano lavorare insieme sulle riforme necessarie a rilanciare l’economia europea. Alla base dell’iniziativa c’è anche una trasformazione dello scenario internazionale.

Per decenni l’Europa ha beneficiato di un sistema commerciale globale relativamente stabile, della protezione garantita dagli Stati Uniti e di una rete di interdipendenze economiche che apparivano gestibili.

Oggi il quadro è molto diverso. Gli Stati Uniti sono diventati più protezionisti, la Cina è un concorrente sempre più forte e le dipendenze strategiche dell’Europa, dall’energia alla tecnologia fino alle catene industriali, sono diventate più vulnerabili.

L’Europa si trova quindi davanti a una doppia sfida: deve rafforzare la propria autonomia proprio mentre il suo modello economico fatica a generare crescita e innovazione.

Da qui l’appello del Rhine Group a superare una visione puramente difensiva dell’economia europea. Non basta proteggere ciò che esiste: occorre tornare a costruire imprese, tecnologie e capacità industriali in grado di competere a livello globale. Anche perché l’Europa resta il secondo mercato più grande del mondo.

La composizione del Rhine Group riflette questa ambizione. Nel gruppo figurano economisti, imprenditori e personalità delle istituzioni europee e internazionali.

Tra i nomi ci sono il Nobel per l’Economia, il francese Philippe Aghion; l’ex presidente estone Toomas Hendrik Ilves; la presidente del “Centre for Economic Policy Research”, l’imprenditrice svizzera di origini italiane Beatrice Weder di Mauro e il direttore dell’Economist, la britannica Zanny Minton Beddoes.

Presenti anche protagonisti della tecnologia e della finanza come Tobi Lütke, fondatore e amministratore delegato di Shopify, Niklas Zennstrom, fondatore di Atomico, e Sebastian Siemiatkowski, cofondatore e amministratore delegato di Klarna.

Una squadra costruita per mettere attorno allo stesso tavolo chi studia l’economia europea e chi ogni giorno si confronta con i mercati globali e con l’innovazione tecnologica.

Nel Rhine Group entra anche la pattuglia italiana costituita da Andrea Pignataro, fondatore e amministratore delegato di Ion Group. Con lui ci sono Lucrezia Reichlin, economista della London Business School, Francesco Giavazzi, professore emerito di economia alla Bocconi, e Francesco Decarolis, professore di economia alla Bocconi. A completare la rappresentanza italiana c’è Vittorio Colao, ex amministratore delegato di Vodafone e oggi vice presidente per l’area Emea di General Atlantic.

Il messaggio del Rhine Group è dunque più politico di quanto possa sembrare a prima vista. L’Europa dispone ancora di un enorme mercato, di università e centri di ricerca di primo livello, di grandi imprese e di competenze industriali. Ma rischia di non riuscire a trasformare questi punti di forza in crescita e leadership tecnologica. Per Draghi e Collison la partita si gioca sulla capacità di innovare, investire e creare imprese europee capaci di crescere su scala globale.

Per questo, Mario Draghi, con con uno stuolo di banchieri e super ricchi, lancia il Rhine Group per “consigliare” e rilanciare l’UE tra allarmi sul declino e una richiesta di 800 miliardi l’anno. La sfida, ora, sarà convincere governi e istituzioni europee a passare dalle analisi alle decisioni.

Questa l’ambizione di Draghi & C, come ci viene rappresentata dai media.

Ed ora veniamo a noi.

Il punto di partenza del gruppo è l’estrema debolezza dell’Europa nelle tecnologie emergenti: solo 4 delle 50 maggiori aziende tecnologiche al mondo sono europee. Per colmare questo gap produttivo, digitale e infrastrutturale, stimolare l’innovazione e gestire la transizione energetica, Draghi ha calcolato che all’Europa serva una mobilitazione massiccia di capitale, pari a circa 750-800 miliardi di euro (“quisquilie” avrebbe detto Totò) di investimenti aggiuntivi all’anno. Senza questa iniezione di risorse, il think tank avverte che la stagnazione economica ridurrà progressivamente la capacità dell’Europa di finanziare il proprio modello sociale, la sanità pubblica, il sistema pensionistico, la transizione climatica e la stessa difesa comune.

Un progetto enorme per un risultato deludente, insignificante o di gran lunga inferiore alle aspettative. Tanto rumore per partorire il topolino della produttività. Dopo due anni, ecco il Rhine Group: cinquantacinque e più grandi cervelli convocati per riscoprire che l’Europa deve investire, innovare, produrre di più e diventare competitiva. Tutto già scritto, nero su bianco in varie salse ed anche nel Rapporto Draghi del 2024, rimasto quasi al palo, ma la domanda vera è un’altra: con quale credibilità politica e storica viene costruita questa operazione dal sapore propagandistico?

Draghi appartiene a quella classe dirigente europea che da decenni ha accompagnato, favorendole, liberalizzazioni, privatizzazioni e trasformazioni profonde del sistema industriale italiano, in peggio. E proprio Draghi, oggi, si propone nuovamente come architetto della competitività europea. È un’ironia dell’epoca che meriterebbe almeno qualche domanda in più, almeno da chi ha memoria.

Anche perché la sua ricetta non è, ovviamente, soltanto produttività. Nel Rapporto Draghi convivono industria, energia, tecnologia, sicurezza e difesa (sotto lo sventolare dei fomentati venti di guerra), con una richiesta di investimenti aggiuntivi nell’ordine di 750-800 miliardi, l’anno. Bei soldoni.. pronti pronti per chi?

E allora viene il sospetto che dietro la parola piaciona “competitività” si stia costruendo qualcosa di molto più ampio e forse mostruoso, ovvero una nuova politica industriale europea fondata su un’economia di guerra, sventolando la parolina sicurezza, e riarmo e sulla mobilitazione di enormi risorse pubbliche e poco private. Forse ci sono in gioco le golosità finanziare di concepire il vasto risparmio europeo, 12 trilioni, di cui almeno 6,5 trilioni appartiene alle famiglie italiane, nonostante l’impatto dell’inflazione.

Il problema non è, dunque, che l’Europa abbia bisogno di più produttività, cosa persino banale. Il problema è quale crescita, per chi, finanziata da chi e al servizio di quale modello europeo e di quali valori, e non pare che svettino quelli costituzionali.

Perché se la risposta è ancora una volta più concentrazione di potere economico, più spesa pubblica trasferita verso grandi gruppi tecnologici e industriali, più riarmo e più sacrifici richiesti ai cittadini, allora non siamo davanti a una nuova idea per l’Europa, ma alla riproposizione, con un nuovo think tank e nuovi testimonial, nuove vesti per vecchi lupi, della stessa classe dirigente e della stessa agenda che fu.

E prima di chiedere ai cittadini europei altri sacrifici in nome della competitività, forse sarebbe il caso di chiedere a questi grandi cervelli quanto siano responsabili delle condizioni che oggi pretendono di risolvere.

Isernia, 28 agosto 2026

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La tutela dell’ambiente richiede un impegno concreto

Di solito siamo portati a considerare la cultura ciò che l’uomo ha prodotto nel corso della sua storia: un’opera d’arte, un monumento, un dipinto. Eppure esiste una forma di cultura che ci precede e senza la quale nessuna delle altre potrebbe esistere: l’ambiente.

Pensiamo all’archeologo che maneggia una scultura con rispetto e delicatezza, consapevole dell’unicità del reperto. Pensiamo all’artista che conserva gelosamente il proprio quadro preferito, oppure al musicista che trova nelle note una parte della propria identità. Sono tutti custodi di qualcosa che riconoscono come prezioso, prima ancora di essere autori o interpreti. Perché non dovremmo avere lo stesso atteggiamento nei confronti della natura?

Il paesaggio, i boschi, i fiumi, le specie animali e vegetali non sono semplicemente ciò che ci circonda. Sono parte della nostra storia e della nostra identità. Un territorio racconta la comunità che lo abita, il modo in cui ha lavorato, coltivato, costruito e vissuto. Un fiume può essere memoria tanto quanto un monumento; un bosco può rappresentare un patrimonio tanto quanto un museo. La natura, dunque, non è soltanto una risorsa da utilizzare: è un patrimonio da conoscere e proteggere. La cultura della tutela ambientale dovrebbe partire proprio da questa consapevolezza.

Per secoli l’uomo ha vissuto in un rapporto più diretto con la natura. Cacciava per sopravvivere, coltivava per nutrirsi, utilizzava le risorse disponibili senza avere la capacità di trasformare il pianeta su una scala paragonabile a quella attuale. Poi qualcosa è cambiato. La crescita industriale, il consumo indiscriminato delle risorse, l’urbanizzazione e l’inquinamento hanno progressivamente modificato equilibri che non avevamo creato e che, spesso, abbiamo considerato inesauribili.

Il problema non è soltanto ciò che rischiamo di perdere, ma anche ciò che stiamo smettendo di riconoscere come nostro patrimonio. Quando scompare una specie, non perdiamo soltanto un animale o una pianta: perdiamo una parte dell’equilibrio naturale e della storia del pianeta. Quando un paesaggio viene cancellato dalla cementificazione, non scompare soltanto uno spazio verde: si modifica l’identità di un territorio. Quando un fiume viene contaminato, non viene compromessa soltanto la qualità dell’acqua: viene colpita una risorsa che appartiene alla memoria e al futuro di una comunità. Ecco perché parlare di ambiente significa parlare anche di cultura. Non di una cultura intesa soltanto come conservazione del passato, ma come capacità di comprendere il valore di ciò che abbiamo ricevuto e la responsabilità di trasmetterlo.

Siamo molto attenti a restaurare un affresco, a proteggere un reperto archeologico, a conservare un manoscritto. Perché allora fatichiamo ancora a considerare con la stessa cura un bosco secolare, un habitat naturale o un paesaggio che rischia di scomparire?Un’opera d’arte può essere restaurata. Una fotografia può conservare l’immagine di un edificio perduto. Un brano musicale può essere eseguito nuovamente. Ma ciò che la natura perde non sempre può essere ricostruito. Una specie estinta non può essere restaurata. Un ecosistema distrutto non può essere semplicemente rimesso al suo posto. Un paesaggio cancellato può sopravvivere soltanto nella memoria.

Il pianeta è, in questo senso, la più grande opera d’arte che abbiamo ricevuto. Non ne siamo gli autori, ma siamo diventati i suoi custodi. E forse è proprio questa la cultura di cui abbiamo più bisogno: imparare a riconoscere il valore di ciò che non abbiamo creato, ma che abbiamo ricevuto in eredità.

Riscoprire il valore della relazione con la natura, e del limite, diventa un atto di lungimiranza. Custodire la Terra non è un gesto nostalgico né un ritorno al passato: è uno sguardo capace di unire meraviglia e responsabilità. Preservare l’ambiente non significa soltanto difendere la natura. Significa difendere la nostra memoria, la nostra identità e soprattutto la possibilità, per chi verrà dopo di noi, di avere ancora qualcosa di autentico da conoscere e proteggere.

Perché la Terra è la casa comune che abitiamo e che siamo chiamati, ogni giorno, a rispettare e tutelare.

Isernia, 26 agosto 2026

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Mieli e vongole

“Vede, io sono uno di quegli amanti degli spaghetti alle vongole che vivono nel tormento interiore del vederseli serviti quasi sempre con tutti i gusci. Col tempo che perdi a sgusciare le vongole, gli spaghetti si freddano e poi diventa complicato assaporarli… Ecco, Lavitola mi fece servire gli spaghetti con le vongole già sgusciate, senza aglio e senza spezie”.

Questa è la risposta che Paolo Mieli ha dato alla domanda che Tommaso Labate, giornalista del “Corriere della Sera“, gli ha rivolto in merito al motivo per cui trovasse “meraviglioso” il ristorante di Valter Lavitola e lo frequentasse assiduamente.

Nella stessa intervista Mieli dichiara che Lavitola lo accompagnava spesso la sera a casa dopo la cena, raccontandogli “affascinati” storie della sua vita. Quali sarebbero state poi queste storie affascinanti rimane un mistero, perché su queste Mieli non si sbottona.

Roba da non credere. In realtà tutta l’intervista è, a mio parere, una vera e propria barzelletta, peraltro di pessimo gusto, che racconta però di un mondo di relazioni mai troppo chiare, di contatti, di frequentazioni, di un giornalismo molto equivocabile. Insomma, oltre all’ingarbugliato panorama di possibili moventi e interessi che vede coinvolti Ranucci e Valter Lavitola ora si aggiunge anche questa relazione tra il faccendiere e Mieli. Anche questo un rapporto tutto da decifrare.

Vorrei solo ricordare che Mieli occupa stabilmente tutti programmi Rai di ricostruzione storica. Il principale programma televisivo condotto da Paolo Mieli è “Passato e Presente”, una trasmissione di approfondimento e divulgazione storica prodotta da Rai Cultura. Inoltre è presente nei principali talk show di La7, intervenendo quasi quotidianamente in trasmissioni come L’aria che tira, diMartedì, In Onda, Omnibus, Otto e mezzo, senza trascurare le partecipazioni ad approfondimenti come Tg2 Post su Rai 2. Inoltre, Mieli si fa passare per storico e per allievo di De Felice.

Anche la radio gioca un ruolo fondamentale nel suo impegno quotidiano: ogni mattina è infatti l’ospite d’onore della rassegna stampa di 24 Mattino su Radio 24. Naturalmente è una delle firme del “Corriere della sera“.

Poi la gente non vota e né compra più i giornali, chissà perché… se non per comprensibile sfiducia, per noia delle stesse facce nelle consuete parti in commedia sulle varie TV: il ruffiano (Vespa), il gran visir (Mieli), la badessa (Grüber), il bromuro (Fazio), l’aizzapopoli (Giordano), Alè il tormentone (Floris), il finto liberale (Del Debbio) …, e qui mi fermo per carità di patria.

Ora sappiamo pure che Mieli adora le vongole già sgusciate. Ma che razza di Paese siamo diventati. Un Paese a cui piace mangiare spaghetti e vongole ma non vuole sporcarsi le mani con i gusci. In effetti, le vongole le sa sgusciare Lavitola, lo fa da una vita!

A questo punto, l’“affaire vongole senza gusci” potrebbe essere oggetto di approfondimento. Freud, forse, ne avrebbe tratto qualche elemento.

Isernia, 16 agosto 2026

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