Un successo innegabile

Il successo dell’AfD nello Stato federato tedesco della Sassonia-Anhalt è innegabile. Forse, se ne profila un altro a Berlino. Inutile dire che se questo accadesse verrebbe messa in discussione la tenuta stessa dell’Europa così come la conosciamo. Il vorticoso sviluppo di AfD interroga la Germania, e l’Europa intera, in una fase critica per il futuro e segnata da sfide decisive.

La Germania è il motore dell’Europa. Se il motore s’inceppa, e lo è da qualche tempo, s’inceppa anche l’Europa.

Per i non Tedeschi, è facile vedere le magagne del sistema europeo. Ma, in più, i Tedeschi vedono quelle del loro governo federale, da sempre ossequioso delle istanze dei verdi e dei socialdemocratici.

Ora, tutti sono preoccupati. C’è da preoccuparsi?

Tre sono i punti sensibili:

a – un possibile ravvicinamento della Germania con la Russia. La questione è legata all’approvvigionamento energetico. Sospese le centrali nucleari, il gas russo era la colonna portante dell’industria tedesca. Con le sanzioni a causa dell’invasione dell’Ucraina e il sabotaggio del gasdotto Nord Stream, le forniture sono saltate, i prezzi sono saliti e la gente (l’industria) ne paga lo scotto.

Questo è un rischio perché sono già molti i Paesi che non sopportano più la questione ucraina. Simpatie sentimentali sì, ma gli interessi sono gli interessi.

È il punto più sensibile di tutta la proposta AfD.

b – la fine delle polemiche tanto care agli Italiani, tra nazismo (fascismo) e anti nazismo (anti fascismo), accomunate dalla stessa condanna. AfD supera, e l’elettorato l’ha seguita, questa sciocca antinomia che, ormai, sa di stantìo. Ha parlato di problemi reali, quelli che interessano la popolazione tedesca: costo dell’energia, emigranti, crisi industriale e conseguente disoccupazione. Si richiama ai temi di fondo dell’imperialismo tedesco del primissimo Novecento.

c – la questione degli emigranti. Questo è un punto dolente per tutti, che attraversa l’Europa, incapace di una politica o di netto rifiuto o d’integrazione effettiva. Il problema non è semplice e le soluzioni immaginate con la remigrazione sono del tutto illusorie.

Non c’è ancora un’idea accettabile tra il buonismo e l’efferatezza. Inoltre, le politiche migratorie toccano indirettamente anche gli interessi dei Paesi d’origine. AfD lancia degli slogan, ma nessuna proposta concreta, tranne il divieto del velo e quello di costruire altre moschee. Non sono proposte decisive ma solo di facciata. Lo shock del voto in Sassonia-Anhalt è un messaggio mandato anche all’esecutivo di Berlino: c’è una parte profonda di Germania in netto distacco con Merz e il suo governo e in cui l’inquietudine si manifesta sotto forma di voto ai partiti anti-sistema e rappresenta l’estrema speranza dei popoli. Extrema ratio, ultima stazione.

La Sassonia-Anhalt non decide da sola il futuro della Germania, ma ha mostrato con una chiarezza brutale dove sta andando una parte importante del Paese. E se questa tendenza dovesse consolidarsi anche a livello federale, non cambierebbe soltanto Berlino. Cambierebbero gli equilibri dell’intera Unione europea, dal rapporto con Mosca alla politica migratoria, dalla difesa comune al futuro stesso dell’integrazione.

Il vero errore adesso sarebbe continuare a raccontarsi che sia soltanto rabbia, protesta o una parentesi destinata a chiudersi da sola. Quando un partito arriva a sfiorare la maggioranza assoluta, non è più un incidente elettorale. È un pezzo di società che ha deciso di voltare le spalle al sistema politico che l’ha governata fino a quel momento.

Se in Italia prevarrà ancora la Meloni, se in Francia salirà la Le Pen e se in Spagna Sanchez dopo il caos di Ceuta sarà scavalcato da Vox, l’onda di destra diventerà uno tsunami, con effetti moltiplicatori importanti. Come sarà l’Europa, dopo?

Una Germania forte nel cuore dell’Europa ha permesso a Berlino di guidare l’Europa stessa. Se c’è qualcuno che deve fare il mea culpa, è il governo tedesco, a trazione cristiano-democratica e ad ispirazione socialdemocratica, che ha sempre frenato ogni iniziativa che non fosse conveniente e che potesse sembrare sovranazionale.

Non a caso la von der Leyen è tedesca, pallidissima emula della signora Merkel. Nulla si è mosso, politicamente, dopo la costruzione iniziale di Adenauer, De Gasperi e Schuman. Ma è trascorso quasi un secolo. Le Istituzioni hanno necessità vitale di trasformarsi per sopravvivere. Se non lo fanno agonizzano, come le Nazioni Unite.

Saranno questi quattro cavalieri dell’Apocalisse di destra capaci di rinnovare nella continuità la speranza europea?

Ho qualche dubbio, perché sono tutti nazionalisti e qui, di nazionalismo ne servirebbe uno solo: quello europeo.

L’Europa è stritolata fra Russia, Cina e Stati Uniti. Sugli Stati Uniti, alleati tradizionali, oserei dire secolari, non ci si può più contare, viste le stravaganti simpatie e giravolte trumpiane. In queste condizioni, l’unità del continente è essenziale, forse anche con la Russia, ma con una Russia competitiva, non quella che da quattro anni si gingilla per un “capriccio” di Putin in una guerra inutile che ancora non riesce a vincere, sfibrando il Paese.

Se i leader di destra di questi Paesi così essenziali per l’Europa avessero più a cuore le sorti delle loro nazioni e dei loro popoli, non potrebbero fare a meno di un’unità che salvi la storia, il passato e l’avvenire del continente.

Non può essere solo tedesca o spagnola, o italiana o francese.

La preoccupazione per un ritorno del nazismo, lo spettro del riarmo tedesco e aggiungiamoci pure, la memoria dell’Olocausto, agitate dai commentatori politici nostrani, portano a diffidare di AfD. Non credo che la Germania moderna intenda rivendicare il proprio passato. Piuttosto, sembra guardare ad un futuro di potenza economica e politica classica, più “guglielmina” che hitleriana.

Ci preoccupa? Dovremmo pensarci anche noi ad un futuro politico diverso, fatto d’idee efficaci e non di leader d’accatto.

Isernia, 8 settembre 2026

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