Un cumulo di pietre e l’estinzione dei muratori

“La scienza è fatta di dati come una casa di pietre, ma un ammasso di dati non è scienza più di quanto un mucchio di pietre sia una casa”. (Henri Poincaré)

È da questa illuminante intuizione di Henri Poincaré (1854 – 1912), un matematico, fisico e filosofo francese. che prende spunto questa riflessione, con un’immagine che contiene già, in sintesi, l’intero problema: l’istruzione moderna produce una quantità sterminata di “mattoni”, ma sembra aver sempre più difficoltà a formare i “muratori” capaci di trasformarli in un edificio coerente.

L’intero pianeta, con tutto il suo carico di umani impotenti, entra in crisi perché le singole scoperte scientifiche, alla lunga, si rivelano scollegate, conflittuali e persino catastrofiche per l’umanità, la natura, o entrambe. È una riflessione forte, lo capisco, volutamente provocatoria, ma proprio per questo da approfondire.

Non si vuole qui mettere in discussione semplicemente la quantità di sapere prodotta dalla civiltà contemporanea. Si contesta qualcosa di più profondo: la nostra pretesa di chiamare “Scienza” un insieme sempre più vasto di scienze specialistiche, frammentate e spesso incapaci di dialogare fra loro. Abbiamo moltiplicato le conoscenze, affinato gli strumenti, perfezionato le tecniche; ma, a mio avviso, abbiamo progressivamente smarrito la capacità di ricomporre quelle conoscenze dentro una visione complessiva dell’uomo e del mondo.

Ed è proprio qui che la metafora iniziale di Poincaré acquista tutta la sua forza.

Una casa non si realizza perché qualcuno possiede migliaia di pietre. Si costruisce perché qualcuno sa progettare, scegliere, collegare, ordinare e costruire. Le pietre sono indispensabili, ma da sole non bastano. Allo stesso modo, dati, formule, esperimenti, scoperte e specializzazioni sono indispensabili alla scienza, ma non costituiscono automaticamente una cultura capace di orientare la società.

Il “mattone” rappresenta dunque la conoscenza del particolare; il “muratore” rappresenta invece la capacità di progettare e costruire facendo sintesi. Ed è proprio quest’ultima capacità che occorre ricercare. La riflessione parte, infatti, da una domanda inquietante: se ogni disciplina diventa progressivamente più sofisticata, ma continua a guardare soltanto il proprio frammento di realtà, chi si occupa dell’insieme? Chi mette in correlazione medicina ed economia, tecnologia ed etica, ambiente e sviluppo, politica e responsabilità, intelligenza artificiale e destino umano?

La realtà non è frammentata come le nostre facoltà universitarie. Un problema ambientale diventa economico; un problema economico diventa sociale; un problema sociale diventa politico; una scelta tecnologica può diventare una questione etica. Tutto è connesso, mentre noi continuiamo spesso a studiare ed amministrare il mondo per compartimenti separati.

È questa, forse, la contraddizione centrale della modernità: abbiamo sviluppato una capacità straordinaria di analizzare le parti e una capacità insufficiente di ricomporle nel tutto.

In questa mia riflessione, come alcuni di chi mi sta leggendo ha già intuito, il bersaglio più interessante non è la scienza, ma una certa idea riduttiva della scienza: quella che identifica il progresso con la semplice accumulazione di informazioni, brevetti, tecnologie e risultati specialistici.

La vera scienza, invece, è anche consapevolezza dei propri limiti, capacità di interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scoperte, confronto fra saperi differenti e ricerca di una verità che non sia soltanto tecnicamente efficace, ma anche umanamente significativa.

In questa prospettiva, la provocazione che qui si intende lanciare diventa una domanda educativa di enorme attualità: che cosa stiamo formando quando educhiamo? Specialisti capaci di aggiungere altri mattoni, oppure persone capaci di comprendere quale edificio stiano contribuendo a costruire?

La domanda diventa ancora più urgente ora, nell’attuale epoca dell’intelligenza artificiale. Le macchine possono già raccogliere, organizzare, confrontare e combinare una quantità impressionante di “mattoni” informativi. Ma proprio per questo l’essere umano dovrà recuperare ciò che non può essere sostituito dalla semplice accumulazione: la capacità di scegliere il progetto. L’intelligenza artificiale potrà diventare uno strumento straordinario. Ma ogni strumento dipende da chi lo impugna e lo manovra, e dagli scopi che gli vengono assegnati.

Ecco perché quanto ho inteso qui rappresentare non è soltanto una denuncia della crisi dell’istruzione. È, soprattutto, un invito a ripensarla.

Non abbiamo bisogno di meno conoscenza, ma di maggiore cultura. Non di meno specializzazione, ma di specialisti capaci di dialogare con altri specialisti. Non di abbandonare la scienza, ma di restituirle quella dimensione umana, filosofica ed etica che impedisce al sapere di ridursi a semplice potenza.

Perché i mattoni sono necessari. Ma senza muratori capaci di unirli secondo un progetto, rimangono soltanto un mucchio di pietre. E la grande sfida educativa del nostro tempo potrebbe essere proprio questa: tornare a formare non soltanto persone che sappiano molto, ma persone che sappiano costruire con ciò che sanno.

Quella che ci insegnano a chiamare “Scienza” (cioè sorgente unica di tutte le soluzioni umane intelligenti), è un mucchio di “scienze” frammentate che manco si conoscono fra loro. Ma gli addetti ai lavori non hanno alcuna difficoltà a convivere (lucrando profitti) con i problemi e le catastrofi che dovrebbero prevenire: violenza, ingiustizia, epidemie, carestie, guerre e politica marcia di corruzione che uccide i popoli e ingrassa i potenti. Vedasi il vaccino contro il Covid-19: una grande montagna di soldi che ha reso enormi guadagni agli addetti ai lavori, oltre che a produrre effetti collaterali nocivi per l’umanità.

Ma, quando l’ingordigia dei padroni arriva a mettere in crisi la classe media, che è il polmone economico di riserva di qualunque popolo, per garantire ossigenazione finanziaria al sistema Stato, ed evitare che scoppi di debito pubblico impagabile, diventa urgente invadere e depredare un popolo ricco di risorse, ma militarmente indifeso e/o politicamente isolato.

A questa forma di cannibalismo, nobilitato “Geopolitica”, si arriva nel tentativo estremo di mettere riparo ai guasti secolari delle “scienze frammentate e specialistiche”. Questa macedonia indigesta di saperi scollegati e conflittuali, senza capo e senza coda, è venduta come Scienza, progresso, sviluppo, produttività, giustizia, legalità e democrazia, ma garantisce l’esatto contrario. Montagne di errori colposi e falsificazioni dolose custodite gelosamente per secoli, perché produttive per potenti, sono causa di agonia e morte per sfruttati ed esclusi.

Questo ingrossamento tumorale delle scienze specialistiche ha reso la complessità e la verità talmente aggrovigliate e imponderabili, da non trovare alloggio nemmeno nel cervello dei grandi geni. Faticavano già all’origine i padri della Scienza: Aristotele, Archimede, Pitagora, Copernico, Galilei, Newton, Darwin, Tesla, Einstein, Watson, eredi e successori.

Sulla Terra fallì persino Gesù incarnato uomo, quando la “Scienza” era ancora lattante e figlia di pochissimi filosofi e matematici. Chi crede di trasmettere col sapere una verità assoluta insegna solo “verità parziale”, e quindi “autentica menzogna”, come ci ricorda Aristotele, che certo ora si starà rivoltando nella tomba per l’infimo livello in cui versa la “Scienza” mondiale e derivati umani.

Mentre le scienze malate di incurabile nanismo si fingono “Scienza”, migliorando singoli particolari (vedi cappotto termico agli edifici e auto elettriche), l’intera architettura del progresso mondiale, edificata a secco sulle sabbie mobili dell’ignoranza permanente, continua a franare e sprofondare. In Italia, ad Amatrice, non hanno rimosso ancora nemmeno le macerie dopo 10 anni. Nel mentre, hanno speso una barca di miliardi in cappotti termici gratuiti a chi aveva una casa e magari pure la villa e lo yacht.

L’intelligenza artificiale, specchio fedele dell’intelligenza naturale, non riuscirà mai a colmare il caos delle scienze frammentate. In mano ai migliori autisti qualunque mezzo, fosse pure senza motore o ruote, fa miracoli. Lo stesso sarà possibile con l’intelligenza artificiale, come mezzo, che è già in movimento e sta sgommando? Ma poveri noi, i “migliori” sono ormai una razza a rischio di estinzione. E i pochi esemplari rimasti, in democrazia sono come una rondine solitaria, non fanno “primavera”.

E se vi riesce, provate a immaginare quale primavera politica potranno regalarci i “peggiori” se acquisiranno il controllo del mostruoso arsenale scientifico dell’IA, in aggiunta al potere secolare di fare montagne di miliardi progettando e governando:

– pandemie genocide (pilotate);

– inflazioni e recessioni (pilotate);

– strozzinaggio finanziario “legale”;

– rapina fiscale a norma di legge;

– devastazione ambientale;

– guerre locali, col serio rischio che diventino atomiche e mondiali.

Forse, dovremmo domandarci perché i maestri di una volta usavano la bacchetta sulle mani per fertilizzare la maturazione di neuroni e formavano geni senza risparmio. Mentre ora, sparito quel miracoloso fertilizzante, ci siamo arricchiti di “legioni di imbecilli”, come li chiamava 10 anni fa Umberto Eco, e assolutamente introvabili un secolo fa.

È sbagliata l’istruzione, l’informazione, la politica o cosa?

Isernia, 5 settembre 2026

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