
Quando si vive in un manicomio è facile cominciare a dare i numeri: così in questi giorni si leggono cose a dir poco stravaganti sull’Europa che sarebbe esclusa dalla nuova Yalta, insomma da un patto tra America, Russia e Cina. Ora è abbastanza evidente che la vecchia Yalta (4-11 febbraio 1945) riuniva le potenze che combattevano una guerra contro lo stesso nemico, mentre qui abbiamo tre potenze che si combattono tra di loro, quindi il paragone non tiene proprio, se non fosse che si tratta di una scappatoia con cui gli osservatori europei tentano di togliere dalle spalle dei milieu politici di riferimento il fardello di errori grossolani e di comportamenti così stupidi che alla fine sono rimasti col fiammifero in mano che ora comincia a bruciare le dita. Invece la paradossale Yalta che si sono inventati, dimostrerebbe la malvagità di Trump, Putin e Xi che vogliono spartirsi il mondo senza tenere conto – udite udite – di Bruxelles, Londra, Berlino e Parigi che sono perfettamente innocenti.
È abbastanza evidente che la più grande potenza industriale del pianeta, la maggiore potenza militare e quella finanziaria, cerchino in qualche modo di evitare uno scontro diretto e finale ora che di fatto si azzuffano su vari fronti dall’Ucraina all’Iran. Se l’Europa ha, per la seconda volta in trent’anni, accettato sul proprio territorio una guerra concepita in America, pensando che sarebbe stata una passeggiata, non è certo responsabilità di Putin o di Xi. Così come non è loro responsabilità se ora gli stessi che hanno mandato al macero l’economia continentale con le sanzioni alla Russia che si sono rivelate un disastro per chi le ha messe, cosa peraltro che anche un bambino avrebbe capito, adesso non vogliono la pace perché li lascerebbe nudi ad affrontare un futuro che hanno distrutto.
Strana cosa questa di un costrutto politico elitario che si è falsamente autoritratto e incensato come portatore di pace – tentando di compensare con questa illusione la progressiva distruzione dello stato sociale, perseguito giorno dopo giorno – che si piega a Washington quando questa vuole fare l’ennesima guerra e si ribella invece quando vuole arrivare a un accordo. Ma in ogni caso ciò che sta accadendo sono i primi scricchiolii di un inevitabile sgretolamento dell’Occidente complessivo: la crisi finanziaria che incombe mostra chiaramente in controluce la divergenza degli interessi e delle prospettive che esistono non solo tra le due sponde dell’atlantico, ma nella stessa Europa.
Se ci fosse stata una maggiore autonomia dei vari Paesi tutto questo non sarebbe accaduto, ma è proprio questa evidenza che si vuole nascondere attraverso i fumosi discorsi su Yalta e su accordi segreti tra i maggiori leader del mondo. I regimi europei si sono impantanati in una crisi profonda e persistente: in pochi anni, sono riusciti a distruggere in larga misura non solo la loro base industriale e la produzione energetica, ma anche le loro relazioni con Russia, Cina, Iran, Stati arabi, gran parte del Sud del mondo e Stati Uniti. L’unico fronte in cui esercitano ancora una notevole influenza è contro la propria popolazione, dove la regolamentazione, la censura e la repressione si aggravano di giorno in giorno, portando a manifestazioni e disordini.
E ora l’Europa fa la parte della pecora smarrita. Bela, ma non la sente nessuno. Bruxelles tace, al solito, in attesa degli eventi. Pare che nessuno se ne preoccupi del nuovo, possibile assetto del mondo. Tutti sono preoccupati dalle loro scadenze elettorali, in Francia, in Italia, in Spagna, in Germania, come se da questi risultati dipendessero eventi importanti per la storia del pianeta.
Purtroppo, non è così. Sono elezioni da villaggio nei nuovi Paesi-continente che si profilano. Elezioni locali, di scarso interesse. Un raffreddore di Putin è più importante di un successo di Vox o della Le Pen. Figuriamoci della Schlein o della Meloni.
Da un punto di vista generale queste elezioni non hanno alcuna importanza. Diverso sarebbe se invece di contendersi uno straccio di potere ci si rendesse conto del pericolo che incombe su tutta l’Europa.
Le Nazioni Unite ci dicono che sotto il profilo ambientale siamo pressoché giunti ad un punto irreversibile. Lo è anche l’Europa se non cambiano i ferri del mestiere e le persone inette che la guidano. Troppa burocrazia affoga. Ci vorrebbe un colpo di stato europeo, ma è solo utopia.
Anche in Italia il dibattito è squallido: beghe da parrocchia. Tutto il problema del cosiddetto campo largo è se, vincendo, al potere ci va Conte o la Schlein. Per Conte essere già stato Presidente del Consiglio è un titolo fondamentale. Per la Schlein, invece, è più decisivo essere a capo di un partito che ha la maggioranza degli elettori. Su questo si discute. Questioni personali e null’altro.
Dall’altra parte, il dilemma è Vannacci. Con o senza la Meloni? Per farsi desiderare vota contro la Meloni e si vanta d’essere il solo alfiere della vera destra. Sono argomenti seri questi?
Ma ritorniamo ai burocrati di Bruxelles: si adoperano per convincere la parte bianca e cristiana di questa popolazione che è giusto e necessario adempiere al proprio “dovere” e sacrificare se stessi e i propri figli in una guerra contro la Russia per proteggere i nostri Paesi e il nostro stile di vita. Ma di che stile parlano? Anche se ci fosse davvero qualcosa che si possa definire così, le persone sono stanche di restrizioni, di emergenze, di controlli, di misure che penalizzano l’agricoltura e la pesca, di bollette stratosferiche, di inflazione che mangia i salari a vista d’occhio e di cavolate lobbistiche, le uniche di cui Bruxelles è generosa. Soprattutto non vogliono fare una guerra che invece pare essere l’unica prospettiva.
Tra l’altro c’è anche la questione dei 300 miliardi di dollari russi che sono stati in un primo tempo congelati nelle banche europee, ma che probabilmente sono già stati in parte sperperati: pare, ripeto pare, tanto per dirne una, che dei 71 miliardi di soldi russi congelati nelle banche francesi non ci siano rimasti che 25 miliardi. La pace significherebbe anche restituire il maltolto provocando un altro terremoto economico in un continente che si è già svenato per Zelensky. Addirittura il ministro degli Esteri polacco Radoslav Sikorsky ha dichiarato che questi beni sarebbero stati restituiti alla Russia solo “sui nostri cadaveri”. Ma chi vuole diventare un cadavere per compiacere queste teste di rapa? Alla fine dovranno arrendersi visto che senza l’ausilio degli Usa, allo stato attuale, l’Europa è solo una fragile preda: priva dell’appoggio di Washington non possono fare né la pace, né la guerra.
Il mondo sta cambiando nei suoi assetti fondamentali. Stiamo passando dall’era del carbonio a quella del silicio. L’umanità si trova di fronte ad una grande svolta: gli Stati contano poco o niente, la sovranità è un mito, il diritto internazionale è finito in frantumi. Una nuova architettura politica sta emergendo: quella di chi gestisce le tecnologie più avanzate, e non sono gli Stati nazionali.
Neppure gli Stati Uniti sono in grado di farlo e si vendono ai nuovi zar dell’avvenire che detteranno le nuove leggi di un mondo sempre più tecnologico.
Non possiamo comprendere le nostre fragilità amministrative o la nostra dipendenza tecnologica se non le guardiamo attraverso il telescopio della grande storia. Viviamo nel pieno di una transizione epocale — dall’era del carbonio all’era del silicio — in cui i vecchi Stati-Nazione perdono sovranità e i confini tradizionali si dissolvono di fronte ai nuovi imperi tecnologici. In questo scenario globale, in cui le grandi potenze ridisegnano gli assetti del pianeta, continuare ad amministrare il Paese con logiche emergenziali e dibattiti di piccolo cabotaggio non è solo miopia: è la condanna volontaria all’irrilevanza.
C’è qualcuno che ci sta riflettendo? Pochi, pochissimi, certamente nessuno della politica.
È severamente vietato pensare. È più comodo.
Isernia, 27 ottobre 2026








