Dannate zanzare

C’è un preciso momento dell’estate in cui l’essere umano, creatura tecnologicamente evoluta, torna alle origini. È quello in cui, alle tre di notte, si mette a caccia di una zanzara con in mano una ciabatta, il sonno negli occhi e la dignità ormai sotto il letto. La scena è sempre la stessa: zzzzzzzz. Accendi la luce. Niente. Spegni. Zzzzzzz. Riaccendi. Nulla. Aspetti. Ti sembra di averla vista. Partono due schiaffi nel vuoto. Poi un colpo al muro che lascia più danni dell’insetto. La zanzara, nel frattempo, probabilmente ti guarda e pensa che gli umani siano davvero una specie bizzarra.

Dracula, il vampiro, almeno, aveva un certo stile. Mantello nero, castello, bare, bianchissimi denti canini. E soprattutto un difetto di fabbrica: lo potevi sistemare per sempre infilandogli un paletto di legno nel cuore. La zanzara no. È piccola, velocissima, sfuggente e, soprattutto, democratica: non guarda in faccia nessuno. Ti trova al mare, in montagna, in giardino, sul balcone e perfino dentro casa, dove teoricamente dovresti sentirti al sicuro. Le mosche, al confronto, sono quasi dilettanti. Certo, si posano dove capita e magari, cinque minuti dopo, si accomodano sulla nostra forchetta. Ma ci consoliamo pensando agli anticorpi. La zanzara, invece, non viene a fare una passeggiata. Viene a pungere. E qualche volta, insieme al morso, può portarsi dietro qualcosa di molto meno innocuo del prurito.

A ricordarcelo, in questi giorni, sono i numeri del secondo bollettino dell’Istituto superiore di sanità sul West Nile virus: 141 casi confermati in Italia e sei decessi, con la circolazione del virus accertata in 50 Province e 16 Regioni. E improvvisamente quella che consideravamo la solita rompiscatole estiva assume un altro aspetto. Dei 141 casi, 64 hanno riguardato la forma neuro-invasiva, la più grave, compreso un caso importato dalle Maldive. Altri 27 casi sono stati individuati in donatori di sangue asintomatici, mentre 50 riguardano la febbre da West Nile. Tra questi c’è un caso importato dal Burkina Faso. Dei sei decessi notificati, uno è collegato a un caso di importazione. Numeri che non hanno bisogno di essere drammatizzati. Bastano da soli.

In Italia, a quanto pare, oltre ai migranti arrivano anche le zanzare. La circolazione delle zanzare portatrici del virus West Nile è stata confermata in Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. Anche il mio Molise ne ha registrato la presenza, infatti una persona di Toro, in provincia di Campobasso, il mese scorso è stata infettata dal virus West Nile. Diciamo che, se fosse una classifica turistica, non sarebbe esattamente quella che vorremmo vedere crescere.

Sono inoltre tre i casi di virus Usutu (colpisce soprattutto gli uccelli) segnalati tutti in Lombardia. Negli anni scorsi, i casi si erano verificati in Piemonte. E qui forse conviene smettere per un momento di ridere della zanzara. Perché abbiamo costruito un curioso rapporto con questo insetto: lo odiamo profondamente, ma lo consideriamo poco più di un inconveniente. Una tassa estiva, come il sudore, la sabbia nelle scarpe e quello che resta del ghiacciolo sulle dita dei bambini. Ci dà fastidio, sì. Ma non ci preoccupa. Finché non leggiamo i numeri. Il problema, infatti, non è la singola zanzara che ci ronza intorno alla testa. È la capacità di questi insetti di diventare vettori di virus, soprattutto quando caldo e condizioni ambientali favorevoli ne facilitano la proliferazione. Ed è qui che entrano in campo sorveglianza epidemiologica ed entomologica: parole poco sexy, ma decisamente più utili di una ciabatta lanciata contro il muro.

E le vacanze? Anche loro possono viaggiare. Poi ci sono Dengue, Chikungunya e Zika. Dal primo gennaio al 31 luglio 2026 sono stati registrati 192 casi confermati di dengue, tutti collegati a viaggi all’estero. In 125 casi, il probabile luogo di esposizione sono state le Maldive. Seguono 17 casi di Chikungunya, anch’essi tutti importati, e tre casi di virus Zika. Nessun decesso è stato segnalato per queste infezioni. Qui la questione diventa anche un fatto di costume. Perché viaggiamo sempre di più, spesso verso luoghi lontanissimi, ma continuiamo a pensare che le malattie infettive debbano restare dove le abbiamo lasciate. Non funziona proprio così. Un aereo porta persone, bagagli, souvenir discutibili e, talvolta, anche qualche virus. Per questo informarsi prima di partire non è da ipocondriaci: è semplicemente una forma di buon senso.

L’estate è bella. La zanzara un po’ meno. Nessuno vuole trasformare agosto in una puntata di un film catastrofico. Le zanzare fanno parte dell’estate, purtroppo. Come fanno parte dell’estate le finestre aperte, le cene all’aperto e la serata che sembrava perfetta fino a quando qualcuno non comincia a grattarsi una caviglia. Ma proprio perché siamo abituati a considerarle soltanto una seccatura, rischiamo di sottovalutarle. Dracula, almeno, aveva la cortesia di presentarsi. La zanzara no. Arriva senza invito, non bussa, non lascia il numero di telefono e se ne va prima ancora che tu riesca a darle una manata.

E adesso sappiamo che, in qualche caso, non lascia soltanto il prurito. Altro che il conte Dracula.

Isernia, 11 agosto 2026

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 Stelle cadenti e desideri nella notte di San Lorenzo

Una riflessione alla vigilia della notte di San Lorenzo, delle stelle cadenti e dei desideri.

Ogni anno, il 10 agosto, la Chiesa ricorda San Lorenzo. Le notizie sulla sua vita sono scarse. Originario della Spagna e più precisamente di Osca, in Aragona, alle falde dei Pirenei, il giovane Lorenzo frequenta gli studi umanistici e teologici a Saragozza, dove conosce il futuro Papa Sisto II, che è uno dei suoi insegnanti. Tra i due nasce un’amicizia fatta di stima e rispetto reciproco. Lorenzo e il futuro pontefice lasciano insieme la Spagna per Roma. Nel 258 d.C. l’imperatore Valeriano promulga un editto con cui manda a morte tutti i vescovi, i presbiteri e i diaconi cristiani. Papa Sisto II viene decapitato assieme a quattro diaconi durante una celebrazione eucaristica nelle catacombe di Pretestato. Anche Lorenzo viene arrestato. Secondo un’antica Passio, raccolta da sant’Ambrogio, Lorenzo viene bruciato su una graticola, un supplizio che ispirerà tante opere d’arte, detti popolari, ecc. Ma gli studi considerano leggendaria questa tradizione. L’imperatore Valeriano non ordina torture. Lorenzo muore decapitato come Sisto II e tanti altri. Il corpo viene deposto in una tomba sulla via Tiburtina. Su di essa, Costantino costruisce una basilica, poi ingrandita via via da Pelagio II e da Onorio III; e restaurata nel XX secolo, dopo i danni del bombardamento americano su Roma del 19 luglio 1943.

San Lorenzo è il patrono dei bibliotecari, dei cuochi, dei librai, dei pasticcieri, dei rosticcieri e dei lavoratori del vetro, oltre che di alcune città. Ma che cosa lega questo giovane santo con la notte delle stelle cadenti? Con i desideri? Secondo la tradizione cristiana, le stelle cadenti, che nella notte del 10 agosto sciamano nel cielo, sono i lapilli sfuggiti dalle fiamme della graticola su cui Lorenzo viene arso. Un’altra leggenda, nelle stelle cadenti vuole immaginare le sue lacrime.

Ma cos’è il “desiderio”? Cosa significa questo sostantivo? È una parola che viene dal latino, composto dalla preposizione – de e dal lemma – sidus, che significa “stella”. Il desiderio, dunque, ha a che fare con le stelle. Per desiderare bisogna alzare gli occhi al cielo, guardare in alto, guardare le stelle. Un’azione propria, specifica già dell’Homo erectus che lo differenzia dagli animali. Giulio Cesare nel suo diario di guerra, ovvero nell’opera storica Commentarii de bello gallico, un’opera che documenta la conquista della Gallia, descrive anche l’accampamento a fine battaglia: i soldati sopravvissuti, benché spossati, aspettano, nella notte, i compagni non ancora tornati. Cesare chiama coloro che attendono gli amici sotto le stelle: “desiderantes”, i desideranti.

Una piccola osservazione non semplicemente linguistica: attenzione a non confondere il desiderio con il capriccio, col fare quello che si vuole. Quando parliamo di desiderio pensiamo a ciò che dà senso alla vita, a quello che non dissipa, disperde la vita. Il desiderio allora è una forza, una spinta, una vocazione che dà senso, che dà profondità alla nostra esistenza. Come persone mature e consapevoli poniamoci il problema e la domanda se è ancora il desiderio che dà senso alla vita. Che la accende, che la alimenta.

Oggi viviamo un tempo di “crisi” segnato dalla perdita, dal tramonto del desiderio. È tanto curioso come in questo periodo nel quale si vive in mezzo a tanti capricci, a una “libertà di massa” senza che questa sia attraversata e fecondata da un autentico, vero, profondo desiderio.

Charles Horton Cooley, sociologo statunitense, parlava del “sé rispecchiato”, per descrivere il modo in cui ciascuno costruisce la propria identità immaginando come viene visto dagli altri. Altri studiosi avrebbero poi approfondito ulteriormente questa intuizione, mostrando come il sé nasca attraverso l’interazione simbolica e l’assunzione del punto di vista altrui. Non diventiamo persone da soli: diventiamo noi stessi attraverso la relazione.

Attualmente, una quota crescente dell’approvazione sociale passa attraverso piattaforme, reti, ambienti mediali e sistemi algoritmici. I più giovani fanno esperienza del sé anche mediante like, visualizzazioni, commenti, condivisioni, classifiche implicite ed esplicite. Il rischio è che la percezione del proprio valore venga sempre più legata a metriche immediate, instabili, spesso opache, governate da logiche di visibilità e di competizione. In un ecosistema del genere, il confine tra riconoscimento e approvazione è sottile, e quello tra fiducia personale e dipendenza dal consenso ancora più fragile. Anche il desiderio è catturato da questi incredibili meccanismi che ci hanno travolto.

Da un punto di vista clinico, diciamo a metà strada tra sociologia e psicologia, c’è oggigiorno difficoltà, fatica a desiderare. Alcune forme di patologie, purtroppo sempre più diffuse tra i giovanissimi, come l’anoressia, la bulimia, la tossicomania, ma anche l’alcolismo, la violenza, la dipendenza sempre più ossessiva dagli oggetti tecnologici può essere spiegata e avere una sua radice nella difficoltà, fatica di desiderare, nella “non esperienza” e assenza di desiderio che caratterizza sempre più tante esistenze.

Gli elementi chiave che caratterizzano la società digitale mettono in luce gli effetti più critici che emergono dall’evoluzione, ormai in atto da tempo, nelle dinamiche comunicative e relazionali. La tendenza più diffusa è quella di “vetrinizzare”, cioè di esporre le nostre vite. Un costante bisogno di essere sostenuti, rassicurati, accettati. Un continuo confronto con gli altri teso ad ottenere la loro approvazione.

Sulla base di questo andamento anche la prospettiva della propria realizzazione personale è cambiata, così come il riuscire a prefissarsi nuovi obiettivi e nuovi traguardi da raggiungere. Un tempo le ragazzine sognavano di diventare dottoresse, avvocatesse, insegnanti o di intraprendere altri mestieri comuni, ma oggi sognano diventare qualcosa di più sofisticato. Ad esempio, ambiscono a divenire Influencer (una persona famosa sui social media che riesce a orientare i gusti, le idee e le scelte di acquisto delle persone) o Fashion Blogger ( un esperto o un appassionato di moda, a metà strada tra il giornalista e il fotografo, che sui social network , tramite il suo blog, dà consigli e orienta i gusti altrui su abbigliamento,stile e tendenze). Un’evoluzione sociale, quella attuale, nella quale la rappresentazione di sé diventa un susseguirsi di eventi pubblici che creano uno scollamento tra ciò che siamo e ciò che rappresentiamo di noi.

A un processo di costruzione identitaria basato sulla conoscenza e sull’etica si sta sostituendo una rappresentazione del sé tutta volta a ottenere la migliore performance possibile presso il proprio pubblico. Basti pensare all’esigenza di ottenere tanti “like” (un segno di approvazione) su Facebook o tanti “cuoricini” su Instagram per sentirsi più felici e soddisfatti. La “vetrinizzazione” delle nostre vite, l’immagine di sé diventa oggetto – altro da sé. Esporsi in vetrina significa portare la propria esistenza alla costruzione di un io iperfluido. Assistiamo, passivamente, al radicarsi di modelli di reti sociali basati su un sistema di relazioni ansiogene non più relazioni tra individui, ma relazione tra individuo e il suo pubblico.

I social sono il luogo della democratizzazione del privato, dell’autorappresentazione, dell’autonarrazione, dell’autocomunicazione di massa, dove si realizza la proiezione che ciascuno vuole dare di se stesso agli altri ed anche il luogo per eccellenza dove gli altri attraverso il loro gradimento ci ridefiniscono. Potremmo definirla una “passerella virtuale”, dove mettersi alla prova. Forse un po’ più di carne e un po’ meno di “vetrinizzazione” a tutti i costi, dovrebbe farci comprendere che non accade nulla e che non succede nulla di particolarmente sconvolgente.

Stiamo molto attenti, perché la direzione presa va verso una società che vive per il consumo e trasforma tutto in merce da vendere. Tuttavia, continuiamo ad assistere inermi, non lottiamo abbastanza e non ci sono abbastanza stimoli per farlo.

Se mi si chiedesse, oggi, qual è il desiderio che affiderei tra poche ore ad una stella, rischierei di dare una risposta scontata. Di getto così risponderei davvero: la pace nel mondo. Non vorrei più vedere bambini straziati dalla paura e dal dolore, senza genitori, abbandonati sotto il sole rovente sui tanti campi di sterminio, che fuggono da un passato violento e di fame, e rischiano un futuro pieno di incognite. Vorrei vivere in una società meritocratica dove i sacrifici contano davvero per raggiungere gli obiettivi. Vorrei veder lasciato alle nuove generazioni un mondo migliore di quello che noi abbiamo trovato e non abbiamo saputo vivere come dovevamo. E ogni giorno i diritti violati, le guerre, i disastri, i soprusi dell’uomo verso se stesso e la natura ce lo ricordano.

Per questo, il mio più grande desiderio è vincere l’indifferenza.

Isernia, 9 agosto 2026

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Keynes: l’economista che è ancora attuale

Ci sono economisti che elaborano modelli destinati a rimanere confinati nelle università e altri che riescono a cambiare il modo in cui governi, imprese e cittadini comprendono il funzionamento dell’economia. John Maynard Keynes (1883 – 1946), l’economista inglese padre della macroeconomia moderna, appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. A quasi un secolo dalla pubblicazione della sua opera più importante “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936)”, molte delle sue intuizioni continuano a essere indispensabili per interpretare le crisi economiche e le decisioni di politica economica.

A ottant’anni dalla sua morte Keynes appare meno come un economista del passato che come un inviato dal futuro. La sua grande intuizione non riguardava soltanto il funzionamento dei mercati o la meccanica della spesa pubblica. Riguardava una questione più radicale: come agiscono gli uomini quando il futuro è ignoto.

La grandezza di Keynes non consiste soltanto nell’aver proposto nuove soluzioni, ma nell’aver cambiato il modo stesso di osservare l’economia. Prima di lui prevaleva un’idea molto semplice che si rifaceva al pensiero del famoso filosofo ed economista irlandese, Adam Smith (1723 – 1790): il mercato, se lasciato libero di operare, avrebbe sempre trovato spontaneamente il proprio equilibrio. Se esisteva disoccupazione, significava che salari e prezzi non si erano ancora adeguati; bastava attendere e il sistema sarebbe tornato alla piena occupazione.

Poi arrivò la “Grande Depressione” del 1929. Milioni di persone persero il lavoro, migliaia di imprese fallirono e la produzione crollò in tutto il mondo. La crisi durò anni, smentendo l’idea che il mercato fosse sempre capace di correggersi da solo in tempi ragionevoli.

Keynes partì proprio da questa constatazione. Un economista, sosteneva, deve anzitutto spiegare la realtà. Se i fatti contraddicono una teoria, non sono i fatti a essere sbagliati: è la teoria che deve essere rivista.

Fu una vera rivoluzione scientifica. Keynes comprese che l’economia di un Paese non può essere interpretata semplicemente come la somma dei comportamenti dei singoli individui. Esistono fenomeni collettivi che seguono regole proprie. Nasce così la moderna macroeconomia, cioè lo studio dell’economia nel suo complesso: produzione, occupazione, investimenti, consumi e crescita.

L’intuizione centrale della sua teoria è tanto semplice quanto profonda: un’economia può rimanere bloccata per lungo tempo in una situazione di bassa produzione e alta disoccupazione non perché manchino lavoratori capaci o imprese efficienti, ma perché manca la domanda complessiva di beni e servizi. Questo è il cuore della rivoluzione keynesiana.

Per comprenderlo basta un esempio. Immaginiamo un negozio che vende sempre meno. Il proprietario riduce gli ordini ai fornitori, rinvia nuovi investimenti e licenzia alcuni dipendenti. Chi perde il lavoro dispone di un reddito decisamente inferiore e riduce i propri acquisti. Di conseguenza altri negozi vendono meno, licenziano altro personale e la crisi si estende.

Nessuno dei protagonisti si comporta in modo irrazionale. Ognuno cerca semplicemente di proteggere la propria attività o la propria famiglia. Tuttavia la somma di decisioni individualmente prudenti produce un risultato collettivamente negativo.

Da qui deriva un altro celebre concetto di Keynes: il paradosso del risparmio. Per una famiglia è certamente prudente risparmiare di più. Ma se tutte le famiglie, contemporaneamente, riducono i consumi, le imprese vendono meno, producono meno, investono meno e licenziano lavoratori. Alla fine il reddito nazionale diminuisce e perfino il risparmio complessivo del Paese può ridursi.

La domanda aggregata, cioè la spesa complessiva di famiglie, imprese, Stato e operatori esteri, diventa quindi la variabile decisiva. Un imprenditore non assume nuovi dipendenti semplicemente perché il costo del lavoro diminuisce; li assume se ritiene di poter vendere ciò che produrrà. Se non prevede clienti, anche salari più bassi non bastano a convincerlo a investire.

Un altro contributo fondamentale di Keynes riguarda l’incertezza. Egli osservava che il futuro non è semplicemente rischioso, ma in larga misura imprevedibile. Nessuno può conoscere con certezza l’evoluzione dell’economia, dei mercati o della politica. Per questo motivo le decisioni degli imprenditori dipendono anche dalla fiducia e dalle aspettative.

Keynes definiva questa componente psicologica “animal spirits”: le diverse e imprevedibili motivazioni unite a quella miscela di fiducia, ottimismo e propensione al rischio che induce gli imprenditori a investire. Quando questa fiducia viene meno, gli investimenti rallentano e l’economia può entrare rapidamente in recessione anche se le capacità produttive del Paese restano intatte.

È difficile trovare un’idea più attuale. La crisi finanziaria del 2008, la pandemia del 2020 e molte delle difficoltà economiche degli ultimi anni hanno dimostrato quanto la fiducia possa influenzare consumi, investimenti e occupazione.

Da questa analisi deriva anche il ruolo dello Stato. Spesso Keynes viene presentato come il teorico della spesa pubblica senza limiti. È una rappresentazione semplicistica e sostanzialmente scorretta.

Keynes non era contrario all’economia di mercato, né proponeva di sostituirla con la pianificazione statale. Era convinto che il mercato fosse il miglior meccanismo per creare ricchezza, ma riteneva che, durante le grandi crisi, esso potesse entrare in una spirale dalla quale non riusciva a uscire rapidamente da solo.

In queste circostanze lo Stato deve sostenere temporaneamente la domanda attraverso investimenti pubblici, riduzioni fiscali o altri interventi capaci di evitare il crollo della produzione e dell’occupazione. Non si tratta di sostituire il mercato, ma di aiutarlo a ritrovare condizioni di funzionamento normali.

Per la stessa ragione Keynes non considerava il deficit pubblico una virtù permanente. Riteneva invece che la politica di bilancio dovesse essere anticiclica: sostenere l’economia durante le recessioni e ricostruire gli equilibri di finanza pubblica quando la crescita riprende. Il disavanzo era uno strumento eccezionale, non un obiettivo.

Molte istituzioni economiche moderne riflettono ancora oggi questa impostazione. Gli ammortizzatori sociali, i sussidi di disoccupazione, gli investimenti pubblici anticiclici e perfino il coordinamento tra politica fiscale e politica monetaria nascono dalla consapevolezza che una grave caduta della domanda può produrre effetti economici e sociali molto più costosi dell’intervento pubblico destinato a contrastarla.

Naturalmente Keynes non aveva risposta a ogni problema. Alcune sue conclusioni riflettevano il contesto storico degli anni Trenta e sono state corrette, integrate o sviluppate dagli economisti successivi. Ma il nucleo della sua riflessione conserva una straordinaria attualità: un’economia non è una macchina perfetta che torna automaticamente in equilibrio. È un sistema complesso nel quale aspettative, fiducia, investimenti, domanda e istituzioni pubbliche interagiscono continuamente.

Per questo Keynes, di cui – grazie al compianto mio professore Federico Caffè che ne fu uno dei principali diffusori della sua dottrina in Italia – ho avuto modo di apprezzarne le teorie, continua a essere studiato nelle università di tutto il mondo. Non perché abbia fornito ricette valide per ogni epoca, ma perché ha insegnato agli economisti un metodo: osservare la realtà prima delle teorie e costruire le teorie a partire dalla realtà.

Ed è forse proprio questo il suo lascito più importante. Ogni volta che un governo, di fronte a una grave recessione, si domanda se sia opportuno intervenire per sostenere famiglie, imprese e occupazione, sta affrontando una questione che Keynes pose quasi un secolo fa. Le risposte possono essere diverse, ma il modo stesso di formulare quella domanda rappresenta ancora oggi il segno più duraturo della rivoluzione keynesiana.

Isernia, 5 agosto 2026

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La pausa estiva

È agosto. Tutto rallenta. Le trasmissioni politiche che per undici mesi affrontano ogni argomento come fosse una questione di vita o di morte hanno già abbassato la serranda e riapriranno a settembre inoltrato. Come se il Paese, con encomiabile spirito di collaborazione, avesse deciso di sospendere i problemi fino al rientro dei conduttori.

D’un tratto il dibattito si fa più leggero. Gli sbarchi non occupano più ogni apertura di telegiornale, la criminalità sembra meno urgente di quanto apparisse a luglio e perfino gli argomenti che fino a pochi giorni prima infiammavano i talk show si prendono una pausa. Chissà, forse hanno letto il calendario dei lavori parlamentari e, per educazione istituzionale, hanno deciso di adeguarsi.

Anche la sanità sembra beneficiare dell’atmosfera vacanziera. Le liste d’attesa smettono di occupare le prime pagine, i pronto soccorso scompaiono dal dibattito pubblico e i tetti delle scuole ancora da bonificare sembrano improvvisamente meno impellenti. Eppure settembre arriva sempre con sorprendente puntualità.

Gli unici che sembrano lavorare freneticamente sono gli operai, spesso stranieri, impegnati nei cantieri delle strade e autostrade in mezzo a un traffico infernale. Di notte? Figuriamoci. Sarebbe troppo semplice. Molto meglio intervenire quando milioni di automobilisti sono già in coda. È forse una delle poche tradizioni bipartisan che governi di ogni colore hanno custodito con ammirevole continuità. Più che un piano della viabilità, sembra una rievocazione storica. Ogni estate, puntuale come il panettone a Natale, si celebra il rito nazionale dell’incolonnamento.

Ma torniamo alla politica. Formalmente il Parlamento non chiude: semplicemente sospende per alcune settimane i lavori ordinari. Eppure, agli occhi dei cittadini, l’impressione è spesso diversa. L’istituzione chiamata a legiferare rallenta proprio mentre il resto del Paese continua a funzionare. Il messaggio percepito rischia di essere questo: “Se possiamo aspettare noi, possono aspettare anche i problemi”. Rispettare le leggi è importante. Dare l’esempio lo è ancora di più. Un parlamentare che continua a lavorare trasmette anche l’idea che il servizio pubblico venga prima della comodità personale.

È lo stesso principio che ogni estate guida il medico che rinuncia a un turno di ferie perché il pronto soccorso è sotto organico, l’infermiere, il vigile del fuoco, il poliziotto, il macchinista o chiunque continui a garantire servizi essenziali mentre il Paese è in vacanza. Ma certo, ci sono gli uffici mezzi vuoti, le commissioni rinviate, le agende da riallineare. E magari la buvette di Montecitorio che rischia persino di restare senza brioche appena sfornate. Un’emergenza che nessuna democrazia dovrebbe essere costretta ad affrontare.

La politica ama definirsi “al servizio del Paese”. Espressione nobile, naturalmente. Solo che ad agosto quel servizio sembra seguire gli orari del negozio sotto casa: “chiuso per ferie, ci rivediamo a settembre.” Nel frattempo, i problemi sono gentilmente pregati di attendere il proprio turno. Insomma, ad agosto tutto sembra quasi uno scherzo. Perfino la politica. E viene da chiedersi se il cartello da appendere al portone non dovrebbe essere: “Pausa estiva dei lavori. Le emergenze sono pregate di ripresentarsi alla riapertura.” Quanto al resto dell’anno, cambia soprattutto la scenografia. Lo spettacolo continua. Solo con le luci accese.

Isernia, 2 agosto 2026

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Gli arsenali a secco

C’è una certa attinenza fra i due capi che siedono, uno alla Casa Bianca e l’altro al Cremlino. Trump ha affrontato la guerra contro l’Iran con la stessa mentalità con cui Putin ha invaso l’Ucraina: la convinzione che bastino superiorità militare, bombardamenti e minacce per piegare rapidamente un Paese e costringerlo alla resa.

È la concezione bellica di due uomini rimasti nel secolo scorso. Due ruderi umani ormai pronti per l’indifferenziata, convinti che la politica internazionale funzioni ancora come ai tempi degli imperi, quando bastava mostrare i cannoni, radere al suolo qualche città e aspettare che il nemico sventolasse bandiera bianca.

Putin pensava di risolvere la guerra in pochi giorni. Trump immaginava di mettere in ginocchio l’Iran con una campagna militare breve, devastante e senza conseguenze durature. Entrambi hanno confuso la potenza di fuoco con la vittoria politica, dimenticando che distruggere infrastrutture, basi militari e depositi non significa necessariamente spezzare la volontà di un Paese.

L’Iran può essere colpito duramente, ma possiede territorio, popolazione, apparati militari distribuiti e una lunga esperienza nella guerra asimmetrica. Non deve sconfiggere frontalmente gli Stati Uniti. Gli basta resistere, disperdere i propri sistemi, utilizzare droni e missili relativamente economici e costringere Washington a consumare armamenti molto più costosi per attaccare e difendersi.

È qui che la propaganda di Trump incontra la realtà. Le guerre non si combattono con le dichiarazioni, con i post o con le promesse di annientamento. Servono missili da crociera, bombe guidate, intercettori, ricambi, personale e una capacità industriale in grado di sostituire ciò che viene utilizzato.

Un missile si lancia in pochi secondi, ma per costruirne uno nuovo possono servire mesi. Ogni attacco contro l’Iran consuma munizioni offensive. Ogni risposta iraniana obbliga gli Stati Uniti a usare altri sistemi per proteggere basi, navi e soldati. Il conto, quindi, viene pagato due volte: per colpire e per difendersi dalle conseguenze del colpo.

Il problema non è che l’America abbia improvvisamente svuotato tutti i propri arsenali. Il problema è che alcune munizioni vengono consumate più rapidamente di quanto possano essere prodotte. Ed è un dettaglio che cambia completamente il significato della guerra. Si può essere la più grande potenza militare del pianeta e scoprire comunque che i magazzini non sono infiniti.

Trump continua a parlare come se l’Iran potesse essere bombardato fino alla resa senza limiti di tempo, di costi e di materiali. Dal Pentagono, però, sono costretti a ricordargli che una guerra lunga non si sostiene con la teatralità presidenziale. Si sostiene con fabbriche, contratti, catene di approvvigionamento e anni di programmazione industriale.

È lo stesso errore di Putin: iniziare una guerra immaginando che sia breve e poi trovarsi prigionieri della propria propaganda. Quando il risultato promesso non arriva, fermarsi significa ammettere il fallimento. Continuare, però, significa consumare uomini, denaro, munizioni e credibilità nel tentativo di dimostrare che la decisione iniziale fosse giusta.

Trump e Putin appartengono alla stessa vecchia scuola del potere muscolare. Credono che la paura possa sostituire la strategia, che la distruzione produca automaticamente obbedienza e che un capo non debba mai mostrare prudenza. Ma la prudenza non è debolezza. È ciò che distingue uno statista da un uomo che gioca alla guerra con la vita degli altri.

L’Iran può subire danni enormi senza accettare le condizioni americane. Può continuare a rispondere, alzare il costo del conflitto e aspettare che siano gli Stati Uniti a chiedersi quanto ancora convenga proseguire. Una guerra di logoramento non viene necessariamente vinta da chi possiede l’arma migliore, ma da chi riesce a sostenere più a lungo il prezzo politico, economico e militare dello scontro.

Trump voleva dimostrare che nessuno può resistere alla potenza americana. Rischia invece di dimostrare che anche l’America ha dei limiti e che nessun arsenale consente di bombardare all’infinito.

Due uomini vetusti, due visioni vecchie e lo stesso errore: credere che il mondo sia rimasto fermo al Novecento. Poi arriva la realtà, apre i magazzini e presenta il conto.

Isernia, 29 luglio 2026

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L’utile cretino

Non sempre la storia si serve di uomini illuminati. A volte utilizza personaggi arroganti, contraddittori e persino pericolosi per compiere quel lavoro sporco che statisti più raffinati hanno rinviato per decenni. Donald Trump potrebbe essere esattamente questo: l’utile cretino incaricato di chiudere una fase storica, prima di essere a sua volta consegnato alla storia.

Trump non possiede una dottrina internazionale coerente. Ragiona per rapporti di forza, interessi immediati e minacce economiche. Eppure, mentre crede di difendere soltanto l’America, sta contribuendo a demolire un sistema nel quale regimi teocratici e dittature politiche hanno trasformato la globalizzazione in un gigantesco strumento di ricatto.

Il problema non riguarda soltanto l’Iran, Hamas, Hezbollah o gli Houthi. Riguarda anche la Russia e la Cina. Cambiano l’ideologia, la bandiera e la liturgia del potere, ma il metodo rimane sostanzialmente lo stesso: utilizzare le relazioni economiche con l’Occidente per rafforzarsi e, una volta diventati indispensabili, usare quella dipendenza contro chi li ha finanziati.

L’Iran ha impiegato per decenni le entrate energetiche per sostenere milizie e organizzazioni armate, destabilizzando il Medio Oriente e minacciando alcune delle rotte commerciali più importanti del mondo. La Russia ha trasformato gas, petrolio e materie prime in armi politiche, convinta che la dipendenza energetica europea le avrebbe garantito libertà d’azione. La Cina ha costruito una parte della propria potenza grazie ai mercati occidentali, alle tecnologie straniere e alla delocalizzazione industriale, continuando però a mantenere un sistema politico chiuso, autoritario e incompatibile con una reale reciprocità economica.

Per anni l’Occidente ha creduto che il commercio avrebbe trasformato questi regimi. È accaduto il contrario. Sono stati i regimi a usare il commercio per condizionare l’Occidente.

Abbiamo immaginato che il benessere avrebbe prodotto democrazia, che gli scambi economici avrebbero favorito la moderazione e che l’ingresso nei mercati globali avrebbe gradualmente indebolito le strutture autoritarie. In realtà, le élite al potere hanno utilizzato la ricchezza per rafforzare gli apparati militari, controllare l’informazione, acquistare consenso interno e aumentare la propria capacità di pressione internazionale.

Ogni concessione è stata interpretata come debolezza. Ogni accordo come una pausa tattica. Ogni apertura commerciale come un’occasione per diventare più forti senza rinunciare a nulla.

La Russia ha continuato a considerare i Paesi confinanti come territori sottoposti alla propria influenza. La Cina ha preteso libero accesso ai mercati occidentali mantenendo forti limitazioni al proprio mercato interno, sostenendo imprese strategiche e costruendo dipendenze industriali difficili da spezzare. Le teocrazie hanno continuato a finanziare milizie e movimenti armati, negoziando mentre preparavano il ricatto successivo.

Il punto non è quindi religioso, comunista, nazionalista o ideologico. Il problema è la natura stessa del regime.

Una democrazia può cambiare governo, correggere una politica, riconoscere un errore e raggiungere un compromesso. Un regime autoritario, invece, identifica spesso la propria sopravvivenza con la sconfitta politica dell’avversario. Non cerca necessariamente una pace stabile, perché una pace autentica richiederebbe trasparenza, reciprocità e rispetto delle regole. Tutte condizioni che limiterebbero il potere assoluto delle élite che lo governano.

Pensare di costruire rapporti diplomatici ed economici normali con questi sistemi si è rivelato un errore. Non perché ogni trattativa sia inutile, ma perché un accordo ha valore soltanto quando entrambe le parti considerano la parola data un vincolo. Quando una delle due usa il negoziato soltanto per guadagnare tempo, aggirare sanzioni o consolidare le proprie posizioni, il compromesso diventa una resa differita.

Trump sta facendo il lavoro sporco perché non crede più alla vecchia liturgia diplomatica. Non si fida delle istituzioni internazionali, considera il commercio un campo di battaglia e tratta alleati e avversari come concorrenti economici. È una visione rozza, spesso pericolosa e priva di profondità strategica, ma ha il merito involontario di aver spezzato un’illusione: quella secondo cui sarebbe stato possibile integrare indefinitamente i regimi autoritari nell’economia mondiale senza subirne le conseguenze.

Dazi, sanzioni, riarmo, controllo delle tecnologie strategiche, diversificazione energetica e ritorno delle produzioni industriali non sono fenomeni isolati. Sono il segnale che la globalizzazione ingenua è terminata. Il mondo sta tornando a dividersi tra sistemi che, pur con tutti i propri difetti, riconoscono la libertà politica e sistemi che utilizzano economia, energia e tecnologia per consolidare il controllo interno e condizionare gli altri.

Non significa che Russia, Cina o Iran possano essere cancellati dalla carta geografica. Significa che devono essere contenuti, limitati e privati della possibilità di trasformare le dipendenze occidentali in armi politiche.

Con la Cina sarà necessario non solo ridurre la dipendenza industriale e tecnologica senza provocare il collasso degli scambi mondiali, ma anche contrastarne l’acquisizione di aziende estere in crisi o PMI strategiche (in Europa e in Italia) nei settori della meccanica, robotica e automotive (come gli investimenti nei veicoli elettrici) e di infrastrutture in porti strategici (soprattutto in Europa e nel Mediterraneo). Allo stesso modo, limitarne il controllo di miniere di litio, cobalto e terre rare in Africa, Sud America e Asia per la transizione energetica, oltre alle partecipazioni in giacimenti di petrolio e gas naturale a livello globale. Inoltre, nel campo dell’agricoltura, ostacolarne l’acquisto di terreni coltivabili e aziende di sementi e logistica alimentare per la sicurezza alimentare interna. Un impegno sommamente difficile da sostenere, ma indispensabile se vogliamo sopravvivere, noi italiani e popoli europei, in modo dignitoso. Con la Russia, più semplicemente, sarà indispensabile impedire che l’energia torni a essere uno strumento di pressione politica. Con l’Iran e i suoi satelliti occorrerà evitare che le principali rotte commerciali rimangano ostaggio di milizie finanziate da un regime teocratico.

Trump probabilmente non comprende fino in fondo questa trasformazione. Crede di essere il grande stratega del nuovo ordine mondiale, mentre potrebbe esserne soltanto l’ariete. L’uomo incaricato di demolire un sistema ormai insostenibile, senza avere né la cultura né la lucidità necessarie per costruire quello successivo.

Ed è proprio qui che emerge il paradosso. L’utile cretino potrebbe svolgere una funzione storica fondamentale: costringere l’Occidente a smettere di finanziare i propri avversari, a proteggere le proprie industrie, a difendere le proprie rotte commerciali e a comprendere che la pace non si costruisce comprando il silenzio dei regimi.

Una volta completato il lavoro, anche Trump verrà messo da parte. Perché la forza può abbattere un sistema, ma difficilmente è capace di sostituirlo con qualcosa di migliore.

Alla fine potrebbe essere ricordato non come il fondatore di un nuovo ordine mondiale, ma come l’uomo che ha distrutto l’illusione del vecchio. L’utile cretino che, per istinto, vanità e brutalità, avrà costretto le democrazie a comprendere una verità che avrebbero dovuto capire molto prima: con i regimi si può negoziare una tregua, ma non si può costruire una fiducia.

Isernia, 26 luglio 2026

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La verità rubata

Ѐ il 19 luglio 1992 quando la mafia uccide Paolo Borsellino e la sua scorta, facendoli saltare in aria a via D’Amelio, nel centro di Palermo. E da 34 anni la nostra bellissima e disgraziata Italia, ogni mese di luglio, si presenta in quel triste luogo con la faccia contrita e la voce rotta, fingendo di ricordare ciò che non ha mai voluto davvero sapere. La verità torna a bussare come un pugno sul tavolo.

E quella verità ha il volto di Salvatore Borsellino, il fratello minore di Paolo, che da più di trent’anni non permette allo Stato di trasformare via D’Amelio in una liturgia innocua.

Mentre la politica continua ad evocare Paolo Borsellino come un santino da campagna elettorale, Salvatore ci ricorda che lo stesso Stato, che oggi lo celebra, ha smontato gli strumenti che suo fratello e Falcone avevano costruito per colpire la mafia: 41 bis indebolito, ergastolo ostativo svuotato, norme sui collaboratori di giustizia rese innocue, intercettazioni ridotte a fastidio.

Tutto ciò che costituiva l’ossatura del decreto Falcone è stato eroso, mentre la Sicilia, e non solo, si riempie di ergastolani tornati liberi senza aver mai collaborato, uomini che dal carcere continuano a comandare le loro famiglie mafiose.

E mentre questo accade, c’è chi tenta perfino di appropriarsi del palco di via D’Amelio, come se la memoria fosse un bene da intestarsi. Ma la memoria non si compra, non si occupa, non si sequestra: si difende, impedendo ai politici di trasformare la commemorazione in una passerella.

Poi c’è la ferita che non si rimargina: l’agenda rossa!

La scatola nera della strage. Il punto che nessuno vuole toccare. L’oggetto che il magistrato Borsellino portava sempre con sé, l’unico luogo dove annotava ciò che stava scoprendo, ciò che aveva intuito, ciò che avrebbe dovuto riferire alla magistratura. Un’agenda che non è stata inghiottita dall’esplosione, ma sottratta nei minuti successivi da mani che non erano mani di mafiosi. Mani che indossavano una divisa dello Stato. Mani che non dovevano essere lì. Mani che hanno portato via la verità. Quell’agenda è la prova che Paolo Borsellino stava lavorando su qualcosa di enorme, qualcosa che non doveva uscire da quella macchina.

La verità non è una cerimonia. Non è un palco da occupare. Non è un microfono da brandire. È un’agenda rossa scomparsa, rubata da mani che non dovevano toccarla. È un magistrato eliminato perché aveva scoperto ciò che non doveva essere svelato.

E allora basta con le commemorazioni che servono solo a coprire ciò che non si vuole dire. Basta con chi nomina Paolo Borsellino senza difendere ciò per cui è stato ucciso. Basta con chi parla di legalità mentre calpesta la verità. È una famiglia, quella di Borsellino, che da trent’anni lotta contro un muro di silenzi, omissioni, menzogne.

Via D’Amelio non è un luogo di celebrazione. È un luogo di colpa. E finché l’agenda rossa non tornerà alla luce, finché non saranno individuate tutte le responsabilità, finché non verrà detto ciò che deve essere detto, nessuno dovrebbe permettersi di pronunciare quel nome. Paolo Borsellino non è un simbolo da usare: è una verità rubata. E chi non è disposto a restituirla non dovrebbe neanche nominarlo.

Isernia, 21 luglio 2026

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La vana ricerca di una buona legge elettorale

Ѐ da tempo, ormai, che la politica non cerca più gli elettori. Eppure, non dovrebbe essere questa la prima missione della politica? Conquistare gli elettori. Convincerli. Meritare la loro fiducia. E invece il dibattito sembra ruotare attorno ad altro. Strategie, alleanze, collegi, premi di maggioranza, soglie di sbarramento.

E, naturalmente, la legge elettorale. Ogni stagione politica ha la sua. Ogni maggioranza vuole riscriverla. Ogni opposizione la contesta. Come se il destino del Paese dipendesse dal modo in cui si assegnano i seggi e non dalla capacità di restituire ai cittadini la voglia di partecipare.

Una legge elettorale dovrebbe garantire rappresentanza, stabilità e trasparenza. Troppo spesso, invece, dà l’impressione di essere costruita per favorire qualcuno. Si cambiano le regole, ma non cambia il risultato: pochi decidono, molti si limitano a ratificare. Gli elettori pagano il conto, ma il menù lo scelgono altri.

Eppure la vera competizione democratica non dovrebbe consistere nel sottrarre qualche punto percentuale alla destra o alla sinistra. Quella è normale dialettica politica. La vera sfida è un’altra: riportare alle urne milioni di cittadini che hanno smesso di credere che il loro voto possa cambiare qualcosa. È questa la domanda che dovrebbe tormentare ogni partito: perché sempre più italiani scelgono di non scegliere?

Finché non si avrà il coraggio di affrontarla, continueremo ad assistere allo stesso spettacolo: una maggioranza impegnata a delegittimare l’opposizione e un’opposizione che risponde con identica intensità. Uno scontro permanente che produce molto rumore e poche idee. Il confronto è stato sostituito dalla tifoseria. Le argomentazioni dagli slogan. Le visioni dalle convenienze.

Intanto il mondo cambia con una velocità senza precedenti. L’Intelligenza Artificiale sta trasformando il lavoro, l’economia, la scuola, la sanità, perfino il modo in cui si forma l’opinione pubblica.

Questa dovrebbe essere la grande discussione nazionale. Come preparare il Paese alle sfide dei prossimi vent’anni. Come difendere la libertà nell’era degli algoritmi. Come creare nuove opportunità per le giovani generazioni. Invece continuiamo a consumare energie nelle contrapposizioni del passato.

La Costituzione è il fondamento della nostra Repubblica e nessuno ne mette in discussione il valore. Ma una Costituzione non vive di continue evocazioni. Vive quando i suoi principi si trasformano in politiche capaci di migliorare la vita delle persone.

Anche il rapporto tra eletto ed elettore merita di essere ripensato. Chi si candida dovrebbe chiedere il consenso mettendoci il volto, il nome, la storia personale e la responsabilità delle proprie idee. Il simbolo del partito è importante, ma non può sostituire la persona.

La fiducia, prima ancora che ai partiti, appartiene agli uomini e alle donne che li rappresentano. Solo così un cittadino potrà sentirsi davvero libero di scegliere il candidato che ritiene migliore, anche quando appartiene a uno schieramento diverso dal proprio.

Questa non è debolezza. È la forma più alta della democrazia. Perché la democrazia non consiste nel costruire regole che assicurino la vittoria di qualcuno. Consiste nel creare le condizioni perché ogni cittadino abbia ancora voglia di votare.

Quando la politica smetterà di preoccuparsi di vincere le elezioni e tornerà a preoccuparsi di conquistare gli elettori, forse avremo ritrovato non solo una buona legge elettorale. Avremo ritrovato la democrazia.

Isernia, 20 luglio 2026

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Il caso Ruggero

Il gioielliere Mario Roggero ha 72 anni. La Cassazione ha confermato la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo. Considerata la sua età, è un ergastolo di fatto.

La legge afferma che la legittima difesa termina quando cessa il pericolo. I rapinatori erano usciti dal negozio e Roggero li inseguì sparando. È su questo punto che si fondano tre gradi di giudizio. Ma una sentenza può essere formalmente coerente con la legge e apparire comunque profondamente ingiusta nella sostanza.

Roggero non uscì di casa per uccidere. Non preparò un agguato e non scelse le proprie vittime. Furono i rapinatori a entrare armati (con delle pistole che poi si rivelarono essere finte) nella sua attività, a terrorizzare lui e la sua famiglia e a creare una situazione nella quale paura, rabbia e lucidità finirono inevitabilmente per confondersi. Senza quella rapina, nessuno sarebbe morto e Roggero non starebbe entrando in carcere.

Uno Stato civile non può autorizzare la vendetta privata. Ma non può neppure trattare un commerciante appena rapinato come un assassino comune, ignorando chi abbia provocato la tragedia. Durante un assalto armato non esiste un interruttore capace di spegnere istantaneamente paura e adrenalina nel momento esatto in cui il rapinatore varca la porta.

Mancano leggi chiare, regole certe e una distinzione morale netta tra aggressore e aggredito. Mentre la qualità morale della società continua a degradarsi, le istituzioni rispondono con formule, cavilli e sentenze che spesso aumentano la distanza tra legalità e giustizia.

Ora resta la possibilità della grazia presidenziale. Non per stabilire che inseguire e uccidere chi fugge sia lecito, ma per riconoscere che quest’uomo non è un assassino comune e che lasciarlo morire in carcere non renderà la società più giusta, né più sicura.

Devo dire, comunque, che sul caso Roggero non credo proprio si potesse arrivare a un’assoluzione. Anzi, lo escludo. Tuttavia ciò che trovo discutibile è che la condanna sia intervenuta per omicidio volontario e non per eccesso colposo di legittima difesa.

Il che, oltre a inquadrare i fatti con maggiore equilibrio, avrebbe evitato che un ultrasettantenne dovesse scontare la pena in carcere. Perché l’omicidio volontario è ostativo per un’espiazione domiciliare. Mentre l’eccesso colposo non lo è.

E la detenzione domiciliare sarebbe stata, comunque, una pena che avrebbe potuto esplicare la sua funzione rieducativa. Mentre mandare un anziano in quell’inferno che sono i penitenziari italiani, mi chiedo come possa favorire il “recupero del reo” e il suo reinserimento sociale.

E’ solo punizione. Considerate le circostanze, pare un po’ troppo…

Isernia, 18 luglio 2026

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Il conto del clandestino e l’industria dell’accoglienza

Gli immigrati clandestini, ripeto e sottolineo “clandestini”, che occupano abusivamente il suolo italiano, conviene rimpatriarli o, come va di moda dire, remigrarli? Oppure conviene tenerseli, come sostiene la sinistra? Premetto: lasciamo da parte le ideologie di Meloni e Schlein o dei vari Salvini, Vannacci, Bonelli, Fratoianni, et similia, e atteniamoci solo ai dati reali. Se facciamo due conti le sorprese non mancheranno.

Incominciamo col prendere atto che un rimpatrio forzato costa circa 3.500 euro. Lo dice il Ministero dell’Interno, ultimo aggiornamento in Gazzetta Ufficiale. Non un’opinione, un dato certificato. Tremilacinquecento euro per un volo, una scorta di polizia, le varie pratiche. Quanto una vacanza per due a Sharm el-Sheikh.

Ma allora perché oltre trecentomila clandestini – secondo le stime più prudenti – sono ancora qui? Perché prima di arrivare a quei 3.500 euro bisogna attraversare un campo minato che trent’anni di legislazione hanno disseminato con cura certosina.

Ricorsi al Tribunale. Appelli. Sospensive. Commissioni territoriali. Pareri della Corte di Giustizia europea che smontano la lista dei Paesi sicuri. Trattenimenti nei Centri di permanenza per i rimpatri (CPR) che costano 50 euro al giorno per trattenuto.

Si apprende che, nel 2024, solo il 10 per cento dei provvedimenti di espulsione è stato eseguito. Il restante 90 per cento: rilasciati.

L’Italia espelle cinquemila clandestini l’anno su oltre trecentomila. Non è un fallimento tecnico. È un capolavoro politico. Costruito pezzo per pezzo, norma dopo norma, sentenza dopo sentenza, da chi il rimpatrio non lo voleva e non lo vuole.

Ma i clandestini non vivono in una bolla. Vivono nelle stesse periferie, mandano i figli nelle stesse scuole, finiscono negli stessi pronto soccorso e nelle stesse carceri degli immigrati regolari.

E qui il conto si allarga. Ventimila stranieri in carcere. Il 31,6 per cento della popolazione detenuta a fronte del 9 per cento di popolazione residente. Centocinquanta euro al giorno per detenuto: oltre un miliardo l’anno.

Il percorso si ripete con regolarità feroce: rilasciato dal CPR perché il giudice non convalida il trattenimento, arrestato mesi dopo per spaccio o rapina o violenza sessuale, mantenuto in cella a spese del contribuente a 53.000 euro l’anno. Non lo rimpatri quando è irregolare, lo incarceri quando delinque, lo paghi due volte.

Ma il costo più alto non sta in alcun bilancio. Sta nelle vite spezzate da chi non doveva essere qui. Ogni stupro commesso da un clandestino con tre decreti di espulsione nel cassetto non è solo un crimine: è un atto d’accusa contro chi l’ha lasciato a piede libero.

Ogni accoltellamento in stazione, o in una qualunque via della città, da parte di un richiedente asilo “in attesa di audizione” ha due responsabili: chi ha colpito e il sistema che l’ha lasciato lì. Se l’avessero rimpatriato alla prima espulsione, quella vittima sarebbe viva.

Questo non è un costo economico. È un costo in sangue che nessun dossier contabilizza e nessun dossier sull’accoglienza osa calcolare.

Il conto del clandestino però non si chiude con il clandestino. Sei sanatorie in trent’anni, dalla legge Martelli del 1990 in poi, hanno trasformato centinaia di migliaia di irregolari in regolari con un colpo di timbro.

I regolari si stabiliscono, fanno i ricongiungimenti, mettono al mondo figli. Quei figli sono i novecentomila studenti con cittadinanza straniera che oggi siedono nelle scuole italiane. Il clandestino non rimpatriato ieri è il costo scolastico di oggi.

Il risparmio di 3.500 euro di allora produce una spesa di 9.000 euro l’anno per vent’anni di scuola, sanità, servizi sociali. Il costo complessivo supera i nove miliardi l’anno. Ma il numero che conta non è la spesa: è un tasso di abbandono scolastico doppio rispetto ai coetanei italiani, risultati INVALSI sistematicamente più bassi, segregazione crescente nelle periferie urbane.

Si spendono miliardi per un’integrazione che non avviene. Quartieri che diventano enclave. Comunità che si chiudono. Famiglie in cui la lingua italiana non entra nemmeno alla seconda generazione. Un investimento senza rendimento ha un nome preciso: assistenzialismo a fondo perduto.

Il risultato si misura ogni sera. Zone delle città dove dopo le otto non si cammina. Stazioni ferroviarie diventate terra di nessuno. Madri che accompagnano le figlie a scuola cambiando marciapiede. Anziani che non escono più dopo il tramonto. Tutto questo non sta in alcun bilancio dello Stato ma lo paga ogni giorno chi vive nelle periferie che trent’anni di non-integrazione hanno trasformato in territorio straniero in patria.

Chi ripete che gli immigrati “versano più di quanto ricevono” cita i 39 miliardi di tasse e contributi calcolati dal Dossier del Centro Studi e Ricerche IDOS di Roma. Omette di dire che il 38 per cento degli stranieri dichiara meno di diecimila euro lordi l’anno. Omette ancora di tener conto che quel saldo attribuisce agli stranieri solo 34,5 miliardi di spesa, escludendo la quota proporzionale di spesa pubblica generale: debito pubblico, difesa, infrastrutture, amministrazione.

Chi include quelle voci arriva a una spesa fra i 30 e i 45 miliardi e il saldo si inverte. È contabilità creativa applicata all’ideologia: si scelgono le voci che tornano e si nascondono quelle che non tornano.

Il dato reale che seppellisce questa retorica è danese. La Danimarca, governata dalla sinistra socialdemocratica, pubblica ogni anno un rapporto del Ministero delle Finanze che l’Italia non avrà mai il coraggio di produrre. Il risultato è che l’immigrazione non occidentale costa allo Stato danese 27 miliardi di corone l’anno in più rispetto a quanto versa. Il dato peggiore riguarda le seconde generazioni, che restano riceventi nette. Da un modello di accoglienza tradizionale si è passati a una delle politiche più restrittive d’Europa.

Il modello danese rappresenta uno dei casi di studio più analizzati in Europa, perché mostra come il tema dell’immigrazione, e qui parliamo di quella regolare, sia stato affrontato con un approccio pragmatico e contabile, fortemente legato alla sostenibilità del welfare state. I dati dei ministeri danesi, in particolare i rapporti annuali sull’integrazione, hanno iniziato a mostrare che i tassi di occupazione di alcune comunità di origine non occidentale rimanevano significativamente inferiori alla media nazionale – anche alla seconda generazione. Di conseguenza, è stato avviato un giro di vite con politiche che in altri Paesi europei sarebbero considerate da destra radicale: la revoca dei permessi. Lo status di rifugiato è considerato temporaneo. Quando le condizioni nel Paese d’origine migliorano, come accaduto per alcune aree della Siria, i permessi di soggiorno vengono revocati.

La centralità del lavoro e dell’autosufficienza è alla base della politica dell’accoglienza. Il principio cardine dell’architettura danese attuale è che l’integrazione non avviene tramite l’assistenzialismo, ma esclusivamente attraverso il lavoro e l’apprendimento della lingua. I danesi misurano, pubblicano e agiscono.

L’Italia invece non misura, non pubblica e non agisce. Chi ha costruito questo sistema? La legge “Turco – Napolitano”, del 1998, che creava i centri di permanenza senza dare strumenti per farli funzionare. E a seguire “La Bossi – Fini”, del 2002, che prometteva rigore e produceva sanatorie. Le circolari, i decreti, le interpretazioni giurisprudenziali che hanno trasformato ogni espulsione in un percorso a ostacoli.

I Centri di permanenza per i rimpatri che costano 33.000 euro l’anno per posto, e rimpatriano uno su dieci. L’operazione Albania su cui, bene o male, il governo Meloni ha investito 670 milioni in cinque anni e che la magistratura ha svuotato a colpi di sentenze: 114.000 euro al giorno per cinque giorni di attività nel 2024, venti trattenuti, tutti rilasciati in poche ore. 153.000 euro per allestire un singolo posto letto che nessun giudice permette di occupare.

Ma chi ha reso il rimpatrio impossibile non lo ha fatto per idealismo. Lo ha fatto per affari. “Gli immigrati rendono più della droga”: non lo diceva un razzista da tastiera, lo diceva, intercettato, Salvatore Buzzi, l’imprenditore-imputato di Mafia Capitale, un criminale a capo di un sistema che fatturava milioni con i bandi di accoglienza.

Il costo giornaliero di 35 euro al giorno per migrante, moltiplicati per migliaia di ospiti, moltiplicati per anni. Cooperative, consorzi, associazioni che della permanenza dell’immigrato vivono. L’industria dell’accoglienza è diventata il welfare della sinistra: non per gli immigrati, ma per se stessa. Chi dice “non si possono rimpatriare” non difende i diritti umani. Difende un fatturato.

Torniamo alla domanda iniziale. A 3.500 euro per rimpatrio, rimandare a casa oltre trecentomila clandestini costerebbe poco più di un miliardo. Una tantum. Meno di quanto si spende ogni anno per il solo sistema di accoglienza. Meno di quanto costano i detenuti stranieri nelle carceri italiane. Una frazione di quei 670 milioni che la magistratura ha trasformato in carta straccia sulle coste albanesi.

Ma il rimpatrio “non si può fare” lo ripete chi ha speso trent’anni a renderlo impossibile. Non è un dato di realtà: è un risultato politico. Raggiunto con metodo, perseveranza e la complicità di una parte della magistratura che ha trasformato il diritto d’asilo in un passepartout.

Il conto più salato non è quello dell’immigrazione clandestina e non è quello della remigrazione. È quello della viltà di chi ha trasformato l’impossibilità in dottrina per non dover mai decidere. E di chi, ancora oggi, chiama “accoglienza” il rifiuto di fare i conti.

Isernia,10 luglio 2026

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