
“Aspen Institute Italia”, che molti ignorano, è un’associazione privata che si definisce indipendente, internazionale, apartitica e senza fini di lucro. Non è un’entità segreta, né un’agenzia occulta. È un organismo reale, con una struttura pubblica, una sede centrale a Roma, organi direttivi e una presenza stabile nel circuito della formazione delle élite italiane. Proprio per questo il punto non è negarne l’esistenza, ma capire che cosa rappresenti davvero nel sistema di potere del Paese.
“The Aspen Institute” è un’organizzazione a livello mondiale, fondata ad Aspen, in Colorado, nel 1949, dall’industriale americano Walter Paepcke. Attualmente è composta da una rete di tredici partner sparsi sul globo, tra cui anche la sede italiana di Roma, che si affaccia su Piazza Navona, nata nel 1984 dall’idea di un gruppo di personalità di primo piano della politica e dell’economia italiana tra cui Francesco Cossiga, Gianni De Michelis, Sergio Berlinguer, Giorgio La Malfa, Marisa Bellisario, Franco Reviglio, Umberto Colombo e Arrigo Levi. Successivamente, anche Giorgio Napolitano e suo figlio Giulio, Gianni Letta e suo nipote Enrico Letta. Ovviamente anche tanti altri soci, sempre personaggi di rilievo.
“La missione di Aspen Institute Italia è l’internazionalizzazione della leadership imprenditoriale, politica e culturale del Paese attraverso un libero confronto tra idee e provenienze diverse per identificare e promuovere valori, conoscenze e interessi comuni. L’Istituto si concentra sui problemi e le sfide più attuali della politica, dell’economia, della cultura e della società, con un’attenzione particolare alla business community italiana e internazionale.” Questa, la descrizione integrale riportata dal sito dell’istituto.
Sin dall’inizio la sua attività ha assunto una forte caratterizzazione transatlantica, che continua ancora oggi. Nei documenti pubblici e nelle liste accessibili dell’istituto, oggi compaiono figure come Romano Prodi, Massimo D’Alema, Giuliano Amato, Mario Monti, Mario Draghi, Giulio Tremonti (attuale presidente dell’associazione), Gianni Letta, e, in tempi più recenti, anche Giorgia Meloni, socia dal febbraio 2021. I nomi aiutano a misurare la portata del fenomeno. La presenza di profili così diversi per storia politica e collocazione istituzionale non prova una regia nascosta, ma pone una questione molto seria: perché soggetti che si presentano come avversari nel dibattito pubblico condividono lo stesso spazio privato di confronto?
La domanda non è complottista. È istituzionale. Se persone che hanno guidato governi, occupato posizioni di vertice nell’economia e influenzato le grandi scelte nazionali si ritrovano nello stesso circuito, allora il problema non è la loro legittimità individuale. Il problema è la densità della rete, cioè il fatto che la classe dirigente sembra passare attraverso canali comuni prima ancora di confrontarsi in pubblico. Ovviamente non mancano, tra gli associati, figure imprenditoriali di rilievo e alcune del mondo del giornalismo, quali ad esempio: John Elkann, Marco Tronchetti Provera, Beatrice Trussardi, Emma Marcegaglia, Lucia Annunziata, Paolo Mieli.
Il punto non è il segreto. “Aspen” non ha bisogno di essere segreto per essere influente. Anzi, spesso il potere più efficace è quello che agisce in piena luce, attraverso relazioni stabili, linguaggi condivisi e una comune visione del mondo. Quando nel medesimo perimetro si incontrano ex presidenti del Consiglio, leader politici, grandi imprenditori e figure centrali dell’establishment economico, la questione diventa inevitabile: chi seleziona chi, e in base a quali criteri?
Qui il dato rilevante non è solo la presenza dei nomi, ma la loro ricorrenza. Prodi, D’Alema, Amato, Monti, Letta, Draghi, Meloni: il solo elenco suggerisce una continuità che attraversa schieramenti, stagioni politiche e formule di governo. E questa continuità merita un esame pubblico, perché indica l’esistenza di un linguaggio comune tra élite che spesso si presentano come alternative ma che, nei luoghi riservati, sembrano condividere priorità di fondo.
Un’inchiesta seria non deve partire dall’allusione, ma dai documenti. Ed è proprio dai documenti che bisognerebbe porre delle domande:
– Chi decide l’ingresso e la partecipazione dei membri.
– Quali criteri guidano la selezione dei profili invitati.
– Qual è il rapporto tra gli iscritti e i luoghi del potere pubblico.
– Quali finanziamenti sostengono l’attività dell’istituto.
– Quanto spesso i nomi presenti nell’associazione ricoprono incarichi di governo o ruoli strategici nell’economia.
– Se esistono verbali, programmi o relazioni che consentano di capire l’impatto effettivo delle attività svolte.
Sono domande essenziali perché toccano un punto delicato: la circolazione del potere tra sfera privata e funzione pubblica. Non basta che tutto sia formalmente legittimo. In una democrazia matura, ciò che conta è anche la trasparenza sostanziale di come si formano le relazioni che poi incidono sulle decisioni collettive. Ci troviamo, in questo caso, ad avere a che fare con un’associazione privata e indipendente che ha annoverato segnatamente tra i suoi soci diversi presidenti della Repubblica e del Consiglio italiani, tra cui, ora, la stessa Meloni, che riunisce oltre a esponenti di spicco del mondo politico, anche quelli del mondo economico, accademico, scientifico, culturale, industriale e dei media, per favorire il dibattito su temi strategici. Sì, ma solo a porte chiuse.
Il tema, dunque, non è Aspen come “complotto”, ma Aspen come specchio di un sistema in cui la classe dirigente tende a ritrovarsi negli stessi ambienti, a parlare lo stesso lessico e a condividere una visione sostanzialmente convergente su Europa, vincoli di bilancio, Nato, mercati, grandi privatizzazioni e sovranità economica. Qui la critica diventa politica, non ideologica: se le differenze pubbliche sono reali, perché nei luoghi privati del potere sembra emergere una così forte continuità?
La domanda che resta aperta è semplice ma decisiva: questi nomi altisonanti rappresentano davvero una pluralità di visioni o soltanto una pluralità di ruoli dentro un medesimo perimetro di consenso?
Isernia, 17 settembre 2026