La nuova smisurata ambizione di Draghi

Mario Draghi torna in campo, questa volta a mettere la competitività dell’Europa al centro della scena. E ora lo fa insieme a uno dei protagonisti della nuova economia tecnologica, Patrick Collison, cofondatore e amministratore delegato di Stripe, una delle principali società mondiali nel settore dei pagamenti digitali.

I due sono i copresidenti del Rhine Group, una nuova iniziativa nata in questo mese di agosto 2026 con un obiettivo ambizioso: trasformare le analisi contenute nel rapporto Draghi sulla competitività in un’agenda concreta di riforme.

A guidare operativamente il gruppo è Luis Garicano, economista spagnolo ed ex eurodeputato. Attorno a lui e ai due copresidenti si è riunita una squadra che mette insieme mondi normalmente separati: economia, università, finanza, industria, tecnologia e politica.

Patrick Collison è uno dei nomi più interessanti della tecnologia mondiale. Irlandese, classe 1988, ha fondato insieme al fratello John Stripe, la società che ha rivoluzionato i pagamenti online rendendoli molto più semplici per aziende e sviluppatori.

Il punto di partenza è una fotografia poco rassicurante. Secondo il Rhine Group, tra le cinquanta maggiori aziende tecnologiche del mondo soltanto quattro sono europee. E nei settori destinati a determinare la crescita dei prossimi decenni, dall’intelligenza artificiale alle piattaforme digitali, dalla ricerca scientifica alle tecnologie emergenti, l’Europa rischia di partire con un forte svantaggio.

Per Draghi e Collison non si tratta soltanto di una questione industriale. In gioco c’è il peso economico e strategico dell’Europa.

Un continente che cresce lentamente dispone infatti di meno risorse per finanziare difesa, sanità, pensioni, istruzione, transizione climatica e protezione sociale. La stagnazione economica rischia così di trasformarsi in un problema politico e, soprattutto, geopolitico. La tesi del nuovo gruppo è netta: il declino europeo non è inevitabile, ma senza un’accelerazione delle riforme il continente rischia di imboccare proprio quella strada.

Il Rhine Group nasce soprattutto per colmare un vuoto: quello tra l’analisi dei problemi e la loro concreta soluzione.

Il rapporto sulla competitività presentato da Draghi alla Commissione europea nel 2024 aveva individuato le principali debolezze dell’economia europea e avanzato oltre 170 proposte, dalla politica energetica all’industria, dalle infrastrutture digitali ai mercati dei capitali, fino alla produttività e alla difesa.

Quel documento è diventato uno dei principali riferimenti del dibattito sulla competitività europea. Ma la domanda rimane: come trasformare quelle proposte in decisioni e riforme effettivamente realizzabili? È proprio in questo spazio che vuole inserirsi il Rhine Group.

Non sarà un’istituzione europea alternativa alla Commissione né un organismo chiamato a sostituire i governi nazionali. L’idea è piuttosto creare un luogo di confronto nel quale personalità provenienti da settori diversi possano lavorare insieme sulle riforme necessarie a rilanciare l’economia europea. Alla base dell’iniziativa c’è anche una trasformazione dello scenario internazionale.

Per decenni l’Europa ha beneficiato di un sistema commerciale globale relativamente stabile, della protezione garantita dagli Stati Uniti e di una rete di interdipendenze economiche che apparivano gestibili.

Oggi il quadro è molto diverso. Gli Stati Uniti sono diventati più protezionisti, la Cina è un concorrente sempre più forte e le dipendenze strategiche dell’Europa, dall’energia alla tecnologia fino alle catene industriali, sono diventate più vulnerabili.

L’Europa si trova quindi davanti a una doppia sfida: deve rafforzare la propria autonomia proprio mentre il suo modello economico fatica a generare crescita e innovazione.

Da qui l’appello del Rhine Group a superare una visione puramente difensiva dell’economia europea. Non basta proteggere ciò che esiste: occorre tornare a costruire imprese, tecnologie e capacità industriali in grado di competere a livello globale. Anche perché l’Europa resta il secondo mercato più grande del mondo.

La composizione del Rhine Group riflette questa ambizione. Nel gruppo figurano economisti, imprenditori e personalità delle istituzioni europee e internazionali.

Tra i nomi ci sono il Nobel per l’Economia, il francese Philippe Aghion; l’ex presidente estone Toomas Hendrik Ilves; la presidente del “Centre for Economic Policy Research”, l’imprenditrice svizzera di origini italiane Beatrice Weder di Mauro e il direttore dell’Economist, la britannica Zanny Minton Beddoes.

Presenti anche protagonisti della tecnologia e della finanza come Tobi Lütke, fondatore e amministratore delegato di Shopify, Niklas Zennstrom, fondatore di Atomico, e Sebastian Siemiatkowski, cofondatore e amministratore delegato di Klarna.

Una squadra costruita per mettere attorno allo stesso tavolo chi studia l’economia europea e chi ogni giorno si confronta con i mercati globali e con l’innovazione tecnologica.

Nel Rhine Group entra anche la pattuglia italiana costituita da Andrea Pignataro, fondatore e amministratore delegato di Ion Group. Con lui ci sono Lucrezia Reichlin, economista della London Business School, Francesco Giavazzi, professore emerito di economia alla Bocconi, e Francesco Decarolis, professore di economia alla Bocconi. A completare la rappresentanza italiana c’è Vittorio Colao, ex amministratore delegato di Vodafone e oggi vice presidente per l’area Emea di General Atlantic.

Il messaggio del Rhine Group è dunque più politico di quanto possa sembrare a prima vista. L’Europa dispone ancora di un enorme mercato, di università e centri di ricerca di primo livello, di grandi imprese e di competenze industriali. Ma rischia di non riuscire a trasformare questi punti di forza in crescita e leadership tecnologica. Per Draghi e Collison la partita si gioca sulla capacità di innovare, investire e creare imprese europee capaci di crescere su scala globale.

Per questo, Mario Draghi, con con uno stuolo di banchieri e super ricchi, lancia il Rhine Group per “consigliare” e rilanciare l’UE tra allarmi sul declino e una richiesta di 800 miliardi l’anno. La sfida, ora, sarà convincere governi e istituzioni europee a passare dalle analisi alle decisioni.

Questa l’ambizione di Draghi & C, come ci viene rappresentata dai media.

Ed ora veniamo a noi.

Il punto di partenza del gruppo è l’estrema debolezza dell’Europa nelle tecnologie emergenti: solo 4 delle 50 maggiori aziende tecnologiche al mondo sono europee. Per colmare questo gap produttivo, digitale e infrastrutturale, stimolare l’innovazione e gestire la transizione energetica, Draghi ha calcolato che all’Europa serva una mobilitazione massiccia di capitale, pari a circa 750-800 miliardi di euro (“quisquilie” avrebbe detto Totò) di investimenti aggiuntivi all’anno. Senza questa iniezione di risorse, il think tank avverte che la stagnazione economica ridurrà progressivamente la capacità dell’Europa di finanziare il proprio modello sociale, la sanità pubblica, il sistema pensionistico, la transizione climatica e la stessa difesa comune.

Un progetto enorme per un risultato deludente, insignificante o di gran lunga inferiore alle aspettative. Tanto rumore per partorire il topolino della produttività. Dopo due anni, ecco il Rhine Group: cinquantacinque e più grandi cervelli convocati per riscoprire che l’Europa deve investire, innovare, produrre di più e diventare competitiva. Tutto già scritto, nero su bianco in varie salse ed anche nel Rapporto Draghi del 2024, rimasto quasi al palo, ma la domanda vera è un’altra: con quale credibilità politica e storica viene costruita questa operazione dal sapore propagandistico?

Draghi appartiene a quella classe dirigente europea che da decenni ha accompagnato, favorendole, liberalizzazioni, privatizzazioni e trasformazioni profonde del sistema industriale italiano, in peggio. E proprio Draghi, oggi, si propone nuovamente come architetto della competitività europea. È un’ironia dell’epoca che meriterebbe almeno qualche domanda in più, almeno da chi ha memoria.

Anche perché la sua ricetta non è, ovviamente, soltanto produttività. Nel Rapporto Draghi convivono industria, energia, tecnologia, sicurezza e difesa (sotto lo sventolare dei fomentati venti di guerra), con una richiesta di investimenti aggiuntivi nell’ordine di 750-800 miliardi, l’anno. Bei soldoni.. pronti pronti per chi?

E allora viene il sospetto che dietro la parola piaciona “competitività” si stia costruendo qualcosa di molto più ampio e forse mostruoso, ovvero una nuova politica industriale europea fondata su un’economia di guerra, sventolando la parolina sicurezza, e riarmo e sulla mobilitazione di enormi risorse pubbliche e poco private. Forse ci sono in gioco le golosità finanziare di concepire il vasto risparmio europeo, 12 trilioni, di cui almeno 6,5 trilioni appartiene alle famiglie italiane, nonostante l’impatto dell’inflazione.

Il problema non è, dunque, che l’Europa abbia bisogno di più produttività, cosa persino banale. Il problema è quale crescita, per chi, finanziata da chi e al servizio di quale modello europeo e di quali valori, e non pare che svettino quelli costituzionali.

Perché se la risposta è ancora una volta più concentrazione di potere economico, più spesa pubblica trasferita verso grandi gruppi tecnologici e industriali, più riarmo e più sacrifici richiesti ai cittadini, allora non siamo davanti a una nuova idea per l’Europa, ma alla riproposizione, con un nuovo think tank e nuovi testimonial, nuove vesti per vecchi lupi, della stessa classe dirigente e della stessa agenda che fu.

E prima di chiedere ai cittadini europei altri sacrifici in nome della competitività, forse sarebbe il caso di chiedere a questi grandi cervelli quanto siano responsabili delle condizioni che oggi pretendono di risolvere.

Isernia, 28 agosto 2026

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