
Le brutali immagini delle devastazioni, dei furti e dei tafferugli che hanno ferito le nostre città in questi giorni non possono lasciare indifferenti. Non si tratta di una semplice reazione rabbiosa o di una manifestazione di dissenso politico degenerata. Quando la protesta si trasforma in sistematica distruzione dei beni pubblici e privati, quando il saccheggio prende il posto degli slogan e la violenza fisica diventa il mezzo di espressione primario, siamo di fronte a qualcosa di radicalmente diverso.
Questo non è protestare: questo è un attacco diretto alla convivenza civile e alle regole democratiche che garantiscono a tutti il diritto di manifestare. Il diritto alla protesta è uno dei pilastri fondamentali della nostra Repubblica. Una società sana si riconosce anche dalla sua capacità di accogliere il conflitto sociale, di dare voce al malcontento e di permettere ai cittadini di scendere in piazza per esprimere il proprio dissenso nei confronti delle scelte governative o delle condizioni economiche.
Tuttavia, esiste un limite invalicabile che separa la legittima espressione democratica dalla pura criminalità. Quel limite è segnato dal rispetto per l’altro, per il lavoro dei commercianti che vedono le proprie vetrine distrutte, e per la sicurezza degli operatori delle forze dell’ordine. Vedere vetrine infrante, negozi saccheggiati e arredi urbani dati alle fiamme non ha nulla a che fare con la giustizia sociale o con la richiesta di riforme. Queste azioni rappresentano la negazione stessa della politica. Chi si maschera per devastare non cerca il dialogo con le istituzioni, ma mira a destabilizzarle, utilizzando il pretesto del disagio sociale per dare sfogo a pulsioni disfattiste o a precisi disegni di disordine. Il rischio più grande è che questa deriva violenta finisca per delegittimare anche le istanze di chi manifesta pacificamente e solleva problemi reali che meriterebbero ascolto.
Davanti a questo scenario, la risposta non può essere esclusivamente di natura poliziesca. È indubbiamente necessario che lo Stato riaffermi la propria autorità e garantisca la sicurezza dei cittadini, perseguendo con fermezza i responsabili dei reati. Ma la politica deve fare un passo in avanti. Non è più il tempo dello sciacallaggio politico o delle accuse reciproche tra schieramenti. Questo non è il tempo dei colpevoli e degli innocenti. È il tempo della responsabilità. È il momento che tutti i capigruppo di Camera e Senato serrino le fila e si confrontino con il Governo del Paese. Non con il Governo della maggioranza. Il Paese viene prima delle maggioranze e delle opposizioni.
Quando la violenza di piazza minaccia la tenuta sociale, tutte le forze politiche hanno il dovere morale di fare fronte comune. Il Capo dello Stato ha iniziato a indicare una strada. Non è detto che quella strada produca risultati immediati. Ma va percorsa. Va tentata con serietà prima di qualsiasi decisione esclusivamente repressiva. Perché la repressione può essere necessaria quando la legge viene violata. Ma da sola non basta. Se abbiamo davanti adolescenti che trasformano le strade in luoghi di scontro dobbiamo anche chiederci che cosa sia successo prima di quel momento. Dobbiamo capire dove si è interrotta l’educazione. Dove si è spezzato il rapporto con la famiglia. Dove è venuta meno l’autorevolezza della scuola. Dove la società ha smesso di parlare a questi ragazzi. Non significa giustificare la violenza. Significa avere il coraggio di comprenderla per poterla contrastare.
E dobbiamo farlo senza perdere di vista una cosa essenziale. Dietro ogni ragazzo che commette un atto violento c’è un ragazzo che può ancora essere recuperato. Ma dietro ogni ragazzo ferito o ucciso non c’è più nessuna possibilità di recupero. Se Dio non voglia dovesse morire un ragazzino, magari incidentalmente, o un poliziotto giovanissimo mentre cerca di garantire l’ordine pubblico, allora lo stesso Parlamento rischierebbe di andare in mille pezzi. Ognuno tornerebbe sulle barricate. Ricomincerebbe la caccia alle responsabilità. Ricomincerebbe il gioco delle accuse. E ancora una volta ci accorgeremmo troppo tardi che la politica avrebbe perso il tempo nel quale avrebbe potuto fare la differenza.
Questo è il tempo in cui ogni partito dovrebbe mettere a tacere i giocolieri delle parole. Servono meno dichiarazioni e più responsabilità. Servono meno slogan e più ascolto. Serve una politica capace di parlare contemporaneamente alla paura dei cittadini e alla fragilità dei ragazzi. Una politica che sappia essere ferma senza diventare cieca. Una politica che sappia proteggere le città senza trasformare ogni adolescente in un nemico.
Solo ripristinando la legalità come prerequisito del confronto si può salvare lo spazio del dissenso democratico.
Isernia, 20 ottobre 2026