La condanna a morte è una sconfitta per la civiltà

Negli Stati Uniti d’America il Pentagono ha annunciato di voler trasmettere online la fucilazione di Nidal Hasan, condannato per l’uccisione di tredici persone a Fort Hood nel 2009. L’esecuzione è prevista per il 3 dicembre, nella stessa base militare del Texas. Il progetto della diretta è stato sostenuto dal segretario alla Difesa Pete Hegseth; Trump ha dichiarato di dover ancora decidere sulla trasmissione.

Certamente la gravità dei delitti impone giustizia, protezione della società, rispetto delle vittime. Ma quale insegnamento offre uno Stato che organizza la morte di un prigioniero e invita il pubblico a guardarla? Quale cultura vuole diffondere, quale sentimento vuole alimentare?

La dignità umana non può essere cancellata neppure dal crimine più grave. La giustizia non può trasformarsi in vendetta, né la sicurezza collettiva diventare il pretesto per cancellare ogni possibilità di riscatto. È il confine su cui si misura la civiltà di una società, soprattutto quando la pena capitale torna a essere invocata come risposta al male.

La pena di morte è inammissibile perché lesiva dell’inviolabilità e della dignità della persona e la tutela del bene comune può essere garantita senza ricorrere alla pena capitale. Sono concetti che ribadiscono l’inutilità della vendetta e restituiscono la forza di difendere sempre la vita umana, anche quando è stata ferita e offesa, e che la dignità della persona non può essere cancellata neppure dal crimine più grave.

La triste vicenda americana riapre una questione che riguarda il diritto, la cultura e la responsabilità della politica. La giustizia deve certamente proteggere la società e tutelare le vittime, ma non può rinunciare alla propria umanità. Una società si difende davvero quando non replica alla violenza con un’altra violenza, ma sa affermare il valore della vita anche nelle situazioni più difficili. Eppure, in molti Paesi, la pena capitale continua a essere presentata come una risposta efficace alla criminalità.

La vera legittima difesa della società è l’abolizione della pena di morte, come tanti hanno ormai compreso. Continuare a perseguirla e, peggio ancora, trasformarla in uno spettacolo è un segno di inciviltà barbarica. La giustizia non può diventare una rappresentazione pubblica della punizione, nella quale il dolore e la morte vengono esibiti per soddisfare la richiesta di una vendetta collettiva. Il compito delle istituzioni è proteggere i cittadini, impedire che i responsabili di reati gravi possano nuocere ancora e garantire la certezza della pena. Tutto questo è possibile senza sottrarre definitivamente a un essere umano ogni possibilità di recupero.

Come è concepibile il ritorno di una simile richiesta di punizione estrema, per di più accompagnata da una forte esposizione mediatica? Credo che questa sorta di impazzimento crudele del mondo derivi da un arretramento culturale e da un indebolimento della sensibilità umanistica. Prevale un individualismo che porta a credere che eliminare l’altro significhi salvare se stessi. È una convinzione profondamente sbagliata, perché ci fa dimenticare che siamo legati gli uni agli altri. L’altro non è semplicemente qualcuno da cui difendersi o un ostacolo da rimuovere: è una persona con cui condividiamo la stessa umanità.

Oggi anche la scienza parla dell’importanza dei legami che uniscono gli esseri umani. La fisica quantistica ci ha abituato a riflettere su una realtà nella quale le relazioni hanno un’importanza fondamentale. Naturalmente, non si tratta di trasformare una teoria scientifica in una dimostrazione automatica di un principio morale. Ma quella riflessione può aiutarci a comprendere quanto sia illusoria l’idea di individui completamente separati gli uni dagli altri. Il legame che unisce gli esseri umani non deve essere inteso solo sotto il profilo spirituale e religioso, dovrebbe diventare una scelta politica. Non possiamo limitarci a riconoscere a parole che siamo legati: dovremmo tradurre questa consapevolezza nelle istituzioni, nelle leggi e nei comportamenti. L’eliminazione dell’altro è, in fondo, un suicidio anche di se stessi, perché ferisce il tessuto umano sul quale si regge la convivenza.

La spettacolarizzazione della pena capitale, poi, rende ancora più grave questa deriva. L’eliminazione dell’altro è un’assoluta insensatezza, che diventa colpa e raddoppia la propria colpa quando viene trasformata in spettacolo. C’è una differenza profonda tra amministrare la giustizia e mettere in scena la morte. Nel secondo caso, la sofferenza viene utilizzata per alimentare emozioni collettive, anziché interrogare le coscienze. Si finisce così per smarrire anche il senso della responsabilità. Una comunità non diventa più sicura perché impara a desiderare la morte di chi ha commesso un delitto; diventa più fragile quando perde la capacità di distinguere la giustizia dalla vendetta.

Si stanno offuscando verità che un tempo apparivano persino elementari. Viviamo un tempo senza visioni, nel quale l’unica attenzione sembra essere rivolta a se stessi e alla difesa del proprio spazio individuale. In questo contesto, anche l’appello del papa contro la pena capitale indica una direzione spirituale, culturale e anche politica. Non riguarda soltanto i credenti, ma tutti coloro che hanno a cuore la dignità umana e il futuro delle nostre società. Su questo terreno la migliore cultura cattolica incontra la migliore tradizione illuministica e umanistica: la persona conserva diritti che nessun potere può cancellare. La nostra Costituzione dà a questa convinzione una forza giuridica. L’articolo 27 prescrive pene rispettose dell’umanità e orientate alla rieducazione. E stabilisce: “Non è ammessa la pena di morte”.

Di questi principi, di questa cultura, dobbiamo esserne orgogliosi e insegnarla ai nostri figli e ai nostri nipoti contro la barbarie che imperversa nel mondo. Proprio per questo, nella difesa di tali principi dovremmo pretendere una condanna inequivocabile degli Stati che la praticano, anche quando a progettare lo spettacolo dell’esecuzione è il governo americano.

È questa la sfida che abbiamo davanti: ricostruire una cultura capace di difendere la vita senza eccezioni e di non confondere mai la forza della giustizia con la crudeltà della vendetta.

Isernia, 12 ottobre 2026

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