Quanto può costare la paura?

“Che succede, se cadiamo? Verranno non so quanti profughi in Europa, 20 milioni di ucraini”….. “Perché ci distruggeranno, ci spingeranno fuori, per questo vi chiediamo di difendere il nostro Paese”. Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Bruxelles, tre giorni fa. Un piccolo capolavoro di pressione politica. È il metodo Zelensky. Prima si invoca la solidarietà, poi si sollecitano armi, missili e miliardi, infine si prospetta la catastrofe per chi dovesse manifestare qualche esitazione. Una strategia comprensibile per un presidente che difende il proprio Paese, ma assai meno accettabile per chi dovrebbe difendere gli interessi dei propri cittadini.

Cedere al ricatto di Zelensky significa trovarsi in casa 20 milioni di migranti. C’è una domanda che l’Europa continua a eludere: quanto può costare la paura? Perché è sulla paura che, ormai da anni, si costruisce gran parte della politica europea sull’Ucraina. La paura che, se smettessimo di finanziare Kiev, l’Ucraina perderebbe la guerra. La paura che, se Putin prevalesse, la Russia non si fermerebbe ai confini ucraini. E, soprattutto, la paura che una sconfitta di Kiev provocherebbe un nuovo esodo di milioni di persone verso l’Unione europea.

È una prospettiva seria, che nessuno può liquidare con superficialità. Ma proprio perché è seria dovrebbe essere affrontata con razionalità, non utilizzata come una cambiale in bianco. Siamo diventati, invece, Zelensky-dipendenti. Al punto che il presidente ucraino può presentarsi davanti ai governi europei chiedendo altri soldi, altre armi, altri prestiti e altri impegni, facendo pesare sul tavolo la prospettiva di una sconfitta e delle sue conseguenze migratorie.

Eppure l’Europa ha già finanziato l’Ucraina per cifre enormi. Ha fornito armi, prestiti, aiuti economici e assistenza politica. Le cifre sono diventate talmente grandi che persino il cittadino che paga il conto fatica ormai a seguirle.

La domanda, allora, non è se l’Europa debba aiutare l’Ucraina. La domanda è se debba continuare a farlo senza una discussione seria sui limiti, sui costi e soprattutto sugli obiettivi. Perché c’è un punto sul quale sarebbe ora di smettere di girare intorno: l’argomento migratorio.

Se davvero una sconfitta ucraina potesse provocare un nuovo esodo di proporzioni gigantesche, questo rappresenterebbe certamente un problema per l’Europa. Ma proprio per questo dovremmo domandarci che cosa accade quando la prospettiva di un’emergenza migratoria diventa uno strumento di pressione politica. Oggi è l’Ucraina. Domani potrebbe essere un altro Paese. Immaginiamo che un altro Stato, travolto dalla guerra, dal dissesto economico o dall’instabilità politica, si rivolga all’Europa con un messaggio analogo: finanziateci oppure milioni di persone partiranno verso i vostri confini.

Che cosa risponderebbe Bruxelles? Se la risposta fosse sempre e soltanto un assegno, avremmo creato un precedente formidabile. Non una politica estera, ma un sistema nel quale la capacità di produrre o minacciare un’emergenza migratoria diventa una forma di potere contrattuale nei confronti dell’Europa. È questo il problema che dovrebbe preoccuparci. Non perché i profughi siano una minaccia. Non perché chi fugge da una guerra debba essere lasciato senza assistenza. E nemmeno perché l’Europa debba chiudersi al mondo. Ma perché una cosa è accogliere chi fugge da una tragedia, un’altra è costruire una politica nella quale la prospettiva dell’esodo venga utilizzata come argomento per rendere politicamente impossibile qualsiasi limite agli aiuti.

E qui entra in gioco la realtà dell’Europa di oggi. A pagare le conseguenze delle grandi decisioni internazionali non sono quasi mai coloro che le prendono. Sono i cittadini. Soprattutto quelli che un tempo costituivano il ceto medio e che oggi fanno i conti con salari che non crescono, costo della vita, tasse, affitti e mutui sempre più pesanti. Sono loro che dovrebbero sostenere i costi di una nuova emergenza migratoria, qualora questa si verificasse: attraverso il welfare, la sanità, la scuola, l’edilizia pubblica, l’assistenza e un mercato del lavoro già sotto pressione. Ecco perché il problema non può essere liquidato né con il buonismo né con il cinismo.

Nessuno, naturalmente, può negare che la Russia abbia invaso l’Ucraina, violandone la sovranità. Ma riconoscere un’aggressione non significa sottoscrivere una cambiale priva di alcuni elementi essenziali, come l’importo e la data di scadenza, affidando a Zelensky, quale creditore, il diritto di completarla a suo piacimento in un secondo momento. L’Ucraina non appartiene all’UE e non fa parte della NATO e la sua guerra, per quanto tragica e vicina ai nostri confini, non comporta automaticamente l’obbligo di trasformarla nella nostra. L’Europa deve aiutare l’Ucraina, se ritiene che sia nel suo interesse farlo. Ma deve anche avere una strategia. Deve sapere quanto vuole spendere, per quanto tempo e soprattutto per quale obiettivo finale. Altrimenti il rischio è che ogni nuova richiesta venga trasformata in un test morale: se non paghi, sei dalla parte di Putin; se non invii altre armi, vuoi la sconfitta dell’Ucraina; se chiedi un limite agli aiuti, sei accusato di non comprendere il pericolo russo. È una logica che non può sostituire la politica.

C’è poi un’altra questione che meriterebbe un confronto molto più serio: la tesi secondo cui, se Putin vincesse la guerra contro l’Ucraina, il passo successivo sarebbe necessariamente l’invasione dell’Europa. Davvero? La Russia dovrebbe affrontare direttamente l’Unione europea e, in larga parte, la NATO? Dopo anni di guerra e dopo costi economici e militari enormi? È uno scenario possibile da discutere, naturalmente. Ma trasformarlo in una certezza serve più a giustificare una politica che a descrivere una realtà. E se tutto viene presentato come inevitabile, il cittadino non può più scegliere. Può soltanto pagare.

È questa, forse, la vera emergenza europea: una classe dirigente che sembra avere sempre meno il coraggio di dire ai propri cittadini che cosa è necessario, che cosa è possibile e che cosa, invece, non può essere garantito. Anche la questione della corruzione e della trasparenza in Ucraina non può essere cancellata dal dibattito. Se chiediamo ai contribuenti europei sacrifici enormi, abbiamo il legittimo diritto di pretendere controlli altrettanto enormi sull’utilizzo delle risorse. La solidarietà non esclude la vigilanza. Al contrario, la rende indispensabile.

E veniamo all’Italia. Giorgia Meloni dovrebbe spiegare agli italiani una cosa semplice: quale sia esattamente la strategia del nostro Paese. Non se l’Italia debba essere solidale con l’Ucraina. Questo è un altro discorso. Dovrebbe spiegare fino a quando, con quali risorse, con quali obiettivi e con quale prospettiva l’Italia intenda continuare a sostenere Kiev. E dovrebbe spiegare perché, in un Paese nel quale una parte consistente degli elettori chiede maggiore attenzione ai problemi interni, il governo ritenga prioritario mantenere questa posizione senza aprire un confronto politico più ampio sui costi e sui risultati. Perché aiutare l’Ucraina è una scelta politica. Aiutarla senza stabilire un limite, un obiettivo e una strategia sarebbe invece una resa della politica.

E allora la domanda finale non riguarda soltanto Zelensky che fa il suo mestiere, cercando di salvare l’Ucraina, anche caricandone il peso sulle spalle altrui. Riguarda noi. Vogliamo un’Europa capace di decidere autonomamente il proprio destino o un’Europa che, ogni volta che qualcuno evoca la guerra, l’invasione o i migranti, apre il portafoglio? Perché se accettiamo che la paura di milioni di profughi sia sufficiente a farci dire sempre sì, domani non sapremo più quanto costa la solidarietà. Sapremo soltanto quanto costa la paura.

Sappiamo che la solidarietà è una virtù, ma siamo – o dovremmo esserlo – anche consapevoli che l’obbedienza, in questo caso cieca e acritica, invece non è più una virtù ma un pericolo, in quanto si è trasformata in un vizio. Il paradosso è che Zelensky pretende dall’Europa una solidarietà pressoché illimitata, mentre l’Europa fatica persino a stabilire quali siano i propri limiti. E quando a pagare sono sempre gli stessi, persino la generosità rischia di diventare una forma di irresponsabilità.

Isernia, 19 ottobre 2026

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