La luce tra le foglie

L’autunno, la memoria e quel fragile confine tra ombra e luce attraverso il quale impariamo a riconoscere ciò che conta.

L’autunno, quello delle dolci colline e dei monti che circondano il mio paese, la cara Isernia, da me conosciuto sin da bambino, in questi giorni di ottobre diventa il ritorno al paesaggio che ci ha cresciuti, alla memoria dei campi e dei boschi, a quella luce dorata che attraversa le foglie che rende tutto più bello e sembra quasi possibile raccogliere con una mano.

Da questa immagine nasce una meditazione sul modo in cui riconosciamo la realtà attraverso i suoi contrari. La luce ha bisogno dell’ombra, come la compassione della crudeltà, l’onestà dell’inganno e la bontà del male. Non per assolvere ciò che appartiene alle tenebre, ma perché il contrasto permette di vedere e ricordare ciò che vale. Alla fine resta una foglia stretta fra le mani, destinata a sgretolarsi. E ciò che sopravvive alla sua caduta è forse la cosa più concreta: il ricordo.

L’autunno in questo piccolo lembo di terra molisana ci ricorda perché alcuni di noi non se ne andranno mai. Non per amore, né per denaro, né per politica. È il paesaggio che ci ha cresciuti, e non possiamo allontanarci troppo da dove il profumo della campagna, il colore dei boschi, il profilo del paese sulla collina con i monti maestosi del Matese e delle Mainarde che lo circondano, il mormorio rilassante dei fiumi, il Sordo e il Carpino, che scorrono nelle valli poste ai suoi fianchi, hanno nutrito la nostra infanzia e la nostra anima. Un panorama che regala pace, silenzio e la straordinaria forza della natura.

Non è così per tutti coloro che sono cresciuti nelle grandi città. L’asfalto è asfalto in gran parte del mondo, e forse il desiderio di paesaggi suggestivi non è altrettanto forte. Non so cosa manchi a chi si avventura in città lontane per andarci a vivere. Cosa li nutre? Cosa li alimenta?

Le foglie di ottobre stanno cambiando colore e danzano nel vento. Quando vedi la luce che si insinua tra le loro forme, puoi immaginare che le foglie siano solo ombre e che la luce sia ciò che puoi cogliere allungando la mano e strapparla da rami invisibili. È uno strano trucco, un modo di vedere diverso.

E così viviamo in questo mondo dove ombra e luce si sono confuse. Per molto tempo abbiamo creduto che la foglia fosse tangibile e la luce fosse solo aria. Poi qualcuno ci ha ripetuto il contrario, più e più volte, e alla fine abbiamo smesso di ricordare. Abbiamo iniziato a credere di poter toccare la luce e abbiamo dimenticato il dolce profumo di muffa delle foglie schiacciate tra le nostre mani.

È il ricordo che è reale.

È l’ombra che incornicia la luce.

Forse è per questo che le ombre vanno considerate. Ci rivelano cosa è buono, onesto, compassionevole e reale proprio perché non lo sono. Ci offrono il contrasto che ci permette di riconoscere cosa ci nutre. Non si tratta di condanna, bensì di gratitudine. Non gratitudine per coloro che vivono nell’ombra, certo, ma gratitudine per la nostra capacità di vederla e di conoscerla per quello che è. Senza l’ombra, ben poco avrebbe senso.

Non possiamo comprendere la luce senza le tenebre. Non possiamo riconoscere la compassione senza la crudeltà, l’onestà senza l’inganno, la bontà senza il male. Conosciamo una cosa dal suo opposto.

Allora cosa si fa con il male? Lo si indica. Si fa rumore. Lo si mostra a tutti, perché nominando l’ombra ci ricordiamo che aspetto ha la luce.

E forse è proprio questo che fa anche l’autunno. Le foglie cambiano colore. La luce si raccoglie tra di esse. Noi allunghiamo le mani, quasi credendo di poterla cogliere da rami invisibili. Poi schiacciamo una foglia tra le mani e guardiamo i suoi resti accartocciarsi a terra.

Noi ricordiamo.

Guglielmo di Burra

Isernia, autunno 2026

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