LA NATO E L’EUROPA

È dal 1949, anno in cui fu istituita la NATO, che abbiamo sentito ripetere la stessa frase: gli Stati Uniti pagano la difesa dell’Europa. È una semplificazione che funziona bene negli slogan politici, ma racconta solo una parte della storia.

Washington ha certamente sostenuto il peso principale della NATO, investendo molto più degli alleati europei nelle proprie forze armate. Ma quel denaro non è mai stato una forma di beneficenza. È stato uno degli investimenti strategici più redditizi della storia contemporanea, capace di garantire agli Stati Uniti un ritorno immenso sotto il profilo militare, economico, industriale e finanziario.

La presenza militare americana in Europa ha consentito a Washington di mantenere basi avanzate, proiettare la propria potenza in tre continenti, controllare le principali rotte commerciali e consolidare il dollaro come valuta di riferimento dell’economia mondiale. Ogni portaerei, ogni base aerea, ogni centro logistico della NATO ha rappresentato un moltiplicatore della potenza americana.

C’è poi un aspetto spesso dimenticato. Gran parte delle spese militari sostenute dagli alleati finiva comunque nell’economia statunitense. Aerei, sistemi missilistici, radar, tecnologie satellitari, software, intelligence e servizi venivano acquistati prevalentemente da aziende americane. In altre parole, una parte consistente del denaro investito nella sicurezza occidentale ritornava direttamente negli Stati Uniti sotto forma di esportazioni, occupazione qualificata, ricerca tecnologica e profitti industriali.

Per oltre settant’anni questo sistema ha funzionato perché conveniva a tutti. L’Europa poteva concentrare maggiori risorse sul proprio sviluppo economico, mentre Washington consolidava una leadership globale senza precedenti.

Oggi, però, il quadro è profondamente cambiato.

L’invasione russa dell’Ucraina ha dimostrato che il continente europeo non può più considerare la propria sicurezza come un servizio garantito gratuitamente dagli Stati Uniti. Non perché la Russia rappresenti una minaccia convenzionale in grado di travolgere militarmente l’Europa. Dopo anni di guerra, Mosca ha mostrato tutti i limiti del proprio apparato militare, consumando uomini, mezzi e risorse senza riuscire a conseguire gli obiettivi strategici che si era prefissata.

La vera questione è un’altra. Anche una Russia economicamente indebolita e militarmente logorata continua a possedere uno dei più grandi arsenali nucleari del pianeta ed è ancora perfettamente in grado di esercitare pressione sull’Europa attraverso attacchi informatici, operazioni ibride, sabotaggi, ricatti energetici e continue provocazioni ai confini orientali dell’Alleanza Atlantica. È proprio questa realtà a rendere necessario un rafforzamento della capacità di deterrenza europea. Più deterrenza significa meno probabilità di conflitto e una maggiore credibilità dell’intero sistema di difesa occidentale.

Parallelamente, la crescente competizione con la Cina ha costretto Washington a spostare progressivamente il proprio baricentro strategico verso l’Indo-Pacifico. Le risorse militari americane non sono infinite e mantenere lo stesso livello di presenza contemporaneamente in Europa, Medio Oriente e Asia è diventato sempre più difficile.

Per tale motivo i Paesi europei stanno aumentando sensibilmente i propri investimenti nella difesa. Non si tratta soltanto di soddisfare una richiesta americana, ma della presa d’atto che la sicurezza del continente deve poggiare su basi più autonome. L’Europa è chiamata ad assumersi una quota maggiore delle responsabilità comuni, rafforzando la NATO anziché indebolirla.

Questo non significa che gli Stati Uniti escano penalizzati. Al contrario. Continueranno a beneficiare di un’Alleanza più solida, di partner militarmente più credibili e di nuove commesse per la propria industria della difesa. Cambia però il rapporto di equilibrio: non più un’America che sostiene quasi da sola il sistema occidentale, ma un’alleanza nella quale gli europei contribuiscono in misura molto maggiore alla propria sicurezza.

Il vero problema, oggi, non riguarda tanto la distribuzione delle spese, quanto la qualità della dirigenza politica americana.

Gli Stati Uniti hanno costruito la loro supremazia mondiale comprendendo che le alleanze rappresentano un moltiplicatore di potenza e non un costo da sopportare. Donald Trump, invece, vede la politica internazionale esclusivamente attraverso il filtro della contabilità. Riduce ogni questione geopolitica a una trattativa commerciale, continua a ripetere che gli alleati abbiano sfruttato gli Stati Uniti e ignora il fatto che proprio quel sistema di alleanze abbia garantito a Washington ottant’anni di primato economico, politico e militare.

Le sue continue minacce, gli ultimatum, gli improvvisi cambi di posizione e gli attacchi verbali rivolti agli stessi partner occidentali stanno progressivamente erodendo sensibilmente quel capitale di fiducia che gli Stati Uniti avevano costruito dalla fine della Seconda guerra mondiale. Un patrimonio geopolitico immenso che nessun bilancio pubblico è in grado di quantificare.

Il paradosso è evidente. Mentre l’Europa aumenta gli investimenti nella difesa assumendosi responsabilità sempre maggiori, Trump continua a raccontare che gli Stati Uniti siano stati vittime di un gigantesco raggiro economico. È una narrazione efficace in campagna elettorale, ma poco credibile sul piano storico ed economico. La NATO non è mai stata un regalo all’Europa. È stata uno dei più grandi affari strategici mai realizzati dagli Stati Uniti.

L’Occidente sta entrando nella fase geopolitica più delicata dalla fine della Guerra Fredda. Servirebbero lucidità, equilibrio, capacità diplomatica e una visione strategica di lungo periodo. Invece gli Stati Uniti sono rappresentati da un presidente che appare sempre più prigioniero del proprio narcisismo politico, dell’improvvisazione e di un progressivo declino personale che rischia di trasformarsi in un problema per l’intero mondo occidentale.

Per la prima volta dopo molti decenni, il punto debole dell’Occidente non è la NATO. È la qualità della leadership che oggi guida gli Stati Uniti.

Isernia, 8 luglio 2026

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Dialoghi con la coscienza

(Statua di Étienne de La Boétie)

Per puro caso, nelle mie recenti vacanze, durante una passeggiata serale sull’incantevole lungomare di Santa Maria di Leuca, il mio sguardo si è posato su un libro poggiato in primo piano su una bancarella di un venditore ambulante di libri usati: Il “Discorso sulla servitù volontaria” di Étienne de La Boétie (1530-1563). Incuriosito dal titolo e dall’autore, che non nascondo mi ha subito colpito, l’ho acquistato. Il mattino dopo, sotto l’ombrellone in riva al mare, ho iniziato a leggerlo con vivo interesse. Ho finito di leggerlo ieri, dopo il mio rientro dalle vacanze. Ѐ un saggio che esplora un paradosso politico.

Il testo fu redatto probabilmente intorno al 1549 circa e pubblicato clandestinamente nel 1576 con il titolo di Contr’un (“Contro uno”). La data di redazione è incerta: secondo gli ultimi studi esso fu composto da Étienne de La Boétie nel periodo dell’università, cioè attorno ai 22 anni. Secondo l’amico Michel de Montaigne, tuttavia, il discorso sarebbe addirittura precedente, scritto cioè attorno ai 18 anni.

Il potere del tiranno, secondo lo scrittore, divenuto poi giurista e uomo politico francese, si basa unicamente sul consenso dei sudditi. Se il popolo smette di obbedire, il tiranno cade. La traduzione in italiano di Vincenzo Papa ne offre una lettura filosofica profonda.

Sul paradosso del consenso, La Boétie ci pone una domanda: perché milioni di persone si sottomettono a un solo padrone? La risposta è che gli uomini non sono costretti con la forza, ma si auto-sottomettono.

Il potere, a parere del giovane Étienne, si regge su quattro gradini:

-L’abitudine: La tradizione ci insegna a servire fin da piccoli.

-La distrazione: I tiranni usano feste e giochi per distrarre i sudditi.

-La religione e i miti: I potenti usano la superstizione per farsi accettare.

-La catena di comando: Pochi fedeli aiutano il tiranno a dominare la massa. A loro volta, questi tiranni minori ne controllano altri.

La soluzione: la disobbedienza civile. La Boétie non chiede di usare la violenza. Propone un’azione più semplice, spiegata da una citazione celebre inserita nel testo:

“Voi potete liberarvi senza neanche provare a farlo, ma solo provando a volerlo. Siate decisi a non servire più, ed eccovi liberi. Non voglio che lo scacciate o lo scuotiate, ma solo che non lo sosteniate più, e lo vedrete, come un grande colosso al quale è stata tolta la base, piombare giù per il suo stesso peso e rompersi.”

La traduzione del libro, curata da Vincenzo Papa, è stata pubblicata nel 1995 dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (Napoli). Questa edizione, quella da me acquistata, propone un’introduzione accurata e un saggio in appendice per capire il contesto storico dell’autore.

Ci sono libri che non appartengono al tempo in cui sono stati scritti. Attraversano i secoli come fari nella nebbia e continuano a illuminare le stesse inquietudini dell’animo umano. Il Discorso della servitù volontaria è uno di questi.

Quando penso che il suo autore, Étienne de La Boétie, aveva poco più di diciotto anni, provo una sorta di vertigine. A quell’età molti cercano ancora una direzione. Lui, invece, aveva già intuito uno dei più grandi paradossi della storia: il potere raramente domina da solo. Ha bisogno della nostra collaborazione.

La domanda che attraversa il suo scritto è tanto semplice quanto devastante: Perché un uomo riesce a governarne milioni?

Istintivamente siamo portati a pensare alla forza, agli eserciti, alle prigioni, alle leggi. Ma La Boétie sposta immediatamente lo sguardo. Il vero fondamento del potere non è la spada. È il consenso. È l’abitudine. È quella lenta anestesia della coscienza che trasforma l’eccezione in normalità e la rinuncia in virtù.

“Com’è possibile che tanti uomini sopportino un tiranno che non ha forza se non quella che essi gli danno. Da dove prenderebbe i tanti occhi con cui vi spia se voi non glieli forniste? Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi.”

“Vedendo questa gente che striscia ai piedi del tiranno talvolta ho pietà della loro stupidità.

Non basta che obbediscano, devono compiacerlo, devono ammazzarsi per i suoi affari.”

(Étienne de La Boétie)

L’oppressione si regge, infatti, anche sulla connivenza delle vittime, uomini che amano le proprie catene più di se stessi.

Questa intuizione continua a inquietarmi. Perché non riguarda soltanto i tiranni del passato. Riguarda noi.

Viviamo nell’epoca che ama definirsi la più libera della storia. Possiamo comunicare con il mondo intero, accedere a un patrimonio quasi infinito di conoscenze, esprimere opinioni con un semplice tocco sullo schermo. Eppure, non sono certo che siamo diventati più liberi.

Forse siamo diventati semplicemente più connessi. La connessione, però, non coincide necessariamente con la libertà. Anzi, qualche volta ne rappresenta il travestimento più elegante.

I social media (le piattaforme digitali come: Facebook, Instagram, TikTok, Linkedin, You Tube, ecc.) ci offrono la sensazione di parlare, mentre spesso ci inducono a ripetere. Ci convincono di scegliere liberamente, mentre algoritmi invisibili selezionano ciò che vedremo, ciò che ci indignerà e perfino ciò che desidereremo.

Il conformismo non indossa più uniformi. Indossa profili. Non pretende più il silenzio. Pretende partecipazione continua. Ci invita a commentare tutto, ma sempre più raramente a riflettere davvero.

La nuova servitù volontaria non passa necessariamente attraverso la censura. Passa attraverso il rumore. Attraverso la distrazione permanente. Attraverso quell’infinita successione di immagini, emozioni e polemiche che occupano ogni spazio disponibile della nostra attenzione.

E un essere umano che non riesce più a sostare nel silenzio finisce inevitabilmente per perdere il dialogo con se stesso. È lì che nasce ogni forma di dipendenza. Non soltanto politica. Esistenziale.

La Boétie aveva compreso una verità che oggi appare ancora più evidente: nessun potere può controllare completamente un popolo che conserva la capacità di pensare autonomamente.

Per questo, ogni epoca sviluppa strumenti diversi per ottenere il medesimo risultato. Un tempo bastava la paura. Oggi, molto più spesso, basta la distrazione. Un tempo si proibivano i libri. Oggi si rende quasi impossibile trovare il tempo e la concentrazione per leggerli davvero.

La libertà non viene sempre confiscata. Talvolta viene semplicemente sostituita con un intrattenimento permanente. E noi, quasi senza accorgercene, iniziamo a confondere il movimento con il cambiamento, l’informazione con la conoscenza, la visibilità con il valore. È così che il potere diventa invisibile. Non perché scompaia. Perché smettiamo di riconoscerlo.

La riflessione di La Boétie, però, non è un invito al pessimismo. È un richiamo alla responsabilità:

– Ogni volta che rinunciamo a esercitare il pensiero critico.

– Ogni volta che preferiamo appartenere invece di comprendere.

– Ogni volta che condividiamo qualcosa senza averla verificata.

– Ogni volta che lasciamo decidere agli altri ciò che dovremmo decidere noi.

– Ogni volta che il desiderio di essere approvati supera quello di essere autentici.

In tutti questi momenti stiamo cedendo un frammento della nostra libertà. La servitù volontaria non comincia con le catene. Comincia con piccole deleghe quotidiane della coscienza.

Per questo, credo che la libertà non sia uno stato conquistato una volta per tutte. È una disciplina interiore. Un esercizio faticoso. Una continua manutenzione dello spirito.

Essere liberi significa accettare la fatica del dubbio quando tutti sembrano possedere certezze assolute. Significa avere il coraggio della complessità in un’epoca innamorata degli slogan. Significa sopportare la solitudine del pensiero autonomo senza rifugiarsi nel conforto del branco. Forse è proprio questa la battaglia decisiva del nostro tempo. Non quella contro un tiranno riconoscibile. Ma quella contro il piccolo tiranno che lentamente prende dimora dentro ciascuno di noi: la pigrizia mentale, il conformismo, la paura di essere esclusi, il bisogno continuo di approvazione.

Perché ogni potere esterno trova sempre un alleato nel nostro mondo interiore. Ed è lì che si decide il destino delle società. Prima ancora che nelle piazze. Prima ancora che nei parlamenti. Prima ancora che nelle urne. Si decide nel silenzio della coscienza. È lì che nasce la libertà. Ed è sempre lì, purtroppo, che comincia anche la servitù.

Forse il lascito più prezioso di quel giovane filosofo francese non consiste nell’aver denunciato i tiranni. Consiste nell’aver ricordato a ciascuno di noi che la libertà non dipende soltanto da chi governa.

Dipende, ogni giorno, dal coraggio con cui scegliamo di governare noi stessi.

E questa, a pensarci bene, è la responsabilità più difficile. Ma è anche l’unica che nessun potere potrà mai sottrarci, se saremo abbastanza vigili da custodirla.

Isernia, 5 luglio 2026

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Anche quest’anno è tornato il momento delle vacanze per riposo fisico e mentale

Giro la chiave e chiudo la porta,

finalmente è la spiaggia che m’importa!

La sveglia al mattino è solo un ricordo,

al suono del mare affido l’accordo.

Basta computer, scadenze e bollette,

è il tempo del sole, dei pantaloncini e magliette,

di un tuffo leggero nell’acqua marina,

senza pensare alla fretta mattutina.

Il telefono tace, la mente si siede,

la sabbia dorata accarezza ogni piede.

Un cocktail gelato, una fetta d’anguria,

sono il massimo della goduria.

Ricarico i sogni, la forza e il sorriso,

le vacanze son fatte per il paradiso.

Ci rivediamo tra un po’, spero felici,

un caro saluto a tutti gli amici!

Guglielmo

Isernia, 12 giugno 2026

p.s. :

Non cercatemi, mi sono perso e non ho voglia di ritrovarmi, almeno fino all’inizio di luglio.

Per urgenze telefonare al 118.

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L’ERA DEI SEMICONDUTTORI

Il mondo sta cambiando. Bella frase, penserete voi, oggi il nostro amico ha scoperto l’acqua calda. Per la verità, non è calda, ma bollente.

Vi racconto una storia che non è di fantascienza ma dei giorni nostri. Nella Regione Autonoma della Mongolia Interna della Cina settentrionale, territorio remoto e pieno di deserti, si sono svolte, dal 30 maggio e il 6 giugno 2026, manovre militari congiunte fra l’esercito cinese e quello mongolo. Niente di strano. Lo strano è che non ci sono uomini o carri armati, aerei o cannoni, eppure sono manovre militari. Prove di guerra. Solo droni e robot, guidati da algoritmi elaborati dall’intelligenza artificiale. Questi sofisticati robot li chiamano “lupi robot” perché si muovono su quattro zampe meccaniche, come animali da ricognizione trasformati in macchine da guerra. Nelle esercitazioni congiunte “Steppe Partner 2026” con la Mongolia, la Cina ha mostrato robot quadrupedi armati, controllati a distanza e usati insieme ai droni per osservare il terreno, trasmettere immagini al posto di comando e avanzare verso le postazioni del “nemico”. Secondo la Televisione Centrale Cinese, durante la simulazione i robot hanno superato ostacoli e aperto il fuoco di copertura con fucili d’assalto, coordinandosi con artiglieria e unità d’assalto. Tecnicamente sono sistemi terrestri senza equipaggio: mezzi senza persone a bordo, pensati per ricognizione, sorveglianza e operazioni in aree rischiose. Sono manovre non per le guerre del futuro, ma per quelle di adesso. Lo stiamo vedendo in Ucraina e in Medio Oriente, ma questa è solo un’anticipazione di ciò che sta accadendo.

A Taiwan stanno sperimentando, pare, dei droni anfibi e subacquei simili a dei grossi granchi robotizzati, ovviamente armatissimi, da sbarcare sulle coste cinesi in caso di conflitto, guidati dall’intelligenza artificiale. Non parlano, non soffrono, non hanno pietà. Sono solo macchine intelligenti programmate per distruggere e uccidere. Ma a Taiwan non sono cattivi per definizione. Sono come tutti gli altri che progettano macchine di distruzione impensabili.

La guerra, che almeno in Europa avevamo allontanato dai nostri schemi mentali per almeno mezzo secolo, è tornata prepotentemente a fare da protagonista. Una sessantina di guerre sono in corso in tutto il mondo. Non si può fare a meno della guerra. Solo degli sprovveduti o degli ingenui possono pensare di bandire la guerra dalla prossima storia dell’uomo.

In genere la guerra si giustifica come difesa da attacchi altrui. Qualche volta, è un attacco per prevenire offese da altri. Giratela come volete: qualunque motivazione gli diate, sempre guerra è.

Abolita la leva, che era una buona scuola di civiltà e di socialità per i giovani, ritorna all’orizzonte la leva per la difesa della patria. Già, dov’è la patria? Ma la nostra, che diamine!

Non si può neppure pensare ad una patria Europa perché, semplicemente, non c’è. Armiamo i nostri figli perché ci devono difendere. Le case, le imprese, le famiglie, donne, vecchi e bambini, le nostre opere d’arte, la nostra storia. Tutte cose bellissime e sacrosante. Gli eserciti nazionali sono da secoli l’usbergo della difesa, perché dobbiamo proteggere i nostri cari e i nostri interessi.

Però, non è più così, non facciamoci delle illusioni. Forse una volta.

Oggi, il fronte non è più dove si schierano i soldati. Quella è una linea rossa buona per i diplomatici. La guerra moderna e, ancor più, quella modernissima che si sta profilando, i soldati nemmeno li guarda. La guerra è dovunque. Nello sterminio, i soldati non difendono più nessuno. Basta un missile ben diretto per fare una strage di famiglie o di tesori d’arte. Non a caso i morti civili sono molti di più di quelli militari. E allora?

Anche qui il concetto tradizionale di guerra di difesa, è stato stravolto. Non significa più nulla. La guerra è totale e dovunque, che porti o non porti una divisa. La differenza tra civili da proteggere e militari da abbattere non esiste più. Ragioniamo in base a vecchi schemi mentali superati dalla tecnologia umana e dalla intelligenza artificiale.

Che cosa sta davvero cambiando? Tutto.

È in atto una trasformazione profonda. Dalla civiltà dell’acciaio e del petrolio stiamo passando addirittura ad un’altra era, quella dei dei semiconduttori (come il silicio) e dell’intelligenza artificiale. Non è un cambiamento, è una rivoluzione che annienta il vecchio sistema cui siamo abituati, creandone uno talmente diverso che stentiamo addirittura a capirlo.

Immaginate di avere in casa un quadro. Rappresenta un po’ di mare, qualche vela, una montagna sullo sfondo, alcune casette sulla riva. Ad un tratto, sotto i vostri occhi, il mare sta cambiando colore, le case sfumano all’orizzonte, le vele diventano gabbiani che volano. Non vi ci ritrovate, perché quello non è più il vostro quadro. Il quadro si dissolve sulla parete: niente vetro antiriflesso, nessuna cornice. Si spalma sulla parete ed apre una finestra sul vuoto dove potete vedere il mare del quadro che sciaborda tranquillo. Pensate di non stare bene.

Altro esempio: camminate su una strada.. Un ciclista vi sorpassa, intentate con lui una gara salendo in motocicletta. Lo superate e lui, a quel punto, s’innalza nel cielo. Quello vola e voi restate a terra. Non c’è più competizione. Avete perso.

Questa è la rivoluzione che stiamo vivendo, senza accorgercene, con la testa farcita di tradizioni in un mondo nuovo che di quelle tradizioni non sa che farsene perché non ragiona con la vostra mente, ma con gli algoritmi. Un algoritmo è, in parole semplici, una serie di istruzioni precise che dicono a una macchina (o a una persona) come arrivare da un punto A a un punto B per risolvere un problema. Un algoritmo è una procedura. L’intelligenza artificiale è un sistema che usa molti algoritmi per imparare, adattarsi e prendere decisioni.

L’intelligenza artificiale, ci spiegano i dotti, può essere predittiva, altro termine non chiaro. Vediamo di spiegarlo: significa che può anticipare una valutazione sulla personalità e sulle tendenze di una persona, desunte dai suoi comportamenti.

Immaginiamo un Paese di 20.000 abitanti. Il sindaco vuol sapere cosa pensano di lui e del suo operato e se ci sono oppositori da temere. Come fa? Semplice: esiste il riconoscimento facciale. Lo fanno spesso senza problemi con il cellulare. Può classificare tutti gli abitanti della cittadina. Una cosa da nulla per un buon computer. Ma non basta. Ha informazioni sufficienti per sapere chi sono, cosa fanno, quando sono nati, se hanno famiglia, quanti amanti hanno avuto.

Ma non basta, queste sono banalità. Può sapere quello che pensa dai suoi comportamenti, dai suoi discorsi, registrati, dalle compagnie che frequenta, da ciò che ha scritto. Può avere un quadro esatto delle singole persone e, da questo, giudicare chi è un fedele elettore, chi brontola, chi è insoddisfatto, chi è pericoloso. Se è troppo pericoloso, (ecco perché si chiama predittiva), lo isola o lo può mettere in grado di non nuocere.

Non pensate più al sindaco. Pensate, invece, a un regime. Non c’è scampo. Fantascienza? Continuate a crederlo, ma è, invece, la realtà che si prospetta nell’immediato futuro.

Abbandoniamo i vecchi schemi mentali, tipo ci sono solo tre grandi potenze al mondo: Usa Cina e Russia. Oggi il potere, quello vero, si sta spostando. La “pace” o la “stabilità” di una società non derivano più da accordi politici, ma dal funzionamento continuo e incontestabile delle infrastrutture digitali: chip, reti, algoritmi, sistemi di sorveglianza. C’è chi ce l’ha (Cina, Singapore, Taiwan. USA, Israele, Corea del sud, Vietnam, India), e chi no, come la Russia (dipende dai produttori asiatici, principalmente dalla Cina) e l’Unione europea, per il loro grave ritardo tecnologico.

La differenza è abissale. Il potere è nelle mani di chi controlla i semiconduttori e la stabilità delle relazioni politiche dipende da chip, reti, IA, per cui il controllo è preventivo, non reattivo e la pace è tecnologica, non più politica.

Questa è la la “Pax Silica”, quella del silicio. Il silicio sta cambiando la geopolitica perché sposta il baricentro del potere mondiale dal territorio al silicio, cioè alle filiere dei semiconduttori, dell’AI e delle infrastrutture digitali. Questo comporta che chi controlla i chip controlla l’AI, chi controlla l’AI controlla l’economia, chi controlla l’economia controlla la geopolitica, con tanti saluti ai nazionalismi tradizionali e nostrani.

Non a caso gli Stati Uniti stanno costruendo una vera e propria alleanza globale del silicio, con effetti geopolitici profondi. Il XX secolo era dominato dal petrolio e dall’acciaio, il XXI secolo è dominato da computer, chip e minerali critici. L’AI e le sue filiere sono la nuova infrastruttura strategica dell’Occidente.

Il nuovo mondo che si sta affacciando sulla scena si basa sul controllo digitale (sistemi di sorveglianza, tracciamento, riconoscimento facciale), sulla Governance algoritmica (decisioni prese da algoritmi invece che da persone), sulla Dipendenza tecnologica (società che non possono più funzionare senza reti e chip). Ne risulta, con una stabilità apparente, meno conflitti visibili, ma più controllo invisibile, sotto l’indiscussa supremazia prevalenza delle big tech, che hanno il potere geopolitico delle aziende che producono silicio e software.

Quella Pacem in Terris, umanamente auspicata da Papa Giovanni XXIII con la sua ultima enciclica pubblicata l’11 aprile 1963, purtroppo, non nasce più da accordi umani, ma da infrastrutture tecnologiche che regolano, limitano o prevedono i comportamenti. Nasce da un potere concentrato in chi controlla i chip, i dati e gli algoritmi. Il potere è nelle mani di chi controlla il silicio. È una pace fredda, automatizzata, non negoziata.

Nel 2025 gli Stati Uniti hanno lanciato la Pax Silica, una specie di NATO del silicio, un’alleanza internazionale per creare una filiera sicura e condivisa di semiconduttori, AI e minerali critici. Vi partecipano: USA, Australia, Regno Unito, Giappone, Corea del Sud, Singapore, Israele. Questa è la vera NATO dell’era del silicio. L’obiettivo è ridurre la dipendenza dalla Cina, coordinare la produzione e la ricerca, proteggere le filiere da shock geopolitici, garantire continuità all’AI occidentale. È un’alleanza economico‑tecnologica, non militare, ma con effetti strategici equivalenti.

L’Unione europea non ha ancora deciso se far parte di questa nuova NATO del silicio, ma ha lanciato una strategia di sovranità tecnologica tramite l’European Chips Act, approvato nel febbraio 2022, e che ora vorrebbe potenziare, con l’obiettivo di aumentare la produzione di microchip e semiconduttori nel continente per non dipendere da fornitori asiatici o statunitensi. Tuttavia, oggi come oggi, l’Unione non ha speranze, visto il ritardo della sua tecnologia, ormai tagliata fuori dall’evoluzione galoppante. Nel mercato dell’intelligenza artificiale, l’Europa è ancora un osservatore di una gara che si gioca altrove.

Questa situazione è il risultato di decenni in cui il continente ha preferito acquistare tecnologia piuttosto che produrla. Ora, proprio in questi giorni, l’UE ci sta ripensando. Bisogna però vedere se le conviene. Non è in discussione la capacità tecnologica; il fatto è che il mercato nell’Ue è troppo piccolo per sostenere un attore europeo. Peraltro tutto da costruire. Manca una nostra industria di prodotti di consumo, e non a caso. La domanda di chip in Europa è di 50 miliardi, contro i 750-800 del mercato mondiale.

L’adesione europea alla Pax Silica, invece, oggi segnerebbe un cambio di passo importante. In tal modo l’AI diventa un tema di sicurezza nazionale e di alleanza strategica e l’Europa non rischierebbe di essere esclusa dai vantaggi tecnologici (ma anche economici, politici e strategici) del progresso digitale. Il tutto è ben lontano dalle sciocche polemiche sul tema del riarmo, indubbiamente obsoleto alla luce delle nuove tecnologie.

Allo stato attuale, nessuno dei Paesi dell’alleanza controlla da solo l’intera catena dell’AI. L’interesse e la stabilità dipendono dall’interdipendenza tra i vari Paesi membri. In questo ambito, infatti, l’autarchia è impossibile. In sintesi, la filiera è composta da chi possiede le risorse e non sempre è in grado di sfruttarle.

Dunque, abbiamo Paesi possessori di risorse di silicio, Paesi trasformatori, Paesi stampatori. Nessun Paese controlla da solo l’intera catena dell’AI: minerali, raffinazione, chip, hardware, cloud, modelli, applicazioni.

La stabilità nasce dalla interdipendenza tra partner fidati, non dall’autarchia. Questo cambia la geopolitica in tre modi: le alleanze si basano sulle filiere, non sui confini; i minerali critici diventano strategici quanto il petrolio; la sicurezza nazionale dipende dal cloud e dai chip, non solo dagli eserciti.

Ma soprattutto, cambiano i Paesi importanti. Una vera rivoluzione.

Isernia, 8 giugno 2026

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UNA REPUBBLICA DEMOCRATICA?

L’Italia è probabilmente l’unico Paese al mondo che, dovendo scegliere una data da scolpire nel marmo della propria memoria, ha preferito la cicatrice al volto.

Celebra la fine di una guerra civile, la conclusione di una guerra perduta e il cambio della forma dello Stato, ma non il giorno in cui diventò una nazione.

È una strana singolarità, non voglio esagerare, che meriterebbe l’attenzione di qualche psichiatra prima ancora che quella degli storici.

Il 2 giugno è una data importante, certo. Segna il passaggio dalla monarchia alla repubblica. Ma una forma di Stato è un vestito istituzionale: si può cambiare senza cessare di essere ciò che si è.

L’Italia esisteva prima del referendum e sarebbe esistita anche se le urne avessero dato un esito diverso. Il 2 giugno riguarda il modo in cui la nazione si governa; non il fatto che la nazione esista.

L’Unità d’Italia, invece, riguarda il momento in cui gli italiani smisero di essere soltanto piemontesi, toscani, veneti, napoletani, siciliani, etc, e divennero, almeno sulla carta, una comunità politica, lo Stato unitario italiano. È l’atto di nascita. Ma gli atti di nascita, in questo Paese, si tengono in soffitta. Si preferisce esibire i certificati di divorzio.

Qualche dotto sprovveduto obietta che celebrare il 17 marzo, perché in questa data, nel 1861, venne ufficialmente proclamato a Torino la nascita del Regno d’Italia, sancendo l’unificazione della penisola, significherebbe rendere omaggio ai Savoia. È un ragionamento degno di chi, visitando una cattedrale, ne vede soltanto l’impalcatura.

L’Unità non fu il trionfo di una dinastia: fu il compimento del Risorgimento, il punto d’arrivo di una storia secolare, il tentativo – riuscito o meno è altra questione – di dare una patria politica a un popolo che da secoli possedeva già una lingua, una cultura e una memoria.

Ma l’Italia contemporanea diffida delle proprie radici come un erede scialacquatore diffida dell’albero genealogico. Preferisce commemorare ciò che divide piuttosto che ciò che unisce. Si trova più a suo agio tra le macerie che nel contemplare le fondamenta.

E non finisce qui, perché noi, nel frattempo, continuiamo a celebrare il giorno in cui una famiglia reale uscì di scena e a ignorare quello in cui una nazione entrò nella storia.

Un Paese normale farebbe il contrario. Ma l’Italia, da molto tempo, preferisce specchiarsi nelle proprie fratture. Le fondamenta sono sottoterra: non si vedono. Le crepe, invece, stanno in facciata. E fanno più notizia.

1946: due giugno ultimo giorno della Monarchia. Il popolo italiano, stremato da una guerra persa, ci credeva, lottava, soffiava sul fuoco fragile della nascente democrazia. L’idea guida, la Repubblica, con l’obiettivo di spazzare via la Monarchia, vissuta come catalizzatore delle forze oppressive, generatrici di ingiustizia sociale, miseria, guerre e povertà. E Repubblica fu, il 2 giugno 1946!

Ma il 2 giugno 2026? Allo spegnimento dell’ottantesima candelina la signora Repubblica non sembra sprigionare lo stesso entusiasmo di quel tempo.

Non è stata l’età anagrafica a farle perdere il fascino iniziale. E’ più probabile che il progressivo sentimento di disillusione derivi dal “come” la moderna società italiana ha maneggiato questo gioiello, regalatoci da chi ha lottato a costo di rimetterci la vita.

Si diceva che la Repubblica avrebbe assicurato progresso, libertà sociale, benessere, partecipazione democratica. E in effetti così è stato, almeno nei decenni successivi.

Oggi, questa idea non è più così diffusa.

La Repubblica, come forma di Stato, non basta ad assicurare un accettabile livello di democrazia. Anche la Russia è una Repubblica, lo sono la Turchia, l’Iran e la Cina. Sono esempi di democrazia accettabile per noi italiani, europei?

La risposta non può che essere negativa, considerato che in quei Paesi il Popolo e gli elettori sono relegati al ruolo di spettatori, per lo scarso livello democratico. Siamo quindi convinti che l’Italia non corra il rischio di scivolare verso quell’impoverimento democratico?

Democrazia significa decidere, influire sulle scelte. Ma in Italia oggi qual è il livello di partecipazione democratica?

Più basso o più alto rispetto alla prima fase dell’esperienza Repubblicana? Non è semplice la risposta, ma una prima considerazione va fatta considerando il sistema elettorale.

Siamo assuefatti all’idea che ogni nuova maggioranza parlamentare, dal 2006 ad oggi, si incarica di modificare la legge elettorale. Succede solo in Italia ed è una peculiarità che qualcosa vorrà dire.

Nella tanto vituperata prima Repubblica questo non sarebbe stato possibile, senza generare un grande dibattito nazionale. Ma dopo aver fatto passare l’idea che la politica è corrotta, che i partiti sono corrotti, che le preferenze nel sistema elettorale sono strumento mafioso di corruzione elettorale, trasferendo, così, anche sugli elettori la presunzione di corruzione e di inadeguatezza nell’esercitare il fondamentale diritto politico del voto, ecco la geniale soluzione: gli eletti devono essere indicati dai detentori del simbolo delle liste elettorali.

Tutti i principali gruppi Parlamentari sono concordi, nessuno escluso. Chi dice il contrario mente sapendo di mentire.

E così abbiamo trasferito un rilevantissimo pezzo di sovranità mettendolo nelle mani di 5 o 6 persone. Senza accorgercene, abbiamo delegato ai leader (dei simboli elettorali, non più di veri e propri partiti) il potere di condizionare tutto ciò che si decide al Governo e nel Parlamento.

Gli elettori di un collegio (esistono ancora i collegi?) non scelgono più i loro rappresentanti, in modo che alle successive elezioni non potranno più, con il voto, premiarli o punirli per l’azione politica svolta durante il mandato elettorale. E così avviene che pure nel mio piccolo disgraziato Molise alcuni candidati sono stati imposti e catapultati da Roma. Personaggi che manco sapevano (e continuano a ignorare) dell’esistenza di questo disgraziato lembo d’Italia, ma che dovrebbero ben rappresentare in Parlamento.

Anche in Iran il Popolo vota ma i candidati vengono scelti dal “Consiglio dei Guardiani” che, ovviamente, esclude sistematicamente coloro che sono critici verso il regime.

E i nostri leader dei simboli cosa fanno secondo Voi? Includono nelle liste bloccate gli esponenti che non giurano loro fedeltà?

Da Repubblica democratica a regime oligarchico, senza accorgersene, il passo non è così lungo.

Ma fin che la barca va……., cantava Orietta Berti nel lontano 1970.

Isernia, 3 giugno 2026

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La parata del 2 giugno

La Festa della Repubblica dovrebbe essere il giorno in cui l’Italia si riconosce nei suoi valori fondativi, quelli che hanno dato vita alla Costituzione e alla scelta del 1946.

È la ricorrenza che dovrebbe ricordare al Paese che la Repubblica nasce dal ripudio della guerra, dalla dignità civile, dalla responsabilità collettiva.

E invece, ogni anno, il 2 giugno si trasforma in una parata militare che sembra più un’esibizione di forza che una celebrazione della democrazia.

Divise, cavalli, fanfare, mezzi blindati: un rituale che si ripete senza interrogarsi sul suo senso, come se la Repubblica avesse bisogno di mostrarsi armata per sentirsi solida.

Quest’anno, però, la retorica si è sgretolata prima ancora che la parata cominciasse.

Durante le prove notturne a Roma, qualcuno ha pensato bene di far esplodere fuochi d’artificio “per scaramanzia”, come se ci si trovasse in una festa di paese e non in mezzo a decine di cavalli schierati.

Chiunque abbia mai avuto a che fare con un cavallo sa perfettamente che basta un rumore improvviso per farlo impazzire: il cavallo è un animale di fuga, non ragiona, non valuta, scappa. È la sua natura. Non serve essere esperti, basta il buon senso.

E invece il risultato è stato devastante: cavalli in fuga lungo la Cristoforo Colombo, militari feriti, una poliziotta ferita, animali travolti dalle auto, quindici cavalli lesionati e uno talmente ridotto male da dover essere abbattuto sul posto dal veterinario.

Una scena assurda, crudele, grottesca, che ha trasformato le prove della parata in un caos da film, con sirene, lampeggianti, animali terrorizzati e cittadini increduli.

I giornali parlano di “tragicommedia”, di “disertori”, di “botti scaramantici”, ma la verità è più semplice e più grave: è stata una catena di irresponsabilità. Perché se metti decine di cavalli in un contesto urbano, di notte, con luci, rumori, traffico, e poi fai esplodere petardi, non stai organizzando una parata, stai preparando un disastro.

E il disastro è arrivato puntuale.

L’incidente non è un imprevisto: è la conseguenza diretta di una gestione dilettantesca, di una cultura che confonde la tradizione con l’abitudine e la sicurezza con la superficialità.

E così, mentre la Repubblica dovrebbe celebrare se stessa, si ritrova a fare i conti con un cavallo morto, con feriti, con polemiche e con un’immagine internazionale che oscilla tra il ridicolo e il tragico. La Festa della Repubblica dovrebbe essere il momento in cui il Paese mostra la sua parte migliore, non la sua incapacità di proteggere nemmeno gli animali che mette in prima linea per una parata.

Quest’anno, invece, resta l’immagine di cavalli terrorizzati, di un animale abbattuto, di feriti, di improvvisazione elevata a metodo. E allora la domanda non è più come celebrare la Repubblica, ma se le persone incaricate di organizzarne la festa siano davvero all’altezza del compito, perché una Repubblica non perde credibilità da sola: la perde quando viene rappresentata da figure che confondono la tradizione con la superficialità, la sicurezza con la scenografia, il rispetto con la retorica.

Finché a gestire il rito civile più importante del Paese saranno persone incapaci di prevedere l’ovvio, nessuna parata potrà restituire dignità a ciò che la loro incompetenza ha già compromesso.

La verità è che non sono i cavalli ad aver perso il controllo, bensì coloro che dovevano garantire ordine, sicurezza e buon senso.

E quando chi guida sbaglia in tal modo, il problema non è la Repubblica, il problema sono i suoi rappresentanti, che non sono nemmeno capaci di predisporre con cura la sua festa.

Isernia, 1 giugno 2026

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Il controllo dell’acqua

Ogni forma di vita conosciuta nasce dall’acqua. Ogni essere umano attraversa l’acqua prima ancora di vedere il mondo. Ogni civiltà della storia è sorta accanto a un fiume, a una sorgente, a un mare.

L’acqua non è soltanto una risorsa, ma la condizione stessa dell’esistenza. E, forse, proprio per questo il XXI secolo sta trasformando l’elemento più naturale della vita, l’acqua, nella leva geopolitica più silenziosa e potente del pianeta.

La vita nasce dall’acqua, le civiltà nascono attorno all’acqua; gli imperi, le guerre, da millenni inseguono l’acqua.

Eppure, il XXI secolo sta trasformando questo elemento primordiale in qualcosa di ancora più profondo, nella “nuova” infrastruttura geopolitica invisibile del potere globale.

Per decenni abbiamo pensato che il cuore degli equilibri mondiali fosse il petrolio. Oleodotti, gasdotti, stretti marittimi, rotte energetiche, guerre per gli idrocarburi. E, certamente, il petrolio ha costruito buona parte della geopolitica moderna.

Ma, mentre il mondo osserva l’IA, i semiconduttori, le reti digitali e la competizione tecnologica globale, sta emergendo una realtà molto meno raccontata e immensamente più strategica, la rivoluzione digitale ha una dimensione idrica nascosta.

Ogni sistema di intelligenza artificiale necessita di gigantesche infrastrutture fisiche. Centri di elaborazione dati, microprocessori, sistemi di raffreddamento, reti energetiche, server distribuiti su scala planetaria. E, tutto questo, consuma enormi quantità di acqua.

Un singolo grande data center (solo in Italia se ne contano più di 200) può utilizzare fino a milioni di litri d’acqua al giorno per il raffreddamento delle proprie infrastrutture. L’addestramento di modelli avanzati di intelligenza artificiale richiede quantità energetiche e idriche paragonabili al consumo di intere città di medie dimensioni.

È uno dei grandi paradossi della nostra epoca, la civiltà più immateriale della storia dipende disperatamente dall’elemento più antico della Terra: l’acqua. L’unico elemento senza cui nessuna civiltà, nessuna economia, nessuna tecnologia e nessuna forma di vita possono esistere.

Ed è, forse, profondamente simbolico che proprio oggi, mentre il Vaticano presenta “Magnifica Humanitas”, la prima enciclica di Papa Leone XIV dedicata all’intelligenza artificiale, emerga con forza una domanda che il nostro tempo continua a rimuovere: ma cosa accade quando la velocità tecnologica supera la capacità biologica del pianeta di sostenerla?

Perché il vero nodo geopolitico del XXI secolo potrebbe non essere soltanto chi controllerà gli algoritmi, ma chi controllerà le risorse necessarie per mantenerli vivi.

Per secoli il petrolio ha determinato guerre, alleanze, invasioni e colpi di Stato. Nel mondo che sta arrivando, potrebbe essere l’acqua a definire stabilità, migrazioni, sicurezza alimentare, collassi economici e nuovi conflitti regionali. Lo vediamo già.

La “GERD”, la gigantesca diga Etiope ( la più grande del continente africano, con un volume del bacino di 10,2 milioni di m³, che sfruttando le acque del Nilo Azzurro, raggiunge una potenza installata di 5.150 MW, equivalente a tre centrali nucleari di media grandezza) sta ridefinendo gli equilibri strategici tra Etiopia, Egitto e Sudan. Per il Cairo il controllo del Nilo non è una questione ambientale, ma una questione esistenziale.

In Iran la crisi idrica sta alimentando tensioni sociali profonde, desertificazione e instabilità agricola.

La Turchia utilizza da anni il controllo delle acque del Tigri e dell’Eufrate come leva geopolitica nei confronti di Siria e Iraq.

Nel Maghreb la scarsità idrica accelera vulnerabilità economica, pressione migratoria e fragilità sociale.

Perfino l’Europa, che per decenni si è percepita al riparo, sta iniziando a scoprire la propria fragilità tra siccità, stress agricolo e pressione energetica. E dentro questa trasformazione si inserisce la nuova rivoluzione algoritmica.

Perché ogni risposta generata da un’intelligenza artificiale, ogni rete neurale addestrata, ogni server acceso dentro la nuova economia digitale, possiede una dimensione materiale che il mondo continua a non vedere. La vera infrastruttura invisibile dell’IA non è soltanto il codice. È l’acqua.

Ed è qui che emerge una delle contraddizioni più profonde della nostra epoca.

La civiltà contemporanea parla continuamente di virtuale, digitale e immateriale, ma il potere reale continua a dipendere dagli elementi fondamentali della vita biologica: acqua, energia, cibo, materie prime, stabilità climatica.

La tecnologia non sostituisce la natura, la rende ancora più strategica.

Per questo il controllo dell’acqua sta diventando progressivamente una leva geopolitica globale. Chi controlla le dighe controlla intere economie. Chi controlla le reti idriche controlla agricoltura, industria, energia e stabilità sociale. Chi controlla l’accesso all’acqua controlla la sopravvivenza stessa delle popolazioni.

Abbiamo costruito una civiltà capace di creare intelligenze artificiali avanzatissime, ma continuiamo a dipendere dallo stesso elemento dentro cui nasce la vita da miliardi di anni.

Nessuna civiltà può esistere senza acqua, nessuna tecnologia digitale può esistere senza acqua.

Si combatterà per il controllo dell’unica risorsa che può farci sopravvivere: l’acqua.

Il potere del futuro non apparterrà soltanto a chi svilupperà l’intelligenza artificiale più avanzata, ma a chi controllerà ciò che terrà in vita l’intera nuova civiltà globale.

Isernia, 27 maggio 2026

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Cina, Russia e Stati Uniti, tre potenze mondiali economiche e nucleari

Ritengo che osservare sia uno dei principali modi per farsi un’idea sui fatti che accadono.Non vi è chi non possa vedere che il mondo occidentale è preda di un’esagerata corsa all’accorpamento delle fonti di energia. Le fonti di energia e, quindi, l’economia che le ruota attorno, sono il fulcro e il perno su cui gira e gravita l’intera prospettazione futura dell’Umanità.

Altrettanta consapevolezza è che, allo stato, esistono tre potenze mondiali, economiche e nucleari: gli Stati Uniti, la Russia e la Cina. Tre potenze che hanno dimostrato di disprezzare il diritto internazionale e gli organismi internazionali di Tutela della Collettività mondiale. Tre potenze che dispongono di enormi quantità di fonti di energia e possono contare su di un reciproco “patto” di rispetto delle sfere d’influenza, un accordo non dichiarato. Per certi versi, nulla di nuovo, ma per certi altri, molto di nuovo e, gravemente, preoccupante.

Ormai, dopo il secondo conflitto mondiale il Mondo era diviso in due aree: quella degli USA e quella dell’URSS, oggi, in gran parte Russia. Sfere di influenza che erano, però, rispettose dei limiti (si veda cosa accadde nella c.d. Guerra Fredda) e gli schieramenti erano connotati da due entità militari: la NATO e il Patto di Varsavia. Due realtà militari ben definite e contrapposte, due realtà che per anni si sono “mostrati i denti” e minacciate vicendevolmente senza andare oltre.

All’epoca la strategia prevedeva che la guerra nucleare non era praticabile, perché non avrebbe lasciato nessuno dei contendenti in vita. Una guerra nucleare su larga scala avrebbe compromesso o del tutto estinto il genere umano e tutte le forme di vita nel pianeta.

La strategia della tensione ed i blocchi contrapposti avevano un ruolo di voler definire rapporti di forma sempre con la piena consapevolezza che esiste un limite e che non poteva essere valicato in alcun caso. Vi erano politici, sia nel blocco occidentale, sia in quello orientale, che avevano piena consapevolezza che lo scontro ci poteva essere, ma che non andava portato oltre la soglia.

L’Europa, in quel tempo, era in parte sotto la NATO e in parte sotto il Patto di Varsavia. Sino alla fine dell’Unione Sovietica, questa era la posizione: due blocchi contrapposti in una situazione di “guerra fredda” non dichiarata e permanente.

L’evento che politicamente cambiò la scena dell’Unione Sovietica fu Gorbaciov. L’avvenimento che sgretolò il potere territoriale dell’Unione Sovietica fu la caduta del muro di Berlino nel 1989.

Da quel momento in poi l’URSS non è stata, di fatto, più in grado di trattenere territori che già soffrivano il rapporto con la “Grande Madre Russia”; senza contare che Mosca si trovava in un una crisi economica. La fine dell’Unione Sovietica come potenza politica è stata una sciagura ed in prospettiva era molto prevedibile che il suo crollo avrebbe portato uno squilibrio sotto il profilo geopolitico.

Dopo Gorbaciov vi fu Eltsin, un politico etilista e poco equilibrato, e poi Putin, un tecnocrate e funzionario del KGB.

La Russia ha perso pezzi di territorio, ma ha conservato la potenza militare e l’arma atomica. Il Paese, però, dopo il riformatore Gorbaciov e il chiacchierato Eltsin conosce Putin che, con mirabile destrezza, diventa lo Zar della Russia. Il suo potere è fondato essenzialmente sulla formula ben oliata della venerazione del capo. Non ci sono mezzi termini: l’eliminazione sistematica dell’oppositore è la sua regola.

La Russia, oggi, è uno sterminato Paese dove la Mafia fa affari d’oro e il potere è in mano a un oligarca che usa tutte le forze per restare saldamente al comando ed eliminare ogni oppositore (polonio o carcere o entrambi). La Russia è energeticamente indipendente e autonoma e può rifornire gli Stati dell’Asia e dell’Europa a lei vicini. Politicamente è un vero monolite, militarmente è una forza militare, ma Putin non è uno che rischierebbe un conflitto nucleare: non è un pazzo.

La Cina è un pianeta a parte ed è la vera incognita. La Cina di Mao e degli altri successori era un Paese sterminato di povera gente guidata da un’idea totalitaria in cui l’uguaglianza era un valore scritto solo su carta, che, di fatto, non rispecchiava la realtà.

Ma, dopo il 2000, è uno Stato che ha aperto al liberismo, ma sempre e comunque nell’interesse della classe dirigente e di chi ad essa si riferisce. Non del popolo che è sparso nel vasto Paese. Ha la forza delle materie prime, di un’alta tecnologia, di un basso costo della manodopera ad ogni livello. È un Paese in cui è stato sdoganato il capitalismo di Stato e in cui ogni oligarca ha il suo tornaconto personale.

Dell’ideologia comunista sono rimaste le bandiere e le statue. Di fatto, è un Paese in cui il liberismo e l’approccio capitalistico ha fatto ampia breccia ed ha generato più ricchezza nelle classi dirigenti e negli apparati.

La Cina, come la Russia, ha immense risorse energetiche e le controlla e le esporta. La questione energetica in Cina, nell’oblio totale dell’informazione mondiale, la fa in barba anche agli accordi sul clima e il carbone fossile viene utilizzato in modo intensivo. È il Paese, nel globo, che inquina di più e che meno rispetta le regole che altri Stati si sono date negli anni per salvaguardare il clima.

Gli Stati Uniti sono un Paese democratico (apparentemente, perché poi si comporta diversamente), con istituzioni solide, con sistemi di controllo efficienti. Su questo aspetto non vi sono dubbi. L’America differisce, in modo sostanziale, da Russia e Cina, che sono, in modo differente, Stati dittatoriali.

In ogni caso, però, vanno valutati gli Stati Uniti attuali, il secondo mandato di Trump e le iniziative dell’amministrazione del Presidente, che richiamano, comunque, delle scelte di tipo militare con l’unico obiettivo di impadronirsi delle fonti energetiche e di distruggere quelle degli altri Paesi “nemici”.

La corsa e la guerra alle fonti energetiche è il vero obiettivo attuale delle tre superpotenze mondiali. Credo che questo dato debba essere analizzato e considerato nell’autonomia del nostro ragionamento. Vi è un criterio palese, oggi, relativo alla concreta necessità di accaparramento di fonti energetiche nel mondo. Tale orientamento porta a un’unica considerazione: chi ha le fonti energetiche è in grado di controllare gli altri Paesi e gli altri popoli, per poterli “gestire”.

Si assiste a una polarizzazione delle fonti energetiche nelle mani dei tre Padroni del Mondo: Stati Uniti, Russia e Cina.

La Cina, da sempre, ha il controllo dell’Asia con limitazioni date dall’India, altra potenza nucleare, e da Paesi più piccoli, ma sviluppati sul modello occidentale come Singapore e la Corea del Sud.

La Russia va a prendersi il Donbass, zona strategica dell’Ucraina, sempre per l’approvvigionamento dell’energia.

Gli Stati Uniti, amministrazione Trump al secondo mandato, attaccano dapprima il Venezuela e, quindi, l’Iran. In entrambi i casi, per ragioni effettive e concrete di approvvigionamento delle energie e contro tutte le leggi e i Trattati internazionali.

La guerra nel XXI secolo si fa per accaparrarsi potere politico-strategico attraverso la polarizzazione delle energie. In un quadro più ampio dobbiamo anche notare come i tre Paesi più potenti delle Terra abbiano giocato un ruolo fondamentale dal 2020 in poi.

Oggi assistiamo alla guerra per ottenere il potere economico che significa egemonia sul mondo. Ormai è chiaro: chi è ricco può guidare il Mondo, mentre chi deve dipendere è, sostanzialmente, suddito.

La povertà, come mancanza o difficile approvvigionamento di fonti energetiche, colpisce anche l’Europa, che è la potenza mondiale meno attrezzata sia sul piano politico, sia su quello militare, sia su quello strategico sull’energia. L’Unione Europea continua a muoversi sotto il profilo politico ed economico in modo non unitario, e questa, tra le altre, è la sua grande debolezza.

La più grave congiuntura che possa colpire l’Europa come tale, e l’Italia come Paese europeo, è quella di dover dipendere dalle forniture energetiche straniere di USA e Russia. Dover dipendere vuol dire essere sottoposti a costi che, essendo in fondo alla filiera produttiva, fanno lievitare i prezzi dei prodotti europei al consumo e quelli sulla popolazione. Peraltro, muoversi in ordine sparso andando a rifugiarsi nel nucleare (Francia e Germania) o prendere contatti con Paesi africani (Italia con la Tunisia) svolge un ruolo tampone che non risolve il problema principale: l’indipendenza economica ed energetica.

I tre colossi mondiali tale indipendenza ce l’hanno e tendono a rafforzarla. L’Europa non ce l’ha e va in giro a trovarla, ma senza troppo successo. In verità, una stabilità potrebbe esserci in un caso che, ad oggi, forse, non è possibile. Sappiamo di essere controcorrente, ma ciò non ci scoraggia.

La Russia è un Paese europeo per tradizione e cultura. L’implosione della NATO, come realtà militare, e l’afflosciamento dell’Europa come soggetto politico, potrebbero avere scenari ben diversi se la Russia, la Grande Madre Russia, venisse a fare parte dell’Europa, come in effetti ne fa parte culturalmente, artisticamente e storicamente. Ad oggi, quello che impedisce tutto ciò è il dominio che da 26 anni c’è in Russia da parte dell’oligarca Putin e della sua nomenclatura.

Ma il futuro – anche prossimo – potrebbe riservarci grandi sorprese e la Russia, nazione Europea per definizione, darebbe all’Europa intera tutta quella autonomia energica che manca e quell’indipendenza che significa “Libertà”. Al momento, la situazione è molto diversa e i tre dominatori della scena mondiale tendono a schiacciare l’Europa gravemente disunita e frammentata.

Vi sono tre situazioni che ultimamente si sono verificate e che fanno pensare al fatto che vi potrebbe essere una forte volontà di impoverire l’Europa: il COVID, 2020; la guerra in Ucraina, 2022; l’attuale conflitto in IRAN.

Proviamo a riflettere su questi tre eventi mondiali tra loro diversi e distinti.

Il COVID si sviluppa in Cina e colpisce tutto il mondo, in particolare quello occidentale. Non c’è solo una pandemia mai registrata prima, ma vi è il blocco dell’economia occidentale, che, per sua natura, poggia sulla dinamicità dei rapporti commerciali, l’interscambio e il continuo contatto tra le persone e la pronta circolazione delle merci.

Le chiusure hanno pregiudicato le economie prettamente artigianali di molti Paesi europei e in particolare l’Italia. Le pesanti restrizioni dettate da ragioni mediche hanno distrutto un’economia dei luoghi e di alto artigianato. Tutto ciò a vantaggio delle catene mondiali di distribuzione merci online, come Amazon, che ha fatto il suo ingresso al grande pubblico in quegli anni, ed è rinato. Questi sistemi di e-commerce hanno distrutto interi comparti produttivi e del commercio nel silenzio totale dei governi, incapaci anche a pretendere da costoro le imposte dovute. Hanno impoverito, in modo evidente, l’economia dei Paesi europei e la classe di mezzo.

È l’inizio della crisi vera e propria. È l’inizio della nuova ricchezza fatta sui bisogni dei “poveri” che, però, dispongono dei social dai quali vengono controllati e guidati. I bisogni reali e i bisogni indotti diventano piano piano la stessa cosa. Non si uscirà più per comprare un vestito, un libro, un paio di scarpe, una camicia e via dicendo. Ma si prenoterà online, si pagherà molto meno e si otterrà il tutto direttamente a casa, uccidendo il commercio nel nostro Paese. Va di scena “l’egoismo suicida”, inseguendo un risparmio effimero e privo di valore, con l’apoteosi della solitudine e della povertà.

L’illusione di poter gestire con il nostro telefono la nostra vita, mentre, invece, è la nostra stessa esistenza che viene governata attraverso il nostro smartphone dai colossi come Amazon, Alibaba, Google, Yahoo, Ebay, Temu e tante altre realtà internet e piattaforme varie. Tutto è raggiungibile con un semplice clic.

A questa mania del commercio elettronico è legata la necessità di una moneta non di carta, ma digitale, che fa perdere la cognizione della moneta, potenziando il comparto bancario-assicurativo. Va da sé che tutto ciò determina il controllo del denaro di ognuno di noi e dei gusti di ognuno di noi. Il “grande fratello”, in realtà, mostra il volto dolce di qualcosa che puoi raggiungere e, quindi, desiderare.

Chi ha in mano queste piattaforme digitali? Esattamente i Paesi dominanti e, su tutti, la Cina e gli Stati Uniti. Dunque, il controllo come compressione dei modi per asservire i cittadini è tipico sia delle democrazie che delle dittature, perché, alla loro base, c’è un liberalismo sfrenato, senza regole, anzi, con regole corrotte e inquinate.

L’economia senza etica è puro accaparramento di ricchezze e basta. La povertà è colorata di acquisti online e di desideri a poco prezzo. Ma così muoiono le aziende private medio piccole e la distribuzione ordinaria. Nulla è come sembra. La crisi dell’Occidente passa dalla stupidità di molti di ritenere che comprare un vestito nel negozio della nostra città sia più costoso che acquistarlo online. Ogni acquisto in rete anticipa la morte del negozio che si trova nella nostro abitato e, nonostante ciò, l’articolo sul web si ritiene più economico.

Ma questo non bastava. Nel 2022 l’Europa, che ha pensato al PNRR per far risollevare le economie dei Paesi dell’Unione indebitati, ancor di più si accorge del conflitto tra Ucraina e Russia, che risale al 2014. Un po’ tardi per rendersene conto, ma l’Ucraina, Paese invaso, diventa la bandiera di tutti quelli che odiano la Russia.

Sotto il profilo storico-politico il conflitto ha poco senso, ma, improvvisamente, serve per fermare le condotte russe verso l’Europa e determinare una povertà ulteriore, con l’innalzamento del prezzo del greggio e di tutti quelle materie che regolano il mercato delle energie, il gas in primis. I soldi per armare l’Ucraina ci sono sempre stati, mentre per risollevare le economie europee si fa difficoltà ad affrontare il ragionamento di un adeguamento del piano di stabilità. Tutto molto discutibile e opinabile.

Quanto detto sinora pare una catastrofe, ma non è ancora abbastanza. Nel 2026 Trump, molto interessato alle fonti energetiche, si fionda sull’Iran, chiude Hormuz e fa volare il prezzo del greggio. Una gigantesca speculazione per vendere il petrolio a Stelle e Strisce e per camuffare una “guerra lampo” per i principi occidentali di democrazia e altro, con i venti di accaparramento dei pozzi petroliferi, come in Venezuela, con le compagnie petrolifere. E ciò determina un’ulteriore impennata dei prezzi dell’energia e ulteriori perdite economiche per i Paesi che non hanno materie prime e non dispongono del petrolio.

Tutte queste situazioni possono essere coincidenze, ma è piuttosto strano che, dal 2020 in poi, l’economia nel mondo occidentale e democratico sia andata in picchiata per ragioni che non attengono alla capacità delle imprese e degli imprenditori. Quasi un disastro pianificato.

Non occorre essere complottisti, ma meri osservatori della realtà che ha sempre un valore d’insieme. Un disastro pianificato e studiato nei minimi dettagli? Chissà. Mi sovviene la celebre frase “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina”, tradizionalmente attribuita (impropriamente) allo statista Giulio Andreotti.

Il COVID è stato per l’Occidente una “peste nera” che si è abbattuta sull’economia, sulla produzione, sulle imprese e, ovviamente, sui cittadini.

La guerra in Ucraina, un’ennesima stretta alle condizioni economiche di un Occidente che stava ripartendo.

Il PNRR, una misura di indebitamento dei vari Stati dell’Unione per le generazioni future e non affatto una soluzione. Doveva essere un immissione di denaro fresco e stampato dalla Banca Centrale Europea per darlo agli Stati dell’Unione. Non dei prestiti che poi, immancabilmente, si rifletteranno pesantemente nelle generazioni future.

Infine, la guerra in Iran e l’attuale stato delle cose in merito agli approvvigionamenti delle ricchezze economiche, un’ennesima forma di impoverimento dell’Occidente e dell’Europa, che essendo priva di fonti di energia autonome è costretta a ricorrere a rifornimenti esteri.

Un disegno, dunque, per impoverire l’Europa imbelle e incerta sul da farsi? Un disegno diabolico per annientare la culla della democrazia che avrebbe dato fastidio ai “tre manovratori”? Naturalmente, non lo sappiamo, ma un quadro del genere determina delle riflessioni necessarie e consequenziali.

La grande potenza di USA, Russia e Cina e la debolezza dell’Europa non possono escludere un domani che quest’ultima sia una preda ideale.

Mi viene in mente un film di fantascienza “Mad Max”(1979), con un Mel Gibson che si trova costretto ad affrontare bande di predoni che scorrazzano per il deserto alla ricerca di una tanica di gasolio o di benzina.

Possiamo veramente credere che tutto questo sia frutto di coincidenze diaboliche, ma resta il fatto che l’Europa rischia di diventare come quei motociclisti del film che uccidono per una tanica di benzina.

La povertà dei popoli è, da sempre, la prima leva che conduce al loro controllo e, quindi, alla loro schiavitù.

Isernia, 24 maggio 2026

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Le ricette di Super Mario

Forse sarà un caso, ma il Premio Carlo Magno, conferito nel 2025 alla Ursula von der Leyen, sembra risultare perfettamente funzionale, nel 2026, a un rilancio politico di Mario Draghi, la cui corsa si era arrestata proprio quando una sua ascesa al colle del Quirinale appariva imminente.

Colpisce come Mario Draghi, ogni volta che interviene, riesca ad affermare concetti che, nell’immediatezza e grazie alla sua indiscutibile abilità espositiva, possono apparire ragionevoli a taluni, ma che finiscono inevitabilmente per turbare chi non ha memoria corta e conserva ben presenti i corsi e ricorsi della nostra Storia. Tanto che, a ben vedere, certi suoi discorsi sembrano talvolta rasentare l’assurdo. Il messaggio di Draghi, da Aquisgrana, sembra piuttosto contorsionistico, per non dire contorto.

Se il noto economista insiste sul fatto che è necessario rafforzare l’integrazione europea come risposta alla crisi industriale, energetica e strategica del Continente, non si avvede che molte delle difficoltà attuali sono anche il risultato delle politiche sostenute dalle élite europee, di cui egli è, a pieno titolo, esponente di rilevo.

Stessa cosa dicasi della profonda crisi dell’Italia, di cui fu Presidente del Consiglio dal febbraio 2021 all’ottobre 2022.

È dall’inizio dello scontro russo-ucraino che l’Europa è divenuta meno competitiva, ma il termine è un eufemismo, perché il rischio reale è la de-industrializzazione. Il deserto industriale per mancanza di energia.

Nel suo discorso, Draghi, pur rinnovando la propria fede nell’Atlantismo, definisce gli Stati Uniti un “partner ostile” sul piano economico e industriale. Un’espressione che appare quantomeno contraddittoria: o si è partner, cioè alleati, oppure si è ostili, ovvero nemici.

L’accostamento dei due termini può anche rappresentare un efficace esercizio retorico, ma non si può dimenticare che gli USA di allora – quelli che contribuirono ad alimentare la crisi ucraina – erano gli stessi nel cui contesto Victoria Nuland arrivò a pronunciare il celebre “Fuck the EU”, letteralmente “l’Unione Europea si fotta”. Una frase sfuggita non a una persona qualunque, ma al vice segretario di Stato americano, responsabile per le relazioni con l’Europa, in una telefonata con l’ambasciatore Usa in Ucraina, Geoffrey Pyatt.

Ed erano anche gli stessi ai quali Mario Draghi, insieme agli altri leader europei, finì per allinearsi, aderendo a una narrazione che, secondo molti critici, ha trascinato l’Europa verso una crisi economica e industriale senza precedenti.

Mario Draghi fu il principale sostenitore dell’allineamento dell’Italia alla NATO che Bergoglio, Papa Francesco, allora criticò con l’indimenticabile espressione “siete andati ad abbaiare alle porte di Mosca”.

Non soddisfatto, proprio da Aquisgrana, ora Mario Draghi, neo premiato, invoca una difesa europea, ma il paradosso è che un’Europa politica è ancora tutta da costruire, e suggerisce maggiori investimenti nell’industria militare, quando l’UE – secondo alcune stime aggregate – già investe nel settore più della Russia.

Se abbiamo ben compreso, il succo del discorso sarebbe questo: aumentando gli investimenti nella difesa renderemmo più soddisfatto il socio di maggioranza della NATO, gli Stati Uniti, definiti però allo stesso tempo un “partner ostile”. E dovremmo farlo perché il pericolo proverrebbe dalla Russia, un Paese che non solo non ci ha mai attaccati né minacciati direttamente, ma che per anni ci ha fornito gas (via gasdotto) a prezzi convenienti, mentre oggi acquistiamo gas liquefatto dagli USA a costi enormemente superiori, con pesanti conseguenze per l’economia europea.

Si potrebbe quindi concludere che chi ha sostenuto l’allineamento a Washington abbia contribuito a provocare una crisi senza precedenti e oggi si proponga di uscirne convertendo parte della nostra industria automobilistica in industria bellica. Il problema è che, per costruire carri armati, servono materie prime – a partire dall’acciaio – e grandi quantità di energia, risorse di cui l’UE dispone sempre meno.

Non sarebbe però giusto dimenticare che, Mario Draghi, fu quello del “Whatever it takes” (“costi quel che costi”). Allora era il 2012, Draghi era a capo della BCE e si era distinto nell’ambito della crisi del debito sovrano impegnandosi a salvare l’Euro dai processi di speculazione in atto, che poi avrebbero messo in ginocchio l’anello debole della catena europea, l’Italia, troppo grande per fallire, troppo piccola per resistere da sola alle intemperie della speculazione finanziaria.

All’epoca, noi facevamo parte dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna, un termine spesso usato in modo dispregiativo che significa “maiali” in inglese), stritolati tra spread e famelici appetiti d’oltre Manica e soprattutto d’oltre Oceano.

A quei tempi Draghi disse sostanzialmente a tutti di calmarsi. I mercati si rasserenarono e passò alla Storia come il “salvatore di baracca e burattini”, di certo facendo storcere il naso ai nostri “amici” frugali, che speravano di farsi un boccone di noi, di fare il bis, dopo aver soddisfatto – poco tempo prima – i loro appetiti in Grecia.

Draghi, che è un economista formatosi per lo più in Goldman Sachs, è espressione del fenomeno delle “revolving doors” (“porte girevoli”), ma è in ottima compagnia in tal senso. Eppure è passato alla Storia anche per essere, guarda caso, uno dei maggiori protagonisti del “Britannia”, il panfilo reale inglese, nel quale, il 2 giugno 1992, si tenne un importante convegno sulle privatizzazioni dell’economia italiana.

Perché l’Italia si diede alle privatizzazioni, dismettendo importanti asset anche strategici? Un po’ per ridurre il peso dello Stato nell’economia, un po’ per aprire i mercati alla concorrenza, ma soprattutto perché, tra sprechi e ruberie che caratterizzano la politica, il nostro Bel Paese aveva bisogno di far quattrini e si sa che da noi i soldi nel pubblico non bastano mai.

Si iniziò a vendere, ma c’è chi dice svendere, partecipazioni pubbliche con l’intento, allora spacciato per lodevole, di modernizzare il sistema economico italiano, anche in vista dei vincoli europei di Maastricht. E’ così che IRI, Telecom, ENI, ENEL, Credito Italiano e altri colossi furono privatizzati. Draghi ne fu l’artefice eccelso. Il contesto economico-politico di allora era esplosivo.

L’Italia era sotto attacco della finanza, tanto per cambiare, e la lira – noi ancora battevamo moneta – era sotto scacco speculativo. Ma era anche l’epoca della falsa rivoluzione di Tangentopoli, non certo un caso, durante la quale si epurarono i partiti storici democratici e un’intera classe politica che, più nel bene che nel male, aveva governato dal 1946.

Il debito pubblico era enorme e di lì a poco saremmo persino dovuti uscire dallo SME. Insomma, avevamo l’acqua alla gola, come spesso accade al nostro splendido, ma peculiare Paese.

E’ apparso piuttosto singolare, per non dire allarmante, che alti funzionari italiani (all’epoca Draghi era il Direttore Generale del Tesoro) discutessero di privatizzazioni con banchieri internazionali a bordo di un panfilo reale inglese, anche perché, a conti fatti, abbiamo disperso la nostra ricchezza, della quale si sono avvantaggiati Paesi in concorrenza con noi. Questo è uno dei motivi per i quali il Presidente Francesco Cossiga ebbe più che delle perplessità, anzi, fu piuttosto duro con il Mario nazionale, definendolo un “vile affarista” e il “liquidatore dell’industria italiana”.

Draghi, ad Aquisgrana, il 14 maggio scorso, ha lamentato il fatto che l’UE, per la prima volta, sarebbe sola. E ciò perché Trump avrebbe da essa preso le distanze. Dunque, anziché rallegrarsi per questo allontanamento da parte di un regime che, storicamente, anche ben prima di Trump, ha più volte violato il diritto internazionale, sottomesso e invaso popoli liberi e sovrani, lamenta invece che ci avrebbe “lasciati soli”.

Anziché cogliere l’opportunità per costruire, finalmente, un’Europa sovrana, nel solco degli eroi antifascisti, di matrice repubblicana mazziniana e azionista, come Mario Bergamo, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, ed altri, ma anche come Charles De Gaulle, lamenta il fatto che Trump sta prendendo le distanze dall’UE. Da una Unione Europea, peraltro, che continua ad auto-suicidarsi con sanzioni controproducenti contro la Russia e sostenendo un’autocrazia corrotta, né UE, né NATO.

“Il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista”, dice Draghi. In realtà mercantilista e anti-europeo, quel mondo, ovvero gli USA, è sempre stato. Che abbiamo ricevuto aiuti è vero, ai tempi del Piano Marshall, che fu gestito e pianificato, in Italia, dall’ottimo Ministro Roberto Tremelloni. Ma che, da allora e sempre di più negli ultimi decenni, siamo diventati più che altro una specie di colonia statunitense, è altrettanto vero. E questo, Draghi, ovviamente, omette di dirlo.

Draghi, in sostanza, non prende atto che è il mondo ad essere cambiato, e da molti anni, mentre la dirigenza UE, e lui compreso, sembrano non essersene accorti, rimanendo ancorati a vecchie logiche da Guerra Fredda, adottando peraltro le medesime misure ed il medesimo linguaggio di quei tempi andati.

L’unica sicurezza da garantire ai cittadini dell’UE dovrebbe essere quella dai loro stessi sconsiderati governanti. Il pericolo non viene dall’esterno, perché, a quanto consta, nessuno, salvo gli USA, ha intenzione di colonizzarci una volta ancora.

Draghi, poi, afferma che “nemmeno la Cina offre ancora un’alternativa”. E perché mai ci dovrebbe essere una alternativa agli USA? Perché mai l’Europa, che non è l’UE, non potrebbe iniziare a camminare con le proprie gambe, in un mondo multipolare?

La Repubblica Popolare Cinese rappresenta, più che un’alternativa, un modello di intelligenza, pragmatismo, sviluppo. La Cina è una realtà che ha saputo imparare dai suoi errori, che ha utilizzato il capitalismo a beneficio della comunità, attraverso un’attenta politica e una pianificazione oculata, aprendosi allo Stato di diritto e mantenendo saldi nelle mani pubbliche (cosa che non hanno fatto i Paesi UE) i settori chiave dell’economia. Investendo in ricerca, formazione, sviluppo, tecnologia ed ecologia. Ovvero l’esatto opposto di quanto fatto dai governanti e dirigenti UE.

Draghi, ovviamente, tutto ciò non lo dice. Ma dice, ancora una volta, un’assurdità, ossia che la Cina “sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia”.

Innanzitutto la Cina è partner della Russia, anche nell’ambito dei BRICS, che è cosa diversa dal “sostenere direttamente”. Si tenga conto che la dirigenza cinese, a differenza della sconsiderata dirigenza UE, ha sempre lavorato, in ogni conflitto, per la risoluzione pacifica delle controversie, attraverso il dialogo, la diplomazia, la ricerca della verità dei fatti, tenendo conto dei punti di vista di tutte le parti in conflitto.

In secondo luogo, la Russia probabilmente è un avversario secondo Draghi, ma non dovrebbe esserlo di una UE, che – prima di mettersi a sostenere un’autocrazia né UE, né NATO, seguendo i desiderata del Presidente USA di turno (Biden), dalla Russia dipendeva energeticamente e con la quale dovrebbe, ancora oggi, essere in dialogo costante e, come la Cina, lavorare per la pace e la cooperazione internazionale.

L’unica cosa corretta che Draghi ha affermato, nel suo discorso, è che l’UE dovrebbe “riportare la partnership con Washington su basi più eque”. Che è ciò che l’UE avrebbe dovuto fare, ma molti decenni fa, anziché diventare una succursale di Washington.

Lasciamo stare, poi, le considerazioni di Draghi relative al fatto che non siamo stati in grado di costruire un mercato interno sufficientemente profondo. L’UE, semplicemente, è un burosauro, una holding finanziaria, una entità non realmente democratica e piuttosto lontana dai cittadini che in Europa vivono, ovvero dalle loro necessità, dalle loro aspettative, dalle loro prospettive e richieste.

Draghi, con artificio retorico, ricorda che i cittadini europei vogliono che “l’Europa agisca”,che “l’Unione europea difenda la loro libertà, prosperità e solidarietà”. Afferma che i leader dell’UE dovrebbero fare “un passo in più” e così via. Parole sentite e risentite nel corso dei decenni.

Il punto è che l’Europa non c’è. Deve ancora essere costruita. Quanto alla libertà, l’abbiamo ceduta prima agli USA e poi, ancor peggio, alla sconsiderata dirigenza UE. La prosperità e la solidarietà, invece, sono in declino da molti anni.

In conclusione, riprendendo i concetti espressi all’inizio dell’articolo, Mario Draghi è tra coloro i quali tradirono Bettino Craxi, nel 1992, contribuendo a liquidare il patrimonio pubblico italiano, che proprio Craxi tentava invece di salvare, invano, dato che, poco dopo, la Prima Repubblica crollò, implose, con il beneplacito dei poteri forti internazionali “sorosiani” e “liberal capitalisti” in combutta con post-comunisti, leghisti e post-fascisti. Anni dopo – guarda un po’ – tutti al governo e persino a sostenere il governo Draghi.

Storia nota. Che è all’origine dei mali italiani ed europei del presente e della perdita di democrazia sostanziale in queste realtà.

Isernia, 19 maggio 2026

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Il tramonto dell’unilateralismo americano

Dall’incontro fra Trump e Xi non sembra essere emerso nulla di importante riguardo alla guerra all’Iran, che era invece divenuta il tema dominante del vertice di Pechino. Già questo la dice lunga sulla sostanziale sconfitta americana che non è soltanto militare, ma strategica: la Casa Bianca sperava che proprio la Cina potesse essere il punto di svolta, convincendo Teheran a ripensare alcuni punti della propria piattaforma per la pace, permettendo a Trump di cantare vittoria o, per meglio dire, di dare materiale alla macchina narrativa occidentale di costruire un ennesimo mito bugiardo. Ma i cinesi non ci pensano nemmeno ad accontentare il tycoon di Washington per alcuni motivi ben chiari.

Il primo e anche il più ovvio è che Pechino non solo è alleato dell’Iran, ma punta su questo Paese come uno dei nodi della Via della Seta oltre che dell’alleanza asiatica e interpreta questa aggressione anche come un tentativo di danneggiare gli interessi cinesi.

La seconda ragione è che gli Stati Uniti, a ben vedere, sono stati sconfitti sul piano militare dimostrando la loro estrema difficoltà nel proteggere i Paesi del Golfo che era invece la premessa essenziale sulla quale si basava la loro manipolazione in Medio Oriente. Inoltre l’America ha agito in maniera talmente subordinata ad Israele che ora la sua parola, le sue promesse non valgono un soldo bucato, visto che il governo criminale di Netanyahu è in grado di influenzare in maniera decisiva Washington, sia ricattando direttamente Trump, sia facendo leva sulle lobby sioniste che controllano una considerevole fetta del Congresso. Questo è quello che succede quando si agisce con stupidità.

Ma il terzo motivo è quello più importante: l’aggressione all’Iran e i modi con cui è stata portata avanti, si sta ritorcendo a catena contro tutti gli interessi geostrategici americani e ha essenzialmente dato all’Iran l’opportunità di farsi avanti, di mostrare i muscoli e far vedere di avere un controllo pressoché permanente sullo Stretto di Hormuz e sulle enormi risorse, non soltanto energetiche, che vi transitano. Tale situazione, inoltre, ha danneggiato molto più i Paesi occidentali di quanto non abbia colpito la Cina e l’Asia in genere. Pechino ha una riserva strategica importante, ha diversificato le proprie fonti di approvvigionamento, ha immense quantità di carbone, produce oltre la metà delle energie rinnovabili sul pianeta, ha persino la possibilità di rifornirsi di petrolio dall’Iran via terra. Quindi, deve preoccuparsi molto meno degli americani e di tutti i loro alleati, compresi quelli vicini, come il Giappone e la Corea del Sud, che stanno già facendo i loro conti su cosa voglia dire essere “difesi” dagli Usa in cambio dell’appoggio alle avventure imperiali.

Come se questo non bastasse, della situazione ha approfittato anche il maggior alleato della Cina, ovvero la Russia che sta vendendo petrolio a prezzi molto più alti e che sta vincendo la sua battaglia per le petroliere ombra che nessuno si sogna più di fermare. L’asse della resistenza ne esce enormemente rafforzato. In realtà il tentativo Usa di gestire in qualche modo il caos energetico per potersi di nuovo presentare come i tutori delle sorti planetarie, ha finito proprio per dimostrare il contrario, ovvero che gli Stati Uniti non sono in grado di farlo, hanno leadership di una straordinaria mediocrità e che il loro enfatico arsenale bellico è un Golia dai piedi di argilla. Inoltre, economie produttive con una forte presenza del pubblico, stanno dimostrando di essere molto meglio attrezzate per affrontare le crisi. Nuovi equilibri geopolitici stanno emergendo, mentre l’Occidente perde centralità strategica.

Così Trump che si è portato dietro tutti i tycoon dell’informatica, ovvero proprio i tizi che in qualche modo, costituiscono il nerbo della politica anticinese, nel giro di un mese ha visto ribaltarsi tutti i suoi piani e il sonno della ragione in cui è sprofondata l’America si è tramutato in incubo. Maggio è stato il mese in cui il mondo è cambiato. Pechino non ha alcun interesse a togliere le castagne dal fuoco a tutto vantaggio di Washington: aspetterà che Trump passi lungo il fiume. Naturalmente tutt’altro che vivo.

Bene. Riepilogando, per chi ancora si ostina a restare nel mondo delle nuvole: la farsa diplomatica cino‑americana (e noi europei a guardare come i polli in attesa dello spiedo) è finita. Tutti felici, tutti contenti, tutti convinti di aver assistito a un evento storico. Il mondo – dicono – è diviso in due. Cina e Stati Uniti garantiranno la pace eterna.

Sciocchezze da asilo politico. Il meeting di Pechino è stato un teatrino. Un’operetta. Una recita di fine anno, con due attori che fingono di essere imperatori mentre il mondo reale li ignora.

Xi‑Jinping cita Tacito. Gli americani sbiancano. Non perché capiscano la citazione – figuriamoci – ma perché non sanno chi sia. Molti, ne sono certo, hanno digitato “Tacitus who is???” su Google. Eppure Xi è stato chiarissimo: voi siete una potenza in declino, noi siamo una potenza in ascesa. Questa, la sostanza. È una dichiarazione di guerra culturale. Non l’hanno capita. Non hanno reagito. Non hanno gli strumenti intellettuali per poterlo fare.

Trump arriva a Pechino convinto di poter “negoziare”. Con cosa? Con la sua collezione di dazi falliti? Con le minacce da talk show? Si vanta di aver bloccato lo Stretto di Hormuz, come se avesse fatto un favore ai Cinesi. Xi lo guarda come si guarda un bambino che mostra un disegnino fatto male.

La Cina non muove un dito sull’Iran. Non lo farà mai. Per Pechino, l’Iran è un Paese aggredito. E soprattutto: gli Stati Uniti non hanno alcun diritto di decidere chi può avere un’arma nucleare. Non l’ha detto. Non serve dirlo. Lo pensa il mondo intero.

Taiwan è l’ossessione cinese. La ferita aperta. La chiave dei semiconduttori mondiali. Trump aveva una sola carta vera. Una. E cosa fa? La regala. Garantisce a Pechino che l’indipendenza dell’isola non è nemmeno in discussione. È come andare a un negoziato con un’arma carica e consegnarla al tuo avversario dicendo: “Tienila tu, io mi fido”. In cambio? Nulla. Zero. Il vuoto pneumatico.

È stato il bis del disastro con Putin in Alaska: lì scaricò l’Ucraina, qui scarica Taiwan.

Trump vive nell’illusione infantile del “G2”: due Grandi che decidono per tutti. Xi no. Xi sa che il mondo è multipolare. E soprattutto sa che gli Stati Uniti non sono più in grado di reggere il gioco.

India, Indonesia, Sudafrica, Nigeria, Emirati, Brasile: tutti fuori dal teatrino. E non torneranno dentro. E la Russia? Putin corre a Pechino due giorni dopo, come un invitato non previsto che cerca di farsi vedere nella foto. La Cina, in quanto suo alleato, lo tollera, ma lo rispetta soprattutto per quel che le occorre.

Hormuz è chiuso. La guerra in Iran continua. Netanyahu fa ciò che vuole ovunque. Gli Stati Uniti non ottengono nulla. La Cina non concede nulla. E i media suonano la grancassa come se avessero firmato la pace del mondo. Ridicolo. Patetico. Grottesco.

Ah, l’Europa! Dimenticavo. Il continente a trazione von der Leyen che si chiede: “Che faremo noi?” E la nostra addetta ai ponti, Meloni? Nulla. Assolutamente nulla. Non contiamo niente. Non influenziamo niente. Non decidiamo niente. Siamo un pubblico pagante che applaude mentre gli altri giocano la partita. Draghi approfitta del momento teatrale, ritorna sul palcoscenico e invoca unità d’azione. Gli battono le mani. Lo ascoltano compunti. Poi tornano a casa e fanno ciò che vogliono.

Quando pioverà, sarà un disastro. E noi saremo lì, come sempre, a chiederci perché nessuno ci aveva avvisati.

Isernia, 16 maggio 2026

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