
Dall’incontro fra Trump e Xi non sembra essere emerso nulla di importante riguardo alla guerra all’Iran, che era invece divenuta il tema dominante del vertice di Pechino. Già questo la dice lunga sulla sostanziale sconfitta americana che non è soltanto militare, ma strategica: la Casa Bianca sperava che proprio la Cina potesse essere il punto di svolta, convincendo Teheran a ripensare alcuni punti della propria piattaforma per la pace, permettendo a Trump di cantare vittoria o, per meglio dire, di dare materiale alla macchina narrativa occidentale di costruire un ennesimo mito bugiardo. Ma i cinesi non ci pensano nemmeno ad accontentare il tycoon di Washington per alcuni motivi ben chiari.
Il primo e anche il più ovvio è che Pechino non solo è alleato dell’Iran, ma punta su questo Paese come uno dei nodi della Via della Seta oltre che dell’alleanza asiatica e interpreta questa aggressione anche come un tentativo di danneggiare gli interessi cinesi.
La seconda ragione è che gli Stati Uniti, a ben vedere, sono stati sconfitti sul piano militare dimostrando la loro estrema difficoltà nel proteggere i Paesi del Golfo che era invece la premessa essenziale sulla quale si basava la loro manipolazione in Medio Oriente. Inoltre l’America ha agito in maniera talmente subordinata ad Israele che ora la sua parola, le sue promesse non valgono un soldo bucato, visto che il governo criminale di Netanyahu è in grado di influenzare in maniera decisiva Washington, sia ricattando direttamente Trump, sia facendo leva sulle lobby sioniste che controllano una considerevole fetta del Congresso. Questo è quello che succede quando si agisce con stupidità.
Ma il terzo motivo è quello più importante: l’aggressione all’Iran e i modi con cui è stata portata avanti, si sta ritorcendo a catena contro tutti gli interessi geostrategici americani e ha essenzialmente dato all’Iran l’opportunità di farsi avanti, di mostrare i muscoli e far vedere di avere un controllo pressoché permanente sullo Stretto di Hormuz e sulle enormi risorse, non soltanto energetiche, che vi transitano. Tale situazione, inoltre, ha danneggiato molto più i Paesi occidentali di quanto non abbia colpito la Cina e l’Asia in genere. Pechino ha una riserva strategica importante, ha diversificato le proprie fonti di approvvigionamento, ha immense quantità di carbone, produce oltre la metà delle energie rinnovabili sul pianeta, ha persino la possibilità di rifornirsi di petrolio dall’Iran via terra. Quindi, deve preoccuparsi molto meno degli americani e di tutti i loro alleati, compresi quelli vicini, come il Giappone e la Corea del Sud, che stanno già facendo i loro conti su cosa voglia dire essere “difesi” dagli Usa in cambio dell’appoggio alle avventure imperiali.
Come se questo non bastasse, della situazione ha approfittato anche il maggior alleato della Cina, ovvero la Russia che sta vendendo petrolio a prezzi molto più alti e che sta vincendo la sua battaglia per le petroliere ombra che nessuno si sogna più di fermare. L’asse della resistenza ne esce enormemente rafforzato. In realtà il tentativo Usa di gestire in qualche modo il caos energetico per potersi di nuovo presentare come i tutori delle sorti planetarie, ha finito proprio per dimostrare il contrario, ovvero che gli Stati Uniti non sono in grado di farlo, hanno leadership di una straordinaria mediocrità e che il loro enfatico arsenale bellico è un Golia dai piedi di argilla. Inoltre, economie produttive con una forte presenza del pubblico, stanno dimostrando di essere molto meglio attrezzate per affrontare le crisi. Nuovi equilibri geopolitici stanno emergendo, mentre l’Occidente perde centralità strategica.
Così Trump che si è portato dietro tutti i tycoon dell’informatica, ovvero proprio i tizi che in qualche modo, costituiscono il nerbo della politica anticinese, nel giro di un mese ha visto ribaltarsi tutti i suoi piani e il sonno della ragione in cui è sprofondata l’America si è tramutato in incubo. Maggio è stato il mese in cui il mondo è cambiato. Pechino non ha alcun interesse a togliere le castagne dal fuoco a tutto vantaggio di Washington: aspetterà che Trump passi lungo il fiume. Naturalmente tutt’altro che vivo.
Bene. Riepilogando, per chi ancora si ostina a restare nel mondo delle nuvole: la farsa diplomatica cino‑americana (e noi europei a guardare come i polli in attesa dello spiedo) è finita. Tutti felici, tutti contenti, tutti convinti di aver assistito a un evento storico. Il mondo – dicono – è diviso in due. Cina e Stati Uniti garantiranno la pace eterna.
Sciocchezze da asilo politico. Il meeting di Pechino è stato un teatrino. Un’operetta. Una recita di fine anno, con due attori che fingono di essere imperatori mentre il mondo reale li ignora.
Xi‑Jinping cita Tacito. Gli americani sbiancano. Non perché capiscano la citazione – figuriamoci – ma perché non sanno chi sia. Molti, ne sono certo, hanno digitato “Tacitus who is???” su Google. Eppure Xi è stato chiarissimo: voi siete una potenza in declino, noi siamo una potenza in ascesa. Questa, la sostanza. È una dichiarazione di guerra culturale. Non l’hanno capita. Non hanno reagito. Non hanno gli strumenti intellettuali per poterlo fare.
Trump arriva a Pechino convinto di poter “negoziare”. Con cosa? Con la sua collezione di dazi falliti? Con le minacce da talk show? Si vanta di aver bloccato lo Stretto di Hormuz, come se avesse fatto un favore ai Cinesi. Xi lo guarda come si guarda un bambino che mostra un disegnino fatto male.
La Cina non muove un dito sull’Iran. Non lo farà mai. Per Pechino, l’Iran è un Paese aggredito. E soprattutto: gli Stati Uniti non hanno alcun diritto di decidere chi può avere un’arma nucleare. Non l’ha detto. Non serve dirlo. Lo pensa il mondo intero.
Taiwan è l’ossessione cinese. La ferita aperta. La chiave dei semiconduttori mondiali. Trump aveva una sola carta vera. Una. E cosa fa? La regala. Garantisce a Pechino che l’indipendenza dell’isola non è nemmeno in discussione. È come andare a un negoziato con un’arma carica e consegnarla al tuo avversario dicendo: “Tienila tu, io mi fido”. In cambio? Nulla. Zero. Il vuoto pneumatico.
È stato il bis del disastro con Putin in Alaska: lì scaricò l’Ucraina, qui scarica Taiwan.
Trump vive nell’illusione infantile del “G2”: due Grandi che decidono per tutti. Xi no. Xi sa che il mondo è multipolare. E soprattutto sa che gli Stati Uniti non sono più in grado di reggere il gioco.
India, Indonesia, Sudafrica, Nigeria, Emirati, Brasile: tutti fuori dal teatrino. E non torneranno dentro. E la Russia? Putin corre a Pechino due giorni dopo, come un invitato non previsto che cerca di farsi vedere nella foto. La Cina, in quanto suo alleato, lo tollera, ma lo rispetta soprattutto per quel che le occorre.
Hormuz è chiuso. La guerra in Iran continua. Netanyahu fa ciò che vuole ovunque. Gli Stati Uniti non ottengono nulla. La Cina non concede nulla. E i media suonano la grancassa come se avessero firmato la pace del mondo. Ridicolo. Patetico. Grottesco.
Ah, l’Europa! Dimenticavo. Il continente a trazione von der Leyen che si chiede: “Che faremo noi?” E la nostra addetta ai ponti, Meloni? Nulla. Assolutamente nulla. Non contiamo niente. Non influenziamo niente. Non decidiamo niente. Siamo un pubblico pagante che applaude mentre gli altri giocano la partita. Draghi approfitta del momento teatrale, ritorna sul palcoscenico e invoca unità d’azione. Gli battono le mani. Lo ascoltano compunti. Poi tornano a casa e fanno ciò che vogliono.
Quando pioverà, sarà un disastro. E noi saremo lì, come sempre, a chiederci perché nessuno ci aveva avvisati.
Isernia, 16 maggio 2026