Il caso Ruggero

Il gioielliere Mario Roggero ha 72 anni. La Cassazione ha confermato la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo. Considerata la sua età, è un ergastolo di fatto.

La legge afferma che la legittima difesa termina quando cessa il pericolo. I rapinatori erano usciti dal negozio e Roggero li inseguì sparando. È su questo punto che si fondano tre gradi di giudizio. Ma una sentenza può essere formalmente coerente con la legge e apparire comunque profondamente ingiusta nella sostanza.

Roggero non uscì di casa per uccidere. Non preparò un agguato e non scelse le proprie vittime. Furono i rapinatori a entrare armati (con delle pistole che poi si rivelarono essere finte) nella sua attività, a terrorizzare lui e la sua famiglia e a creare una situazione nella quale paura, rabbia e lucidità finirono inevitabilmente per confondersi. Senza quella rapina, nessuno sarebbe morto e Roggero non starebbe entrando in carcere.

Uno Stato civile non può autorizzare la vendetta privata. Ma non può neppure trattare un commerciante appena rapinato come un assassino comune, ignorando chi abbia provocato la tragedia. Durante un assalto armato non esiste un interruttore capace di spegnere istantaneamente paura e adrenalina nel momento esatto in cui il rapinatore varca la porta.

Mancano leggi chiare, regole certe e una distinzione morale netta tra aggressore e aggredito. Mentre la qualità morale della società continua a degradarsi, le istituzioni rispondono con formule, cavilli e sentenze che spesso aumentano la distanza tra legalità e giustizia.

Ora resta la possibilità della grazia presidenziale. Non per stabilire che inseguire e uccidere chi fugge sia lecito, ma per riconoscere che quest’uomo non è un assassino comune e che lasciarlo morire in carcere non renderà la società più giusta, né più sicura.

Devo dire, comunque, che sul caso Roggero non credo proprio si potesse arrivare a un’assoluzione. Anzi, lo escludo. Tuttavia ciò che trovo discutibile è che la condanna sia intervenuta per omicidio volontario e non per eccesso colposo di legittima difesa.

Il che, oltre a inquadrare i fatti con maggiore equilibrio, avrebbe evitato che un ultrasettantenne dovesse scontare la pena in carcere. Perché l’omicidio volontario è ostativo per un’espiazione domiciliare. Mentre l’eccesso colposo non lo è.

E la detenzione domiciliare sarebbe stata, comunque, una pena che avrebbe potuto esplicare la sua funzione rieducativa. Mentre mandare un anziano in quell’inferno che sono i penitenziari italiani, mi chiedo come possa favorire il “recupero del reo” e il suo reinserimento sociale.

E’ solo punizione. Considerate le circostanze, pare un po’ troppo…

Isernia, 18 luglio 2026

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