L’infernale striscia di Gaza

La striscia di Gaza, exclave del territorio palestinese confinante con Israele ed Egitto, è un territorio di 365 km2 con una popolazione di poco più di 2 milioni di persone, al 99,3% di religione musulmana, di cui l’85% vive sotto la soglia di povertà con un reddito medio pro capite di 2 dollari al giorno e che per il 70% è composta da profughi palestinesi, con una densità di circa 4.000 persone per Km2. Un territorio, quindi, poverissimo, anche per contingenze belliche, che vive solo grazie agli aiuti internazionali.

Geograficamente, questo territorio è separato dagli altri governati dall’Autorità palestinese e confina solo con Israele e l’Egitto.

A seguito dell’armistizio del 1949 tra Egitto e Israele, Gaza fu amministrata dagli Egiziani prima e poi da Israele per ventisei anni con l’insediamento di ben ventuno fattorie o kibbutz che davano da mangiare a circa ventimila Palestinesi grazie all’attività svolta nel settore agricolo, con le coltivazioni in serra e così via. Quando Israele abbandonò la striscia di Gaza, i Palestinesi distrussero tutto.

Israele, intanto, ne controlla lo spazio aereo, le acque territoriali, l’accesso off-shore marittimo, l’anagrafe della popolazione, l’ingresso degli stranieri, le importazioni e le esportazioni, nonché il sistema fiscale.

Nel conflitto israelo-palestinese occorre prendere atto che si tratta di un evento che si ripete, in pratica, dal 1948, quando le Nazioni Unite tracciarono in Palestina i confini del nuovo Stato di Israele. Tuttavia, la “Terra Santa” non ha nulla di santo e la nascita di due Stati confinanti e rispettosi dell’integrità e dei diritti altrui è una decisione politica che nessuno in Occidente ha voluto mai perseguire, dal 1948.

In tutti questi anni gli abitanti dei kibbutz (oggi, in Israele, sono circa 270 con una popolazione totale di 126 mila persone) hanno coltivato un solo desiderio, quello di rubare terreno ai confinanti palestinesi e di immobilizzarli in ghetti che sono più simili a prigioni che a paesi. E’ una sottrazione continua che crea dissapori e rabbia. E gli israeliani è come avessero dimenticato il tempo in cui la storia li aveva costretti nei ghetti e nelle aree di sterminio. Da questo punto di vista la storia non è maestra di niente. Rinchiudere i palestinesi nella striscia di Gaza, impedire a questa gente di respirare è inumano. Gaza è una zona dichiarata territorio inabitabile dall’ONU, è un luogo infernale.

Da allora, salvo periodi di relativa tranquillità, è in corso una guerra permanente fra Israele, i Palestinesi e i suoi vicini Stati arabi. Una guerra che si è svolta con alterne fortune e con alleanze variabili ma che, in sostanza, ha visto i Palestinesi perdere progressivamente terreno, dando ad Israele la possibilità di espandersi sul territorio, una possibilità spesso pagata a caro prezzo. La responsabilità è totalmente dell’arroganza perpetrata da decenni dai governi israeliani che si sono succeduti. Sottopongono i palestinesi a ogni forma di prepotenza, vessazioni, colonizzazione, occupazione, arresti illegali. Che ci si può allora aspettare?

Quindi, siamo di fronte una guerra dei “cento anni” di cui l’attacco palestinese ad Israele di un paio di settimane fa è solo l’ultimo degli episodi, anche se il più cruento.

La reazione israeliana, certamente attesa, era inevitabile, così come lo sconcerto della comunità internazionale, distratta dal conflitto ucraino e dai problemi della sicurezza di Taiwan.

L’obbiettivo palestinese sembra chiaro: risvegliare l’interesse su un problema che sembrava assopito, impedire il ravvicinamento in corso fra l’Arabia Saudita e Israele, evidenziare il ruolo di sostegno dell’Iran, isolato dal contesto internazionale ma, ora, di nuovo protagonista, suscitare la solidarietà di tutto il mondo islamico.

L’azione di Hamas ha certamente raggiunto i suoi scopi. Le difese anti missili israeliane sono state “bucate”, gli Hetzbollah annidati nel sud del Libano e foraggiati dall’Iran hanno ripreso vita, la situazione politica di Israele è piuttosto confusa. Lo screditato Netanyahu si è inventato un governo di unità nazionale di fronte a un pericolo comune, ma è chiaro che ci sarà, comunque, alla fine, una resa dei conti nei suoi confronti. Di certo, il problema palestinese è, oggi, al centro dell’attenzione del mondo ed è riemersa dal nulla la fatiscente Autorità palestinese.

La reazione israeliana è in corso, con le solite conseguenze: distruzioni, morti, massacri, su un territorio tormentato dalle lotte interne, dalla disoccupazione, dalla miseria e dalla fame. Non è una reazione strategica ma solo di vendetta e questo non porta molto lontano. L’obiettivo di distruggere Hamas, che ha salde radici in Palestina, è illusorio. Al contrario, si sta formando un ampio fronte internazionale contro Israele.

Il vile massacro contro innocenti civili all’ospedale Al-Ahli di Gaza City che ha causato ieri notte quasi 500 morti e che secondo quanto ha riferito l’americano Wall Street Journal è stato colpito da una bomba pesante MK-84 di fabbricazione USA che può essere lanciata soltanto da un aereo che Hamas non possiede (Israele, dal suo canto, ha negato il proprio coinvolgimento nel brutale attacco e ha incolpato, fornendo dei video, il movimento palestinese della Jihad islamica), la questione degli ostaggi e l’intento, più volte dichiarato da Netanyahu, di scatenare un’improbabile azione terrestre, rendono la visita di Biden in Israele quasi inutile. Gli Stati Uniti sono i principali sponsor dello Stato ebraico, ma, anche se Israele dovesse aver ragione, a volte aver troppa ragione significa passare dalla parte del torto. Ad ogni modo, distruggere volontariamente un ospedale, ha fatto esplodere la rabbia in tutto il mondo musulmano, con massicce manifestazioni a Beirut, Doha, Amman, Cairo, Teheran, Rabat, Sanaa, ma anche oltre, perché quando è troppo è troppo, con manifestazioni e scontri a Barcellona, Berlino, Montreal. I leader arabi si sono rifiutati di incontrare Biden che così non andrà più in Giordania, ma rimarrà in Israele.

Netanyahu sa bene che non può scatenare un conflitto mondiale solo perché la sua politica del pugno duro e i suoi servizi di sicurezza hanno fallito, né può insistere senza l’aiuto degli Stati Uniti che non possono mettersi contro tutto il mondo. Ha fallito su tutti i punti.

La questione palestinese, dopo quasi un secolo di conflitti, è talmente intricata che tutti hanno torto, tranne le vittime, che sono troppe.

Si parla di un conflitto regionale, ma solo apparente. Il conflitto è ben più grande, fra l’Occidente, che non si sa bene che cosa sia, e il resto del mondo (Cina, Russia, India, Brasile, Iran).

Gli Stati Uniti, nonostante la loro impressionante forza militare, presente in tutto il mondo, sono in declino. A parte l’incognita delle future elezioni americane, non possono alimentare contemporaneamente l’Ucraina, Israele, vigilare su Taiwan e preoccuparsi dell’Africa.

La conferenza di Pechino sulla “Via della Seta”, cui partecipa anche Putin, vede 133 Paesi presenti, sotto il vigile e compiaciuto sguardo di Xi, il despota cinese. È un consesso di cui non si parla molto, ma che dovrebbe far riflettere. Gli sguardi e gli interessi del mondo sono puntati sulla Cina. L’Ucraina è una ferita aperta a guarigione molto differita, Israele è un vulnus doloroso, ma solo un incidente imprevisto. La vera partita si gioca altrove e trascende le vicende ucraine e palestinesi.

Biden non tornerà negli Stati Uniti a mani vuote. Il paventato attacco di terra israeliano non ci sarà. Netanyahu non se lo può permettere, sa bene che sarebbe un bagno di sangue inutile, non avendo nessuna strategia per il futuro. Dovrà rimangiarselo e scendere a più miti consigli prima di essere cacciato dal governo. Israele non è più una potenza militare minacciosa nel Medio Oriente.

Secondo alcuni, Hamas ha messo in crisi la sua invulnerabilità aizzando il terrorismo islamico, come i recenti episodi di Parigi e Bruxelles ne sarebbero testimonianza, contro cui non c’è difesa. Altri, invece, ritengono tali avvenimenti finti e patetici attentati messi in scena dai “servizi” (l’uccisione dell’attentatore di Bruxelles, da parte della Polizia, ne avvalorerebbe il sospetto).

È da sperare che Israele non faccia un colpo di testa che scatenerebbe l’inferno per tutti. La situazione è entrata in una fase estremamente pericolosa e rischia veramente di precipitare se le grandi potenze non si impegneranno per la pace. Oggi Biden si trova in Israele e su di lui pesa la responsabilità di promuovere soluzioni che facciano cessare il massacro.

Sarebbe auspicabile che Hamas rilasciasse subito gli ostaggi e Israele cessasse i raid a Gaza e i bombardamenti sui civili. Questo è l’obiettivo immediato che dovrebbero fermamente perseguire le autorità internazionali, se veramente si vuole evitare di portare il mondo sull’orlo di una catastrofe e mettere in pericolo la sicurezza anche in Europa.

Poi, secondo alcuni illustri studiosi di politologia, riconsegnati gli ostaggi e deposte le armi, si dovrebbe aprire subito il dialogo per una soluzione di compromesso del conflitto tra israeliani e palestinesi, riconoscendo l’esistenza di due Stati per due popoli.

Ma, a ben considerare, anche la soluzione di avere due Stati, che non si è mai finora voluta, appare un palliativo. Fare i due Stati, l’uno democratico (Israele) e l’altro molto meno, non risolverebbe, nell’attuale condizione, il conflitto tra il nuovo Stato palestinese e Hamas, che controlla la Striscia, e tra questo e Israele.

Insomma, un rompicapo tremendamente complesso.

Isernia, 18 ottobre 2023

Questa voce è stata pubblicata in Attualità, Politica estera e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.