Les jeux sont faits?

Non si tratta di clave, di pietre, di lance o di frecce. Siamo ancora lontani da una guerra post nucleare. In Siberia, nella base aerospaziale di Vostochny (un luogo simbolico da dover preoccupare le cancellerie occidentali?), due monarchi, il russo Putin e il nordcoreano Kim Jong-un, hanno discusso di cose serie: munizioni, razzi, missili balistici intercontinentali, visti i successi raggiunti in questo campo dalla Corea del Nord. Hanno deciso che terremoti e inondazioni stanno facendo troppo poco e nei posti sbagliati. Ci penseranno loro due a mettere a posto le cose e nei posti giusti. In fondo, per un ucraino, civile o militare che sia, morire per una bomba russa o nordcoreana, praticamente, è lo stesso.

Ma, se Putin ha bisogno degli armamenti di Kim Jong, potrebbe voler dire due cose: o non glieli danno i Cinesi o è alle strette con la produzione indigena.

Brutto segno, se così fosse, perché finire condizionati da Kim rappresenta una parabola discendente. Ora, con l’aiuto nordcoreano, Putin può trarre un sospiro di sollievo. Con la Cina deve trattare con i guanti gialli (ovviamente). In fondo, è diventato un suo tributario. Con la Corea del Nord è diverso, li onora, cercando le loro armi.

Kim è un po’ il parente povero della galassia asiatica, tenuto ai margini della grande politica. È pericoloso perché imprevedibile e crudele. Un nano corazzato, ma pur sempre un nano.

Il sovrano russo tende la sua nobile mano al sovrano nordcoreano. Non chiede l’elemosina, ma quasi. Putin è figlio del popolo e dei servizi segreti, Kim Jong discende da nobili lombi proletari, una vera e propria dinastia. Ma perché i loro Paesi si fregiano del nome di Repubblica? Sono due monarchie assolute come ce ne sono state tante nella storia. Lì vicino, dove si sono incontrati, ha regnato a suo tempo l’imperatore mongolo Gengis Khan: un esempio importante, ma illustre.

Kim Jong-un è arrivato con un treno, non di lusso, intendiamoci, ma blindato, per amore del popolo che non vuole perdere il suo amato leader; Putin circondato dai suoi uomini più fedeli. Non sono due forze che s’incontrano, ma due paure. Chi ha paura deve inventarsi un nemico.

Per verità, essere amici di questi monarchi può essere pericoloso. Se non si è loro amici si è nemici. Nessuna mezza misura. Questa nuova crociata contro l’Occidente corrotto, colonialista e prevaricatore segna un deciso passaggio di campo della Federazione russa nel mondo asiatico.

La Russia è sempre stata a metà strada fra il mondo europeo e quello asiatico. È una potenza multi-continentale ma, in genere i suoi interessi e la maggiore concentrazione demografica sono stati prevalentemente europei. La Siberia russa, con le sue immense risorse ma anche con scarsissima popolazione, è il grande vuoto attrattivo per i popoli asiatici a ridosso della frontiera.

La Corea del Nord, per affinità ideologiche è solo un piccolo tassello nell’intesa russo cinese. La Cina ha tenuto più volte sotto controllo Pyongyang, per non essere coinvolta in altri pasticci, come lo fu nella guerra di Corea, con la farsa di un milione di volontari cinesi che salvarono il nonno di Kim Jong dalla disfatta. Allora la Russia sostenne la Corea del Nord, ma si astenne da qualunque intervento diretto.

Oggi le cose sembrano cambiate. Kim Jong ha investito tutte le risorse del suo povero Paese, che muore di fame, nell’armamento e nei missili balistici e nell’odio verso l’Occidente. È un ragazzone alquanto aggressivo. Minaccia la Corea del Sud, il Giappone, gli Stati Uniti. È il parente povero dell’Asia rossa, che alza la testa nel momento in cui sente che hanno bisogno di lui. Un vero colpo di fortuna.

Dall’altra parte della barricata c’è l’Occidente, vistoso, chiassoso, decadente, in mano a un padre putativo bizzarro: gli Stati Uniti.

Perché bizzarro? E’ ancora un grande Paese (ma in calo), già poliziotto del mondo, già esportatore di “democrazia”(?), potente, anzi, potentissimo, ma imprevedibile, come tutti i signori della terra. A un certo punto, i signori si stancano del gioco quando diventa pericoloso.

Lo sanno bene i Vietnamiti, quando nel 1975, all’improvviso, furono mollati nel pieno di una guerra civile e l’ambasciatore americano, in fuga da Saigon, riuscì a portarsi via almeno la bandiera. E poi ricordate il boat people? Era l’anno 1979.

Ancora meglio lo ricordano gli Afghani quando, dopo vent’anni, sono stati mollati dagli Americani, in fretta e furia, per finire abbandonati nelle incapaci mani insanguinate dei Talebani.

Quanti giovani Americani sono morti nelle risaie e nelle foreste vietnamite oppure nelle giogaie pietrose afghane? Circa 60.000. Morti inutili e sconfitte cocenti. E non è questo un Paese bizzarro?

Ora in Ucraina (ma non ci sono morti americani) si sta ripetendo lo stesso gioco. La vita degli Ucraini e, se vogliamo, la dignità e la vita stessa degli Europei dipendono dagli umori dell’elettorato americano. C’è aria di abbandono della partita ucraina. Gli Americani (il popolo) sono stanchi, come tutti, di queste guerre inutili per un pezzetto di terra in più o in meno. Il Congresso non vuole neppure sentire Zelensky (pare che non abbia tempo) in visita a Washington. La Polonia, fedele ancella, decide di non fornire più armi all’Ucraina.

Ci prepariamo al terzo abbandono americano? Les jeux sont faits? Certo, Taiwan è più importante di Kiev e il confronto con la Cina è molto più rilevante. Il controllo del Pacifico è essenziale per la flotta americana. L’Ucraina non è indispensabile e prima che Putin sbocconcelli un po’ l’Estonia e poi la Moldavia e, magari, la Polonia, ci vorrà del tempo. L’Europa indolente e grassa può aspettare. L’Ucraina, lasciata sola, sarà facile preda della Russia di Putin, rinfrancato dal supporto nordcoreano.

Che farà l’Europa dopo tanto sostegno a Zelensky? Si sgonfierà come un pallone pieno d’aria. Senza gli Stati Uniti le velleità scompaiono rapidamente. Altro che aiuto a difesa della democrazia, dei “valori” occidentali e del continente!

Le elezioni americane sono una grande incognita fra due leader, Biden e Trump,in vario modo compromessi dall’età e dalle contestazioni giudiziarie. Sono distratti, vista l’imminenza delle elezioni. Un vero impaccio, la democrazia. Dipende dagli umori del popolo e gli umori, si sa, sono effimeri.

Sembra incredibile che in un Paese così vasto non ci possano essere candidati migliori e con le idee meno confuse.

A questo punto il confronto con le monarchie rosse, almeno sulla carta, è perdente.

Isernia, 21 settembre 2023

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