Le “fulgide” giornate di maggio

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Cento anni fa l’Italia entrò in guerra, trascinata da una minoranza interventista che faceva molto rumore e che, alla fine, s’impose.

Con un anno di ritardo l’esercito italiano cominciò il suo calvario. Andò bene, anche se costò 650.000 caduti ed altrettanti forse, sul fronte interno. Arrivammo alla guerra divisi, come sempre, con un esercito impreparato ed una flotta intimidita dalla sconfitta di Lissa. Inoltre, dopo decenni di alleanza con l’Impero austro-ungarico e quello germanico, ci schieravamo dalla parte opposta, in un certo senso, solo perché le potenze dell’Intesa ci offrivano di più. Ma completava anche il sogno risorgimentale di un’Italia unita.

Fu una guerra difficile, sanguinosa ed interminabile, tutta in salita, letteralmente, per raggiungere lo spartiacque alpino.

La retorica dannunziana e, poi, quella fascista, esaltarono il sacrificio dei nostri soldati, passando sopra alle molte inefficienze ed agli errori di quella guerra. Ma il Paese resse, soprattutto nelle avversità. Caporetto fu un episodio grave quanto quelli che accaddero sui Laghi Masuri e nelle Fiandre. I generali di allora concepivano solo massacri e la loro strategia era tanto funesta quanto improduttiva.

Chi è andato al sacrario di Verdun, monumento degli errori e degli orrori francesi, oppure nella piana di Ypres, cimitero degli Inglesi, sa bene che Caporetto non fu “l’episodio”, ma uno dei tanti che accaddero sul fronte occidentale e su quello orientale. A Gallipoli, la migliore gioventù australiana fu falciata dalle mitragliatrici di Ataturk ma, soprattutto, dalla caparbietà di Churchill e dalla stoltezza dei generali inglesi. Altro che Cadorna!

All’inizio della guerra il soldato francese, il poilu, andò in trincea con i pantaloni rossi ottocenteschi, buoni per fare da bersaglio! Un po’ come quando mandammo, a fine Ottocento, i nostri soldati in Africa, a Massaua (50° all’ombra), con le uniformi di panno!

Quando tutto fu finito, l’Europa contò i propri morti. Quattro Imperi monolitici erano scomparsi e sulle loro ceneri si composero i prodromi della seconda guerra mondiale. Rotto un equilibrio quasi secolare, l’Europa fu frantumata dalle rivoluzioni, dalla crescita delle istanze sociali, dalle ventate di rabbioso nazionalismo, dai totalitarismi e dagli odi etnici e razziali.

Le “fulgide” giornate di maggio aprirono il vaso di Pandora un po’ dovunque e molti dei guai di oggi presero le mosse da allora. Basta pensare alla Palestina.

Mio nonno, Giovanni Simone (classe 1887), non partì subito per la guerra, ma solo dopo quattro mesi, perché era un imprenditore che in quel periodo stava completando dei lavori per conto dello Stato. Egli combatté sul fronte della Marmolada e del Col di Lana. A seguito di un’azione bellica, il suo reparto fu quasi distrutto. Non se ne seppe più nulla per qualche mese, e la nonna lo dava per morto o disperso. Tornò a casa, con mezzi di fortuna e per la maggior parte a piedi, ridotto alla metà, perché laddove aveva combattuto, il cibo scarseggiava per la precarietà dei rifornimenti.

Quando la nonna gli aprì la porta, sulle prime, non lo riconobbe. Dopo, quasi le prese un colpo. Per festeggiare il redivivo si mise a preparare un pranzetto e prese a sbucciare delle patate. Mio nonno la sgridò, perché le bucce non si buttano. A lui avevano salvato la vita.

Ho voluto raccontare questo episodio famigliare, in questo revival di una tragedia di cento anni fa che ci ha coinvolto tutti. L’orrore di milioni di giovani stroncati dai gas, dalle mitragliatrici e dagli obici (scrive Musil, che allora combatteva da austroungarico sul fronte italiano, che l’artiglieria italiana era un incubo martellante e terribile, e lo stesso scrive anche Hemingway, che era in Italia con le truppe americane) non è servito a nulla. Così come non sono serviti, per parlare di cose di casa nostra, l’impiccagione di Battisti, il sacrificio di Nazario Sauro, di Enrico Toti e di tantissimi altri di cui a stento qualcuno ricorda ancora i nomi.

Se un fatto sembra indiscutibile è che la grande guerra fuse gli Italiani tra loro. Almeno per un po’, si sentirono un popolo unito nella sofferenza. I più erano analfabeti, giovani mandati a morire senza sapere bene perché, ma affratellati dai disagi comuni, dalla morte imminente, dalla nostalgia dei loro luoghi natii.

Fu una grande e triste epopea, allo stesso tempo. Altre tragedie sono venute dopo, in Italia, ancora più grandi di quelle di allora, fino alla guerra civile. La pace è stata un miraggio per decenni.

Rievocare il passato dovrebbe renderci tutti più consapevoli dell’importanza di avere una storia così tragicamente vissuta.

Isernia, 24 maggio 2015

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