Ricostruire la democrazia

Ricostruire la democrazia: viene in mente la famosa “metafora nautica” che anni addietro Otto Neurath suggeriva a proposito della condizione della scienza : “siamo come dei marinai che debbano ricostruire la loro nave in mare aperto… essi possono usare il legname della vecchia struttura per modificare lo scheletro e il fasciame dell’imbarcazione, ma non possono riportarla in bacino per ricostruirla da capo.

Durante il lavoro essi si sostengono sulla vecchia struttura e lottano contro violenti fortunali e onde tempestose. Questo è il nostro destino”.

Aggiungo, di mio, un’altra metafora, e cioè la “metafora del tiranno” (a proposito dell’istintiva ostilità della democrazia verso i poteri forti) : “quei marinai riparano la loro nave utilizzando il legname della stessa in mare aperto e non vogliono dirigersi verso un porto, poiché, se qui vi è la sicurezza della terra ferma, vi è anche il potere temibile del tiranno, che offre riparo e sicurezza a prezzo della libertà”.

L’essermi affidato, in apertura di queste riflessioni sul “costruire la democrazia” al linguaggio metaforico, mettendo da parte, per quanto possibile, il linguaggio dotto, è perché ritengo più incisivo utilizzare la forza evocativa dei concetti di cui sono capaci le immagini.

La democrazia è opus continuum, e non solo perché la storia delle “forme della democrazia” ne allinea una nutrita varietà tipologica ( la democrazia degli antichi e quella dei moderni, fino a quella dei postmoderni, la democrazia classica e neoclassica, la democrazia formale e quella materiale, la democrazia rappresentativa e quella diretta, la democrazia scettica, quella critica,quella dogmatica, e molte altre forme ancora, fino a quella telematica, ciascuna con il suo tempo), ma anche perché i “nemici della democrazia sono sempre all’erta. Epperò, costruire la democrazia non è una fatica di Sisifo: quella era una fatica “disperata”, mentre la costruzione della democrazia, pur tra ostacoli, errori e promesse non mantenute, è pur sempre un progresso.

Fatto è che il “motore” della democrazia è uno solo, e cioè la “voglia di democrazia”. Al contrario del pavido personaggio manzoniano ( don Abbondio : “ Monsignore, il coraggio, uno, se non ce l’ha, non se lo può dare”), la democrazia ha la sua unica risorsa nel coraggio dei cittadini: vi è il coraggio delle grandi contingenze (quello delle lotte di liberazione, quello delle lotte di resistenza) e vi è il coraggio della esemplarità quotidiana ( contro l’opportunismo che risucchia, lo scetticismo arrendevole, il populismo invitante, la comodità del disimpegno, la tentazione degli interessi). Opus continuum, et cotidie : nel più celebre libro dei moderni ( che però fu bollato di essere “ libro scellerato ed empio” dal governo oligarchico della città di Ginevra, che decretò fosse bruciato sulla pubblica piazza), e cioè il Contract social di J.J. Rousseau, si leggeva, due secoli e mezzo fa, che “la democrazia riposa sui buoni costumi dei cittadini …..e rivendica il suo essere specifico di utopia possibile”; tant’è che proprio in apertura di quel libro che divenne al tempo suo, il “libro dei rivoluzionari”(e del loro coraggio, della loro fede civile), si leggeva che “ se vi fosse un popolo di Dei, esso si governerebbe democraticamente. E da quel libro, il grande progetto della “democrazia dei moderni” trasse (testualmente) la sua norma-principio : “ les hommes naissent et demeurent libres et égaux en droit” (Declaration des droits de l’homme et du citoyen, 26 agosto 1789).

In tempi a noi più vicini, la fede nella democrazia, come utopia possibile e come grande riserva di moralità che genera coraggio, è stata scolpita, in tre brevi parole di un grande leader nero, nel grande spazio che fronteggia a Washington il Lincoln Memorial: I have a dream (M.L. King). Potremmo ricordare, questa volta tornando indietro di molto nel tempo, altre tre parole che ben potrebbero essere richiamate a fondamento morale della democrazia : beati qui sitiunt.

In un piccolo libro, anni or sono, dal titolo “Il futuro della democrazia” (Torino 1984), N. Bobbio sottolineava subito, in premessa, che per la democrazia “ l’essere in trasformazione è il suo stato naturale : la democrazia è dinamica, il dispotismo è statico e sempre uguale a se stesso”. Ciò significa, per l’appunto, che costruire la democrazia è un opus continuum, così come esistono svariate “forme di democrazia”. E ciò significa anche che la democrazia non può mai essere “soddisfatta” di se stessa. Solo le democrazie di facciata si dichiarano appagate di se stesse; e ciò proprio perché non intravedono che la democrazia è tale soltanto se si interroga continuamente su se stessa. E, d’altra parte, è proprio questo il significato più profondo dell’art.3, comma II, della nostra Costituzione che scolpisce il profilo dinamico della democrazia fissando la regola che “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini,impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica,economica e sociale del Paese”. Anche perché, tra le regole che si possono ritenere ancora valide del marxismo come strumento critico di comprensione delle contraddizioni sociali ( aveva ammonito P. Sylos Labini, subito dopo il crollo delle società socialiste : “non buttate Marx con l’acqua sporca”), vi è quella secondo cui “le disuguaglianze si ripropongono sempre in forme diverse”.

Ed è per questo che non potremmo considerarci soddisfatti di una definizione puramente “formale” (o minima) di democrazia, intendendo per tale l’esistenza di un “insieme di regole di procedura per la formazione di decisioni collettive in cui è prevista e facilitata la partecipazione più ampia possibile degli interessati” (N.Bobbio, op.cit.,pag.X). Eppure, è da questo minimo formale che occorre partire, sicché non vi sarà democrazia quando le decisioni di interesse collettivo siano riservate a “uno” o “pochi”, mentre per democrazia si intende una situazione in cui questo tipo di decisioni derivino dalla partecipazione di “molti” (se non di ”tutti”); e neppure vi sarà democrazia se, assicurata l’ampiezza della partecipazione (principio di legittimazione), essa non si coniughi con la necessità e con il rispetto del “principio di maggioranza” e, per simmetrica conseguenza, con il rispetto dei diritti della minoranza (o delle minoranze), a sua volta intesa come possibile maggioranza in un tempo prossimo.

L’alternanza è perciò un altro carattere essenziale della democrazia: essa è una vera e propria “separazione dei poteri” (altra caratteristica essenziale della democrazia) nel tempo, sicché oggi chi governa passi poi a controllare e chi oggi controlla passi poi a governare. Ma alla base della separazione dei poteri nel tempo vi è, in democrazia, l’essenzialità del dissenso, vero “seme” del futuro di ogni democrazia.

Andiamo per massima sintesi : costruire la democrazia è pertanto opera difficoltosa, perché la democrazia stessa è questione complessa, in quanto essa non implica soltanto regole, ma anche e soprattutto valori e princìpi. In un certo senso, essa è una alchimia in continua ebollizione. Del che è agevole convincersi scorrendo, pur in rapida lettura, la carta costituzionale italiana che pone in apertura di essa il principio democratico (art.1), che subito si sostanzia di valore, stabilendo, che il principio fondante della democrazia è il lavoro. Seguono a cascata i grandi principi della democrazia :

– il principio personalistico ed il principio pluralistico (art.2);

– il principio di eguaglianza, sia formale che sostanziale, ed il principio dinamico

(art.3);

– il principio pacifista (art.11);

– il principio rappresentativo (art.67);

– la centralità della giustizia (art.101);

– il principio autonomistico (art.114);

– il principio garantistico (art.134).

Come usano dire i costituzionalisti americani, i “grandi principi” costituzionali sono come l’albero maestro della nave cui Ulisse si incatenò per non lasciarsi irretire dal canto delle sirene, a cui le democrazie si legano per tenere diritto il timone. E così, come il timone, se ben tenuto, sa guidare su una rotta o su un’altra, così pure la vita democratica si lascia guidare dal “bilanciamento” dei principi costituzionali. Perciò, alla democrazia è essenziale anche una buona misura di “patriottismo della costituzione”, intesa quest’ultima, per riprendere l’iniziale metafora nautica, come “bussola della nave”.

Sicchè è tempo di chiedersi quali siano le “cattive sirene” – ed anche gli altri pericoli – che la “nave della democrazia incontra sulla sua rotta. Cominciamo dai pericoli che possono annidarsi sulla nave stessa : come per ogni nave, i pericoli maggiori sono, oltre la furia del mare, il tradimento del timoniere (gubernator), che la conduce su una rotta sbagliata, o l’ammutinamento dell’equipaggio. Al timone della democrazia vi sono i governanti (gubernatores), e cioè la classe politica, la cui legittimazione, essendo la democrazia (nel suo principale modo di essere) naturalmente rappresentativa, deriva dall’investitura popolare (che è la fonte della sua legittimazione), che le impone di operare esclusivamente per il “bene comune” (bonum civitatis), senza né piegarsi a prediligere interessi particolari, né chiudersi in autocratico isolamento, trasformandosi da organo della democrazia in partigiano degli interessi (forti) o in potere autocratico, interessato in primo luogo al suo

consolidamento. Attraverso il processo elettorale essa riceve un mandato generale per fini complessivi: mandato che però essa esercita in maniera indipendente, da una parte rispondendo soltanto alla sua onesta coscienza, come si legge nel famoso discorso di E. Burke (detto il Cicerone britannico) agli elettori di Bristol nel 1774, che da allora ha ben definito il modo d’essere della rappresentanza politica, dall’altra mantenendo con i rappresentati un continuo ed aggiornato rapporto dialogico, dall’altra ancora sottomettendosi al rendiconto democratico. Vero e proprio paradosso della democrazia, il “tradimento del timoniere” è assai più frequente di quanto sarebbe lecito aspettarsi : ed è ciò che oggi si usa denominare come occupazione della democrazia da parte della “casta” (la classe politica). Il “peccato” alletta gli uni e gli altri, siano essi conservatori o riformisti: nihil sub sole novi, gli uni, come gli antichi Sadducei si fanno depositari dello status quo, gli altri, come gli antichi Farisei, parlano il linguaggio della falsità (o, se si vuole, il linguaggio del gattopardo : “bisogna che tutto cambi perché nulla cambi”). E’ davvero singolare annotare di quanto potrebbero avvantaggiarsi, al nostro tempo, teoria e prassi della democrazia rileggendo le “scritture” : “guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini” (Matteo,22,13). L’accostamento nelle “scritture” tra scribi e farisei mi suggerisce un’altra riflessione, cui dedico solo un cenno: essenziale alla democrazia è che in essa operino buoni giudici, e mi domando perché la parola del Cristo abbia voluto accostare politici (riformisti) come i farisei e giudici (come gli scribi) : “ vi dico, infatti, che, se la vostra giustizia non sorpasserà quella degli scribi e farisei, non entrerete nel regno dei cieli”(Matteo, 4, 20). Compito dei giudici è l’applicazione legalistica (farisaica) della legge, o affermare la “giustizia” ? L’art.101 Cost. insegna che il compito dei giudici, soggetti alla legge, è rendere “giustizia”. Il che significa schierarsi sempre e ovunque a favore della libertà : come si legge nella più celebre sentenza, pronunciata quattro secoli fa, da E.Cooke nel “caso Bonham”, a proposito del ruolo dei giudici nel conflitto potere-libertà, secondo cui i giudici, in Inghilterra, erano i “leoni” custodi delle libertà individue contro il potere.

Andiamo veloci, per snidare altri componenti non leali nell’equipaggio della “ nave della democrazia”. Per vero, lo ha già fatto N. Bobbio, nel libretto sul “futuro della democrazia” che ho già richiamato. Primo, la “persistenza delle oligarchie”. Benchè sia del tutto naturale che in un regime democratico si formino élites di vario tipo (culturali, politiche,economiche), esse si distinguono nettamente, come è stato ben precisato (F. Burzio Essenza e attualità del liberalismo, Torino, 1945, p.19), a seconda che esse siano élites che si propongono o élites che si impongono : le prime sono dinamiche e stimolano i cambiamenti, le altre sono statiche, ostacolano il cambiamento, si dedicano alla riproduzione dell’esistente e alla tutela degli interessi. Esse sono il tarlo “neocorporativo” delle società democratiche. Tra i membri non sempre leali dell’equipaggio della democrazia vi sono anche i “corpi burocratici” ed i “corpi tecnici”, entrambi portatori di concezione autoreferenziali restii a fare i conti con la regola basica di investitura-controllo da cui si alimenta la vita democratica.

Un tempo, come aveva insegnato M. Weber, il compito burocratico si alimentava di un avvertito senso del dovere; ma la più deprecabile conseguenza della pur grandiosa esperienza dello Stato sociale (Welfare State) è stata la sua metastasi burocratica, con il capovolgimento del senso del dovere nella più prosaica difesa di infinite forme di rendita burocratica (è come se i rematori fossero più attenti alla comodità dei loro posti che non a remare perché la nave prosegua la sua navigazione). E poiché in democrazia tutto è, per sua natura, trasparenza, l’insufficiente lealtà della burocrazia verso la democrazia ( i diritti degli amministrati ) sta proprio nella resistenza offerta alla penetrazione dei segreti dell’amministrazione.

Ciò mi consente di passare a dire brevemente dell’altro nemico che si annida nella nave della democrazia, e cioè il “potere invisibile”: e non soltanto i segreti del potere in senso stretto, ma anche l’influenza dei potentati economici, il condizionamento sulla vita pubblica di potenti lobbies, il fervore attivistico di associazioni che si ammantano di segretezza, i circuiti politici non trasparenti, et similia. Eppure, I. Kant aveva già ammonito, due secoli e mezzo addietro, che “ tutte le azioni relative al diritto di altri uomini la cui massima non è suscettibile di pubblicità, sono ingiuste”(ora in Scritti politici e di Filosofia della storia e del diritto, UTET, Torino 1956,p.330). Dirò ancora molto brevemente della pretesa dei “tecnici” di minare alla base il fondamento di legittimazione della democrazia : se non vi è dubbio che le democrazie del nostro tempo vivono in società ad alta complessità tecnica ( sia essa tecnica in senso stretto, quali energia e trasporti, ovvero tecnico-economica, quali politica monetaria o politica creditizia, o tecnico sociale, quali politiche del lavoro e politiche del reddito), la legittimazione esclusivamente tecnica a governare, sostitutiva della legittimazione democratica, è una singolare riedizione dell’ideale platonico del “governo dei saggi” (sofocrazia), nel quale si ricomponeva l’insoluto dilemma tra governo degli uomini e governo delle leggi. E poiché le leggi fondamentali ora sono (ritenute) le leggi tecniche, ne viene che gli unici interpreti ne sono i nuovi saggi ( i tecnici ). Non può meravigliare, se in un recente documento di una grande istituzione finanziaria mondiale, si sia giunti a dire che il tempo delle costituzioni è finito e l’umanità si lasci governare dalla tecnocrazia finanziaria mondiale (che conosce le leggi tecniche dell’economia). Ciò mi consente un’ultima osservazione, prima di dire brevemente del rischio delle varie forme di possibile “deriva” della democrazia ( “le sirene” di cui prima ho detto), a riguardo dei potenti nemici ad essa esterni : questi nuovi nemici vengono d’oltre confine, da quello “spazio globale” ( la mondializzazione dell’economia) dove domina incontrastato il “potere dei giganti” (C. Crouch, Laterza, 2012) .

Per tornare alla metafora nautica, la nave della democrazia è spinta a forza dai “mari territoriali”, nei quali doveva guardarsi soltanto dai suoi nemici interni, oltre le colonne d’Ercole, nella vastità dell’oceano. Qui il “potere dei giganti”, che detiene senza nessuna legittimazione –e senza alcuna possibilità di controlli e di contropoteri- lo ius vitae ac necis [il diritto di vita e morte] di interi sistemi sociali ed economici, decide insindacabilmente dei destini di questa o di quella democrazia.

Sicchè ad esempio, come per l’Ulisse che varcò le colonne d’Ercole, può decretare la fine della dimensione della solidarietà (Welfare State) con gli strumenti di costrizione finanziaria, “infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso” (ultimo verso del XXVI canto dell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri).

Eppure un rimedio c’è : ed è l’alleanza tra le democrazie per un vigoroso impegno nella realizzazione di un costituzionalismo transnazionale.

Ma, come spesso accade, i nemici più insidiosi sono quelli che operano dall’interno del corpo sano. Si può rimettere su l’albero della nave che sia stato abbattuto da un fortunale, si può riparare la vela lacerata dai venti, ma non vi è difesa contro il tarlo che sbriciola il legno del fasciame. E’ lo scarso impegno dei cittadini la prima causa che erode la tenuta della democrazia, come si legge in quel celebre passo del Contrat Social di J.J. Rousseau dove è scritto che “ non appena il servizio a favore della comunità cessa di essere l’interesse primo dei cittadini… la democrazia è già prossima alla rovina… nominano i deputati e restano a casa”. Che dire poi se i cittadini – e cioè i marinai della nave – neppure si recano alle urne ( e cioè abbandonano i remi della nave ) ? Qui la nave sbanda per varie derive : lo scetticismo di massa, la frantumazione egoistica del corpo sociale, la degenerazione della ricchezza pluralistica della democrazia nel calcolo dei tornaconti, la rarefazione delle basi di legittimazione della rappresentanza politica , ed altro. Appaiono anche nuovi idoli, come apparve il “ vitello d’oro” : apparente chance di incremento della partecipazione democratica , la democrazia “a mezzo della rete” (internet) è, quando eccede il suo compito di essere deposito delle informazioni, il punto più alto della desocializzazione della vita democratica. E così altri rischi, sempre latenti, ingigantiscono : la manipolazione del consenso a mezzo di poteri di nuovo conio (annotava K. Popper a riguardo della televisione che “ i nemici della democrazia …. quando si saranno resi conto fino in fondo di quello che possono fare, la useranno in tutti i modi, anche nelle situazioni più pericolose. Ma allora sarà troppo tardi.”) e la stessa compravendita della democrazia.

Ma qui la democrazia può ben trovare forza nelle scritture : “ entrato nel tempio, Egli si mise a scacciare quanti in esso vendevano e compravano, rovesciando i banchi dei cambiavalute e disse loro : << la mia casa sarà chiamata casa di preghiera e voi, invece, ne fate una spelonca di ladroni >>” ( Matteo, 21, 12 ).

10 settembre 2014

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