Un chiarimento sulla Palestina e sul “nuovo” Medio Oriente

L’inconsapevolezza, o chiamatela ignoranza, rifiuta la ricerca della verità perché suppone di possederla; è quello che succede in questi giorni con la tregua avviata da Trump. Una miriade di talk show e trasmissioni dove se ne vedono di tutti i colori. Da falsità storiche a sciocchezze di presunte autorità morali di livello superiore.

Vista l’accozzaglia di commentatori nelle Tv, nelle radio e sulla stampa che si accapigliano e fanno a gara a chi la spara più grossa, mi permetto, molto umilmente, di elencare in breve i fatti e gli antefatti storici a cui chiunque dovrebbe prima attingere e, poi, studiare prima di intervenire a sproposito sulla Regione dove si incontrano l’Asia, l’Africa e l’Europa, ossia il Medio Oriente. Gli Stati che attualmente formano il Medio Oriente possono essere divisi in quattro gruppi:

– Africa nord orientale (Libia, Egitto);

– I Paesi della fertile mezzaluna (Siria, Libano, Giordania, Iraq e Israele);

– Le nazioni della Penisola Arabica (Arabia Saudita, Yemen, Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, e Oman);

– Il Tier settentrionale (Turchia e Iran).

Volendone ritrovare le origini, in principio vi furono insediamenti umani in Giudea che risalgono a un periodo precedente l’età della Pietra. Questa regione è conosciuta dai paleoantropologi come una delle strade che l‘homo sapiens attraversò per uscire dall’Africa e iniziare a colonizzare il resto del mondo; siamo a circa 100.000 anni fa. Resti archeologici di insediamenti umani risalenti a più di 11.000 anni fa si trovano ancora a Gerico, considerato il più vecchio insediamento ininterrottamente abitato al mondo. La Giudea coincideva con il territorio assegnato alla biblica tribù di Giuda, figlio di Giacobbe, che aveva la sua città principale a Gerusalemme. La Giudea fece parte dell’antico regno di Israele sotto Saul e si rese indipendente sotto Davide, che divenne a sua volta re di tutto Israele alla morte di Saul. Israele rimase quindi unita fino alla morte del re Salomone, figlio di Davide, all’incirca nel 931 a.C., quando il regno si divise in due: il regno di Israele a Nord, con capitale Tirzah prima e Samaria poi, e il Regno di Giuda a Sud, con capitale Gerusalemme. Il reame settentrionale cadde sotto gli Assiri nel 722 a.C., mentre la Giudea costituì uno Stato indipendente fino al 587 a.C., quando fu conquistata dai babilonesi. Poi passò sotto i persiani e gli elleni. Dopo la rivolta dei Maccabei seguì la dominazione romana e quella bizantina.

I romani vi imposero il nome Palestina dopo aver sconfitto il condottiero ebreo Bar Kokheba (pretendente al trono del regno di Giudea), che aveva guidato la terza guerra giudaica contro i Romani, che si svolse tra il 132 e il 135 ed ebbe come teatro l’antico Israele. Dopo la definitiva sconfitta l’imperatore Adriano cambiò il nome da provincia di Giudea in Siria Palestina, distrusse Gerusalemme che fu ricostruita sullo stesso sito col nome di Colonia Aelia Capitolina.

Alla fine del quarto secolo, l’impero romano d’Oriente divise la regione della Palestina in tre province: Palaestina Prima, con capitale Cesarea; Palaestina Secunda, con capitale Scitopoli; e Palaestina Salutaris, con capitale Petra.

Queste province furono conquistate dai califfi arabi nel VII secolo, nell’ambito della conquista islamica della Siria, nella quale fu decisiva la battaglia dello Yarmuk nel 636 e infine l’assedio di Gerusalemme del 637. Il califfo ʿUmar divise la Palestina in due distretti amministrativi (Jund) simili alle province romane e bizantine: Filasṭin (“Palestina”, grosso modo corrispondente alla Palaestina Prima bizantina), con capitale Lidda e poi Ramla, e al-Urdunn (“Giordania”, grosso modo corrispondente alla Palaestina Secunda bizantina), comprendente la Galilea e Acri.

La Palestina, conquistata dai turchi ottomani con la guerra guerra turco-mamelucca del 1516-1517, rimase sotto il dominio dell’impero ottomano per circa 400 anni, fino a quando essi la persero alla fine della prima guerra mondiale a favore del Regno Unito.

Nel 1916, nel pieno della 1ª guerra mondiale, l’accordo Sykes-Picot (I negoziati, condotti dal diplomatico francese François Georges-Picot e dal diplomatico britannico Mark Sykes, ebbero luogo tra novembre 1915 e marzo 1916. L’accordo venne poi definitivamente firmato il 16 maggio 1916.) stabilì le aree di influenza, nel Medio Oriente, di Francia e Gran Bretagna. In tale accordo la Palestina, la Giordania e l’Iraq finirono ai britannici, mentre Libano e Siria furono assegnate ai francesi. Le linee di confine furono inventate in quell’occasione spazzando via i naturali confini delle tribù arabe. In quel periodo Sir Henry Mac Mahon, alto commissario britannico al Cairo, promise un grande Stato arabo in cambio del loro aiuto contro l’impero ottomano, la Turchia attuale. Nel 1917,

il politico britannico, esponente del Partito Conservatore, Arthur James Balfour, fece la stessa cosa con gli ebrei promettendo loro di far rinascere la loro patria, mentre ricopriva la carica di Segretario per gli affari Esteri, sostenendo, tramite la nota dichiarazione Balfour, la creazione di un “focolare nazionale”, ossia di uno Stato ebraico in Palestina, un passo cruciale nelle origini del conflitto israelo-palestinese, in vista della sconfitta dell’Impero ottomano, del quale la Palestina faceva parte, nell’ambito della Prima guerra mondiale. Questi, in breve, gli antefatti storici a cui chiunque dovrebbe riferirsi prima di esternare sulle attuali vicende del Medio Oriente.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, sono nati molti Stati: la Rhodesia si è trasformata in Zimbabwe; l’isola di Ceylon in Sri Lanka; il Siam in Thailandia; la Jugoslavia in Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Montenegro, Macedonia del Nord e, in parte, Kosovo; e nel 1948 gli ebrei fondarono Israele. In quello stesso anno il Gran Mufti suggerì di andar via o di combattere contro Israele, per cui tutti gli Stati confinanti attaccarono Israele, ma persero la guerra.

Premessi questi fatti storici millenari, oggi la storia palestinese ci insegna che quando Israele preserva il suo potere attraverso il differimento e la frammentazione, la resistenza si ricalibra – come è successo. Dalle pietre della Prima Intifada alle violazioni guidate dai droni del 2023, i palestinesi hanno adattato le loro tattiche in risposta all’evoluzione della macchina dell’occupazione. La cruda realtà è che i soli appelli non violenti non producono alcun cambiamento strutturale. I forum internazionali ritardano, i quadri umanitari si spoliticizzano e i cessate il fuoco crollano sotto il peso dell’impunità israeliana.

Il passaggio dalle marce di massa alle azioni legali, dalla protesta simbolica al sabotaggio infrastrutturale, riflette il rifiuto di lasciarsi contenere da quadri che trattano il riconoscimento come negoziabile e la giustizia come differibile. È anche una risposta al crollo della dottrina della deterrenza di Israele. Il mito dell’invincibilità – un tempo centrale nella sua posizione strategica – si è disfatto. Ciò che rimane non è la deterrenza, ma un ciclo di escalation che espone i limiti della forza e l’inutilità della cancellazione.

Quel che ci porta a questo momento non è solo una violazione, ma una chiarezza : che la resistenza deve essere plurale, strategica e incessante. Che un cessate il fuoco senza giustizia non è pace, è rinvio. E che ogni ricalibrazione è un monito: la richiesta di ritorno, dignità e responsabilità non sarà pacificata. Sarà riarticolata, reimmaginata e riaffermata, finché le impalcature dell’impunità non crolleranno.

Se il cessate il fuoco rivela la fragilità della deterrenza israeliana, la traiettoria della resistenza palestinese ne rivela la persistenza. La resistenza non è mai stata statica; ha cambiato forma in risposta sia alla repressione che alle possibilità, ogni fase segnata da ricalibrazioni tattiche e contromisure israeliane. Ciò che persiste non è un singolo metodo, ma un continuum – pietre, razzi, tunnel, droni – ogni iterazione che espone i limiti del dominio e l’inutilità della cancellazione.

Durante la Prima Intifada (1987-1993), gli organizzatori di base a Gaza e in Cisgiordania – principalmente sotto la Guida Nazionale Unificata della Rivolta – mobilitarono i civili per boicottare i beni israeliani, rifiutare il pagamento delle tasse e organizzare manifestazioni di massa. Giovani palestinesi lanciarono pietre contro soldati e carri armati. Questi atti di sfida esercitarono pressione sulle autorità israeliane e attirarono

l’attenzione globale, culminando negli Accordi di Oslo del 1993. Mentre Israele manteneva il controllo militare, i palestinesi ottennero un limitato autogoverno attraverso la neonata Autorità Nazionale Palestinese.

Durante la Seconda Intifada (2000-2005), fazioni armate come Hamas, la Jihad Islamica e le Brigate dei Martiri di al-Aqsa di Fatah intensificarono la resistenza attraverso attentati suicidi, imboscate e attacchi di cecchini. Israele rispose con l’Operazione Scudo Difensivo, rioccupò le principali città della Cisgiordania e costruì il muro di separazione. Assassinò importanti leader palestinesi, tra cui lo sceicco Ahmed Yassin e Abdel Aziz al-Rantissi. I palestinesi affermarono il loro rifiuto di accettare l’occupazione, mentre Israele fortificava i confini e frammentava l’unità politica palestinese.

Dopo il ritiro israeliano da Gaza nel 2005, Hamas consolidò il controllo e cambiò tattica, puntando sulla guerra missilistica. Hamas e la Jihad Islamica lanciarono migliaia di razzi nel sud di Israele, innescando ripetute operazioni militari israeliane: Piombo Fuso (2008-2009), Pilastro di Difesa (2012) e Margine Protettivo (2014). Israele effettuò attacchi aerei, invasioni terrestri e blocchi navali, uccidendo migliaia di persone e distruggendo infrastrutture. Le fazioni palestinesi costruirono tunnel sotterranei per il contrabbando e gli attacchi a sorpresa. Nonostante le pesanti perdite, mantennero capacità operativa e visibilità internazionale. Contemporaneamente, gruppi della società civile organizzarono campagne non violente, come il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) e la Grande Marcia del Ritorno (2018), a cui Israele rispose con cecchini e restrizioni legali.

Il 7 ottobre 2023 , Hamas e le fazioni alleate della resistenza palestinese lanciarono un assalto coordinato nel sud di Israele, prendendo di mira basi militari, sistemi di sorveglianza e insediamenti vicini. I combattenti usarono droni per disattivare le torri, parapendio a motore per violare lo spazio aereo e inviarono unità di terra per assaltare posizioni fortificate. Nella stessa area, il festival musicale Nova, tenutosi vicino al kibbutz Re’im, adiacente a diverse installazioni militari, fu coinvolto sia nell’assalto operato da Hamas che nel fuoco israeliano promulgato secondo la “Direttiva Annibale”: un protocollo invocato per prevenire i rapimenti, anche a rischio di uccidere civili e soldati israeliani.

Quel giorno, circa 1.200 persone sono state uccise all’interno di Israele e più di 200 sono state prese in ostaggio da Hamas e dalle fazioni alleate. Sebbene il bilancio complessivo sia ampiamente citato, la ripartizione precisa rimane poco chiara: conteggi indipendenti suggeriscono circa 815 civili (tra cui 36 bambini e 79 cittadini stranieri) e circa 379 membri delle forze di sicurezza israeliane, ma l’attribuzione della responsabilità per ogni morte – se causata da combattenti palestinesi, dal fuoco incrociato israeliano secondo la “Direttiva Annibale” o da altre circostanze – non è stata verificata in modo indipendente.

Per i palestinesi, la breccia ha infranto l’illusione dell’invincibilità israeliana e ha rimesso Gaza al centro del dibattito globale. Ha dimostrato che, anche sotto assedio, le fazioni palestinesi possono sfondare uno dei confini tecnologicamente più fortificati al mondo. L’operazione ha costretto gli osservatori internazionali a confrontarsi con l’asimmetria di potere e la persistenza della resistenza palestinese.

Israele rispose con una forza schiacciante. L’Aeronautica Militare bombardò quartieri residenziali, campi profughi e quelli che descrisse come centri di comando di Hamas; affermazioni che furono poi screditate, poiché non fu trovata alcuna infrastruttura militare di questo tipo. L’IDF invase la parte settentrionale di Gaza e impose un assedio totale, tagliando elettricità, carburante, cibo e acqua. Unità informatiche interruppero le comunicazioni, mentre le tre agenzie d’intelligence israeliane, Aman, Shin Bet e il Mossad, coordinarono gli assassinii dei leader di Hamas. Queste azioni miravano a smantellare la capacità militare di Hamas e a ripristinare la deterrenza.

La risposta di Israele ha aggravato la catastrofe umanitaria e intensificato il controllo globale sull’impunità sostenuta dagli Stati Uniti. Le immagini di sfollamenti di massa e di ospedali distrutti hanno alimentato proteste internazionali e iniziative legali. Sebbene Israele abbia ottenuto guadagni tattici a breve termine, ha dovuto affrontare crescenti costi a livello di reputazione e richieste di responsabilità.

Nel frattempo, la società civile palestinese ha risposto con funerali di massa, documentazione sui crimini di guerra e campagne digitali che hanno riformulato la narrazione. Artisti, giornalisti e avvocati hanno amplificato le testimonianze e sfidato l’inquadramento simmetrico del conflitto. La distruzione del 7 ottobre ha segnato non solo una rottura militare, ma anche discorsiva, in cui i limiti dell’impunità israeliana e la resilienza della resistenza palestinese si sono scontrati sulla scena globale.

Se l’ evoluzione della resistenza palestinese – dalle pietre ai droni – ha segnato il crollo della deterrenza israeliana, sulla scia del 7 ottobre la lotta si è spostata nelle sale negoziali, dove le richieste di riconoscimento e ritorno si sono scontrate con le precondizioni israeliane e i ribaltamenti strategici. Persino gli stessi negoziatori palestinesi sono diventati bersaglio di tentativi di assassinio, esponendo quanto pericoloso e fragile fosse diventato il processo.

Ogni fase si è svolta come un duello di affermazioni: le richieste palestinesi di liberazione hanno incontrato le richieste israeliane di sottomissione, e ogni apparente concessione si è dissolta sotto il peso del ribaltamento. Queste, le sequenze:

– Fase 1: (ottobre-dicembre 2023).

Hamas ha chiesto la cessazione immediata delle operazioni militari israeliane, la revoca del blocco di Gaza e il rilascio di migliaia di prigionieri palestinesi. La società civile ha amplificato queste richieste attraverso petizioni legali, dossier sui crimini di guerra e campagne di testimonianza di massa.

Israele rispose con una forza schiacciante, bombardando Gaza, invadendo i settori settentrionali ed estendendo le operazioni in Libano, Siria e Yemen.La sua contro-richiesta fu categorica: il ritorno incondizionato dei prigionieri israeliani e lo smantellamento totale di Hamas.

– Fase 2: (gennaio-dicembre 2024).

Hamas si è ricalibrata, avanzando proposte di negoziazione graduale incentrate su corridoi umanitari e scambi di prigionieri. Ha avviato colloqui indiretti mediati da Egitto, Qatar e Turchia .

Israele si è trincerato in posizioni massimaliste, rioccupando zone strategiche, violando i termini del cessate il fuoco e promulgando leggi che criminalizzavano il dissenso. Le operazioni informatiche hanno preso di mira le comunicazioni palestinesi, estendendo il campo di battaglia alla sfera digitale.

– Fase 3: (gennaio-ottobre 2025).

Hamas ha accettato un quadro mediato dagli Stati Uniti per il disarmo graduale, la supervisione degli aiuti internazionali e lo scambio di prigionieri. La società civile ha rafforzato il proprio ruolo, documentando le violazioni e riformulando le narrazioni palestinesi nei forum internazionali.

Israele firmò il cessate il fuoco, ma lo sovvertì immediatamente, arrestando nuovamente i prigionieri palestinesi rilasciati, riprendendo gli attacchi aerei in Libano e usando l’osservanza tattica come copertura per un’inversione strategica .

Se il ciclo di richieste e inversioni di tendenza ha rivelato la fragilità dei cessate il fuoco , il terreno legale espone la faglia più profonda: l’applicazione. Il cessate il fuoco mediato da Trump è stato annunciato come una svolta stabilizzatrice, eppure la sua credibilità si basa su una domanda che aleggia su ogni tregua israelo-palestinese: cosa significa l’impunità israeliana per il diritto stesso?

La lunga storia di Israele di violazioni del diritto internazionale, sotto la protezione degli Stati Uniti, si trova ora ad affrontare un esame senza precedenti. I mandati di arresto della Corte Penale Internazionale (CPI) per Netanyahu e Aluf Yoav Gallant segnano una rottura simbolica, ma il simbolismo da solo non può imporre il rispetto delle regole. In assenza di meccanismi vincolanti di applicazione, il cessate il fuoco poggia su un terreno fragile e la storia di Israele mette in dubbio la sua intenzione di onorare qualsiasi condizione.

Entro 24 ore dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025, Israele ha ripreso i raid aerei su Gaza, bloccato l’accesso all’UNRWA e negato i servizi di base. In Cisgiordania, Israele sta nuovamente arrestando prigionieri palestinesi precedentemente liberati , violando i termini dello scambio pianificato.

Queste violazioni non sono anomalie: sono sistemiche. L’esercito israeliano descrive apertamente gli attacchi del cessate il fuoco in Libano come “successi operativi”, vantandosi di aver degradato le infrastrutture di Hezbollah durante la presunta calma. A Gaza , si rifiuta di impegnarsi per iscritto a non riprendere le ostilità, lasciando ogni tregua vulnerabile a un’escalation unilaterale .

Le implicazioni legali sono crescenti. Gruppi della società civile, organismi giuridici internazionali e governi regionali stanno documentando violazioni, presentando denunce e chiedendo conto delle proprie azioni. La portata giurisdizionale della CPI si sta espandendo e le richieste di sanzioni, un tempo liquidate come marginali, stanno entrando nei dibattiti politici principali. Il silenzio dell’amministrazione Trump su queste violazioni

espone ulteriormente la fragilità dell’applicazione del cessate il fuoco quando l’impunità è strutturalmente radicata .

Questo è il terreno della resa dei conti. L’impunità israeliana non è più assoluta e la resistenza palestinese non è più inquadrata come un’interruzione, ma è sempre più riconosciuta come una richiesta. Il cessate il fuoco mediato da Trump potrebbe vacillare, ma l’architettura della responsabilità si sta costruendo, clausola dopo clausola, testimonianza dopo testimonianza, violazione dopo violazione .

Le crepe nello scudo legale di Israele si riflettono nelle fratture del suo scudo discorsivo. Ogni atto, ogni mandato, ogni clausola è oscurato da una contesa più ampia: sulla memoria, sulla narrazione, su chi definisce la legittimità. La legge da sola non può contenere la lotta. Ciò che segue non è solo una battaglia legale, ma una frattura culturale e politica, in cui la testimonianza diventa arma, la narrazione diventa terreno e il rifiuto insiste per essere ascoltato.

Il rifiuto palestinese è infrastrutturale, legale e si manifesta – attraverso il discorso – in saggi, poesie, slogan, storie orali, media e linguaggio quotidiano che affermano identità, memoria e resistenza. Vive nelle testimonianze presentate alla CPI, nei prigionieri nuovamente arrestati i cui nomi ricompaiono sui muri e nei cori, e nel rifiuto delle famiglie di evacuare le case destinate alla demolizione. È l’insistenza sul fatto che la sopravvivenza non è resa, e che la ricostruzione senza riconoscimento è un’altra forma di cancellazione .

L’accettazione del cessate il fuoco da parte di Hamas e delle fazioni alleate è un accordo per sospendere il fuoco, scambiare prigionieri e consentire l’accesso umanitario sotto la pressione internazionale. Non è un accordo per consegnare le armi, sciogliere la resistenza o abbandonare la richiesta di sovranità e ritorno. Tali questioni sono state esplicitamente rinviate, e l’insistenza insoddisfatta di Israele sul disarmo sottolinea che ciò che è stato accettato era tattico, mentre ciò che è stato rifiutato era esistenziale.

Il piano Trump, come Oslo prima di esso, prevede una frammentazione controllata: comitati di transizione, aiuti condizionati e ambiguità strategica. Ma la risposta palestinese – attraverso generazioni e aree geografiche – ha chiarito che il contenimento non sarà scambiato per risoluzione. Il cessate il fuoco può mettere in pausa i missili, ma non può mettere in pausa la memoria, né la richiesta di ritorno, dignità e responsabilità.

Applausi e standing ovation alla Knesset, il parlamento monocamerale d’Israele, per Trump, che si prende il merito del cessate il fuoco a Gaza. La guerra è finita, lo ha affermato trionfalmente Donald Trump, intervenendo oggi alla Knesset, il parlamento di Israele, dove ha salutato la fine di un “doloroso incubo” dopo due anni di conflitto. “Dal 7 ottobre fino a questa settimana, Israele è stata una nazione in guerra, che ha dovuto sopportare pesi che solo un popolo orgoglioso e fedele avrebbe potuto sopportare” ha detto Trump in un lungo discorso interrotto a più riprese da applausi scroscianti e standing ovation: “Questa non è solo la fine di una guerra. Questa è la fine dell’era del terrore e della morte e l’inizio di una grande concordia e di un’armonia duratura per Israele e per tutte le nazioni di quella che presto diventerà una regione davvero magnifica. Ma se, come dice, “la guerra è finita”, la pace è ancora tutta da costruire.

Pur con numerose incognite, Trump ha ricevuto il plauso internazionale riservatogli per il suo impegno nel porre fine al conflitto. È riuscito, seppur tardivamente, a fare ciò che Joe Biden non era stato capace di fare: esercitare pressione sui due contendenti affinché sospendessero le ostilità. Anche Qatar, Egitto e Turchia hanno giocato un ruolo determinante nel convincere Hamas ad accettare.

Ma la parte più difficile arriva adesso: lo scorso marzo, Israele ha violato l’ultima tregua che aveva garantito la liberazione di alcuni ostaggi, poiché Netanyahu e i suoi alleati di estrema destra si erano rifiutati di impegnarsi in alcuna iniziativa per porre fine alla guerra o ritirare le truppe dalla Striscia.

Le cose oggi non sono troppo diverse: a differenza della prima fase, che ha riportato a casa gli ostaggi, la seconda non offre a Israele alcun vantaggio tangibile. Inoltre la situazione sul terreno è in un limbo: di fatto, Israele non si è ritirato dalla Striscia e Hamas non ha disarmato. Il rischio è che i punti lasciati in sospeso dalla prima fase dell’accordo riaffiorino all’inizio della seconda, facendola deragliare. Una volta dissipata l’emozione per il ricongiungimento con ostaggi e prigionieri, Trump dovrà continuare ad esercitare il proprio peso se davvero vuol trasformare l’accordo di cessate il fuoco nel più importante risultato in politica estera del suo tumultuoso secondo mandato. Oggi il presidente ha ripetuto più volte che col suo aiuto “la guerra è finita”. Resta da capire se vorrà farsi carico di garantire la pace. Uno show di sicuro successo per Trump. Cosa avverrà dopo?

Un punto sul quale si concentreranno gli sforzi diplomatici e militari sarà l’Iran. Nelle parole di Trump, ma anche di Netanyahu, è l’Iran l’ultima pedina del Medio Oriente da “convertire” agli accordi di Abramo. Traducendo: se l’Iran non cambia traiettoria sarà necessario che cambi il regime iraniano. Dopo l’attacco di Israele al Qatar per un intervento di precisione teso a eliminare i negoziatori di Hamas, il 9 settembre scorso, gli Stati Uniti hanno firmato un nuovo accordo militare e di sicurezza che prevede che ogni attacco al Qatar è un attacco agli USA, che nel Paese hanno la più grande base militare

del Medio Oriente. Un simile accordo è in vigore con l’Arabia Saudita dal 1945. L’Iran è avvertito. A questo punto si negozierà con l’Iran e se necessario si userà la forza, come dice Trump.

Ma è proprio su questo punto che entrano in gioco le altre due grandi potenze che sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Russia e Cina. Sembra che né Russia né Cina vogliono morire per l’Iran, ma è anche certo che le due grandi potenze vogliono garantire i propri interessi nel nuovo Medio Oriente disegnato da Trump. Il ministro degli esteri russo, Lavrov, ha già chiarito che il Peace Summit 2025 necessita un passaggio al Consiglio di Sicurezza che è l’unico Organo di sicurezza globale che può decidere su cosa succederà, e sulle modalità, successive a questa prima fase.

Questo momento, immancabilmente, porta con sé il peso del rifiuto accumulato. Allo stato attuale, non è la fine della guerra, né l’inizio della pace, che tutti ci auguriamo. È la soglia in cui l’impunità viene nominata, la resistenza viene riformulata e l’architettura del silenzio inizia a incrinarsi. Ciò che verrà dopo non sarà deciso solo nelle camere diplomatiche, ma negli spazi in cui convergono testimonianza, diritto, memoria e dove il rifiuto potrebbe diventare la grammatica della giustizia. Staremo a vedere.

Isernia, 14 ottobre 2025

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