La solita frottola della pace

Non sarà di certo facile mettere un punto per chiudere la questione mediorientale. Nessuno, per prudenza e realismo, pensa che possa essere definitiva la pace tra due popoli separati da una “questione” che, più che locale e politica, è legata a principi di incompatibilità ancestrale, di fanatismo etico e di incompatibilità culturale.

Non si osa, pertanto, affermare che nel 2025 stia per finire per sempre la contesa tra israeliani e palestinesi ovvero, in modo più largo, quello tra il mondo ebraico e quello arabo. Sarebbe più realistico pensare che si sia solo chiuso un altro capitolo della storia di quell’area della Terra in cui si sono radicate le origini di sentimenti etici molto diffusi in varie aree e che le stesse racchiudono.

La Terra non ha pace ed i conflitti tra popoli, per le strategie politiche, per gli interessi, per le ambizioni e per il fondamentalismo religioso, saranno sempre all’attenzione della Storia. Il conflitto ideologico e quello religioso sono come bombe già innescate che possono brillare da un momento all’altro.

Mai, dopo l’ultimo conflitto mondiale, le aree di crisi sono state così articolate e complesse. La nuova “guerra” in Medio Oriente, inoltre, è arrivata in un momento già difficile della storia, in contemporanea con il conflitto russo/ucraino e con i suoi conseguenziali molteplici risvolti economici nei Paesi dell’UE.

L’inquietudine è avvertita e reale, anche se, in particolare in Italia, ove si è portata avanti col taglio della faziosità politica, è stata vissuta con incosciente superficialità. Agli schieramenti politici di opposizione è anche apparsa come buona occasione per avviare un nuovo percorso di violenze (verbali e fisiche) e di strumentalizzazioni politiche, ribaltando responsabilità e realtà, alimentando sentimenti ideologici, rinverdendo il latente antisemitismo, avvertendo persino le opportunità per cercare di imprimere inutili spallate alla ritrovata stabilità politica.

La questione, però, ha una natura seria, molto più delle violenze dei ragazzotti repressi e fomentati dai cattivi maestri e da coloro che, senza “il male”, non saprebbero proprio come essere, come apparire e come sopravvivere. Prova ne sia che queste scintille di guerra, per il ritorno dei timori per la sicurezza, hanno scosso il mondo e l’Europa ed hanno fatto ripartire le sirene del riarmo.

Al momento sembra a portata di mano, con la tregua ed il “Piano di Trump”, lo spegnimento delle fiamme di almeno uno degli incendi che hanno tenuto col fiato in sospeso tutta l’umanità. Se la parte più brutale del dramma palestinese appare in via di cessazione, bisognerà, però, impegnarsi perché non si lascino spazi attraverso i quali, in futuro, possano infilarsi altri episodi ed altre motivazioni di conflitto. La Storia, infatti, è come un libro mai chiuso a cui s’aggiungono sempre altri capitoli ed altre narrazioni.

Per la fine del conflitto armato (dire pace appare azzardato) che abbia continuità, non ci sarebbe da inventarsi niente di nuovo. Basterebbe che le parti si riconoscessero a vicenda, come due Stati e due popoli nei propri confini.

Il reciproco riconoscimento stabilirebbe:

– il principio che Israele abbia diritto a vivere in pace nei suoi confini (che non sarebbe altro che la riformulazione della Risoluzione n.181 del 29 novembre 1947, ovvero il Piano di ripartizione territoriale delle Nazioni Unite);

– il riconoscimento che la Palestina debba avere un suo Territorio in cui la convivenza civile prevalga sul fanatismo e sull’orrore.

Si raggiungerà mai tale obiettivo? Servirà un programma di gestione e l’impegno concreto delle parti a favorirlo. Affiorano in questa intricata vicenda molti nodi da sciogliere, mentre le speculazioni cercano di trovare spazio per realizzarsi.

A poche ore dal cessate il fuoco tra Israele e Hamas, si apre il capitolo più difficile: la ricostruzione di Gaza. Due anni di guerra hanno devastato case, infrastrutture e servizi essenziali, rendendo l’area quasi inabitabile. Le stime disponibili – ancora provvisorie e da verificare sul campo – delineano un impegno economico, logistico e politico senza precedenti, con tempi lunghissimi e forti condizionalità politiche.

E così, mentre il mondo applaude alla deposizione delle armi, si sta scrivendo in silenzio la più cinica delle commedie: la trasformazione di un cimitero a cielo aperto in un paradiso speculativo. Il “Great”, acronimo che suona come una beffa, non è un piano di ricostruzione. È una riconfigurazione geopolitica mascherata da operazione umanitaria.

Gaza non sta morendo: si avvia lentamente a diventare il più redditizio terreno di acquisizione immobiliare del Mediterraneo. Con un valore potenziale di centinaia di miliardi, ogni maceria ha un prezzo, ogni ferita un potenziale profitto.

L’intuizione geniale del capitale internazionale? Trasformare la distruzione in un’opportunità di tabula rasa: cancellare non solo le case, ma la memoria stessa di un popolo, sostituendola con resort e infrastrutture altamente tecnologiche.

Ciò che si intende realizzare a Gaza è la versione 2025 del colonialismo: non più eserciti in uniforme, ma manager in giacca e cravatta che decidono il destino di un popolo.

Tony Blair e Donald Trump, l’improbabile coppia che incarna la convergenza tra neoconservatorismo e capitalismo predatorio, non supervisionano la ricostruzione, ma la più grande asta immobiliare della storia recente. E il lotto principale è la costa di Gaza, l’unico lembo di Mediterraneo non ancora completamente sfruttato.

Ecco ciò che nessuno ha il coraggio di dire: questa ricostruzione non mira a restituire Gaza ai palestinesi, ma a trasformarla in una dependency economica permanente. I futuri grattacieli sorgeranno sulle stesse macerie che oggi nascondono corpi martoriati, ma i punti di controllo resteranno. Il controllo israeliano non si allenterà: si sofisticherà. Dalle armi si passerà agli algoritmi, dai tank ai fondi di investimento.

La verità più sconvolgente è che questa ricostruzione potrebbe rendere Gaza più controllabile che mai. Case intelligenti, infrastrutture digitali, un’economia dipendente dagli investitori internazionali: è la perfetta gabbia ad alta tecnologia. I palestinesi rischiano di passare dalla prigione a cielo aperto al condominio di lusso sorvegliato: sempre prigionieri, ma con l’aria condizionata.

Mentre il mondo si commuove per gli aiuti umanitari, i veri architetti del futuro di Gaza stanno alacremente disegnando non case, ma un sistema di controllo permanente. La domanda non è “chi ricostruirà Gaza?”, ma “chi la possiederà?”. E la risposta potrebbe essere che, per la prima volta, i palestinesi avranno un tetto sulla testa, ma non avranno più una terra sotto i piedi.

Questo non è un piano di ricostruzione: è la più raffinata forma di colonialismo del XXI secolo, dove si costruisce non per liberare, ma per legare ancora più stretti. Gaza sta per diventare il primo territorio al mondo dove la libertà si vende a condominio.

La pace non è la fine della guerra, ma la sua continuazione con altri mezzi: ora il campo di battaglia si è spostato sui contratti di ricostruzione e le mappe si ridisegnano non con le linee del fronte, ma con i confini degli appalti.

Si vedrà come andrà a finire.

Isernia, 10 ottobre 2025

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