La Flotilla

Quello che sta accadendo a Gaza è sotto gli occhi di tutti. Possiamo chiamarlo in mille modi, da genocidio a operazione speciale, ma la situazione non cambia.

Israele va avanti, nei suoi confusi disegni di supremazia mediorientale, e la gente muore.

Nessuno fa niente. L’usbergo nordamericano è tale che nessuno si muove. Questo è un fatto.

La reazione mondiale è di simpatia, sempre più sofferta, per il popolo palestinese e d’insofferenza per il comportamento israeliano ma, finché le cose resteranno così, è illusorio credere che possa influenzare in un qualche modo una situazione così drammatica.

Gli Stati occidentali sono impotenti, legati a vincoli di sudditanza nei confronti degli Stati Uniti e, nel caso dell’Europa, legati all’incapacità decisionale dell’Unione europea. La conclusione è che da questi Stati non ci si può aspettare nulla di concreto. I riconoscimenti di uno Stato della Palestina che non esiste sono meramente simbolici. Non danno né acqua né pane né medicine ad un popolo espulso dal proprio territorio. La Flottilla è un esempio di quando i popoli non concordano con i loro governi e vogliono far sentire la propria voce. Serve a qualcosa? Vediamo.

La Flotilla dovrebbe sbarcare nel territorio di Gaza. A Gaza non ci sono strutture portuali. Gli Americani hanno cercato di costruirne una, ma poi hanno abbandonato l’impresa. Dove attraccherà la Flotilla?

La Flotilla porta con sé viveri e altri beni di necessità per i bisogni palestinesi. Le dimensioni di questo aiuto d’emergenza sono molto limitate, data la stazza delle imbarcazioni: una goccia nel mare delle necessità di un popolo disperato, ma anche una piccolezza può servire. È soprattutto una questione di principio.

A chi daranno queste risorse perché vengano distribuite? Al vescovo Pizzaballa, ad Hamas, a un Comitato di profughi improvvisato lì per lì, oppure agli occupanti israeliani?

Per arrivare e sbarcare risorse la Flottilla deve superare le acque territoriali israeliane e il blocco imposto, con la considerazione che il governo di Israele vede la Flotilla come nemici. Se la Flotilla rompe il blocco, che succede? Sparano e li arrestano tutti?

A parte le lamentazioni che ne deriverebbero sulla stampa internazionale, peraltro inutili, la Flottilla non porta nulla con sé, se non l’espressione di un disagio internazionale collettivo. Sono degli irresponsabili, come dice la Meloni? Probabilmente sono degli ingenui sognatori, convinti della loro capacità di cambiare il mondo.

La loro operazione comporta dei rischi? Certamente. Già gli attacchi con i droni, anche se non portatori di ordigni bellici, durante la navigazione hanno fatto capire quale potrebbe essere la reazione israeliana se entrassero nelle loro acque territoriali. I rischi sono molto alti, compresa la probabile detenzione nelle carceri israeliane, sempre che non ci siano morti e feriti. In questo ha ragione la Meloni.

Dove la Meloni non ha affatto ragione è quando ritiene che tutta l’operazione della Flottilla sia una manovra politica contro il suo governo. Mi sembra difficile pensare che i componenti non italiani della Flotilla siano d’accordo nel volere la caduta del governo Meloni. È un eccesso di presunzione. L’intento, forse, è nella mente dei soli Italiani che viaggiano con loro.

Ma la vicenda della Flotilla pone più di una questione giuridicamente impegnativa e di assoluta rilevanza: espressione della crisi delle nostre democrazie e della sovranità popolare che ne è ovunque il fondamento. Però non se ne parla: in generale e nemmeno in questo caso. Non so se per evitare contraddizioni non facilmente superabili o per difetto di conoscenza.

Vi è stato un tempo nel quale l’azione del cittadino o del gruppo di cittadini era impegnativo per tutta la comunità: nella Roma più antica anche il singolo civis che violasse un trattato internazionale avrebbe coinvolto, con il suo agere, tutto il popolo che, insieme a lui, ne sarebbe stato responsabile.

Ma quel tempo è oggi lontanissimo. Il singolo non agisce più in rappresentanza della comunità che, invece, è rappresentata dallo stato-persona e, per esso, dai suoi organi costituzionali deputati a formare e a manifestare la volontà popolare che, a sua volta, si esprime attraverso libere elezioni. Si chiama, se non sbaglio, democrazia. Secondo la Costituzione italiana la politica estera spetta allo Stato (art. 117, co.2, lett. a), che la esercita tramite il Governo e il Parlamento.

E quindi che dire dell’azione della Flotilla? Come potrebbe valutarsi dal punto di vista giuridico il suo ingresso nelle acque territoriali di un Paese straniero che non lo consentisse? Lo Stato italiano, se la Flotilla venisse attaccata, dovrebbe intervenire con la Marina militare? Si direbbe di no, proprio di no, ad evitare guai peggiori. Non è più il tempo del cittadino che impegna, con la sua azione, tutta la comunità. Non è più quel tempo. Per quanto altamente meritoria, giusta, umanitaria sia l’azione di un cittadino italiano che violasse un trattato internazionale, la responsabilità sarebbe solo sua: la Repubblica non ne sarebbe coinvolta.

E allora perché intellettuali, partiti, movimenti, attivisti e anche giuristi credono che la Flotilla abbia dalla sua il diritto? Il diritto, dico; non la giustizia perché potremmo facilmente convenire che la “mission” sia giusta. Penso che la confusione in cui sta navigando la Flotilla dipenda dalla confusione che oggi regna quando deve entrare in gioco, almeno in certi campi, il dispositivo giuridico. Questo dispositivo ha, ai giorni nostri, una composizione ricca, forse troppo ricca in quanto gli elementi che lo compongono sono talora eterogenei, si muovono in direzioni diverse, talora radicalmente opposte: la conseguenza è che, nell’artificiale e astratto universo giuridico, nascono conflitti spesso insanabili. E da questi conflitti sorgono convinzioni radicate che dividono e scuotono le democrazie.

La Flotilla, e suoi naviganti, hanno le loro ragioni: si chiamano diritti. Diritto alla libera manifestazione del pensiero, alla libertà personale, alla vita e all’integrità personale, alla libera circolazione, allo sviluppo economico e sociale, alla pace, ecc. Si tratta di diritti solennemente riconosciuti dagli ordinamenti interni come internazionali. Diritti universali: da affermare e difendere in ogni dove.

Ecco allora che si può creare e si crea un cortocircuito nell’universo giuridico. Ecco allora che gli uni si schierano dalla parte del diritto generale, proprio di tutta una comunità statale, che esprime la sovranità popolare incarnata da Governo e Parlamento (da noi, almeno) democraticamente investiti; mentre gli altri si appellano ai diritti che vorrebbero avere partita vinta contro il diritto.

C’è qualcosa che non funziona in tutto questo. Dietro c’è l’individuo che vorrebbe rendersi giudice, esso solo o il suo gruppo, del tutto che, però, resiste o cerca di resistere. Qui sta il cuore della crisi della democrazia.

Tanto, in punto di diritto; ma torniamo ai fatti.

Spagna e Italia stanno inviando alcune navi da guerra per proteggere la spedizione durante la navigazione nelle acque internazionali. Occorre avere quella prudenza che sembra mancare alla Flottilla. Infilarsi non graditi in una zona di guerra è perlomeno rischioso.

In conclusione, o tutto finisce a tarallucci e vino, con la consegna dei viveri e delle medicine a qualcuno che può farlo, e Israele tace ed acconsente, tanto i naviganti non fanno nulla di pericoloso o di determinante, oppure … lasciamo perdere. Potrebbe essere uno scenario terrificante.

Alla fine, a cosa sarà servita tutta questa sceneggiata?

Le ripercussioni saranno politiche, all’interno dei singoli Paesi interessati.

Riconosceremo, forse, lo Stato della Palestina e non riconosceremo l’espansione territoriale di Israele, così come non fu riconosciuta l’elezione di Gerusalemme a capitale dello Stato o la scelta d’impiantare colonie israeliane in Cisgiordania. In altri termini, non succederà nulla.

Israele continuerà a fare il brutto tempo e il buono, sotto la protezione di Trump, gli Stati arabi continueranno a non muoversi in nessun senso, tranne il poverissimo Yemen che ogni tanto manda un malinconico razzo su Israele, tanto per far capire che non è della congrega dei silenti osservatori arabi.

L’Europa è impotente ed inutile, neppure come ombrello per i suoi Stati membri, frustrati dall’unanimità.

Prendiamocela con la Meloni che ha il pregio di non accodarsi agli altri, anche se ha il difetto di accodarsi solo agli Stati Uniti. Ma ci sono alternative?

Isernia, 25 settembre 2025

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