Il vantaggio d’invecchiare

Carta e penna per me, in mancanza di un computer, sono necessari, anche se con l’uso del computer ormai non so più scrivere a mano. Se lo faccio, peggio, non riesco neppure a decifrare ciò che ho scritto.

Posso starne senza per un giorno o due, ma poi l’impulso di scrivere per registrare le mie impressioni, è troppo forte per resistergli. Devo, in un qualche modo seguire la traccia dei miei pensieri, fissarli perché non si perdano, per essere utilizzati in un secondo momento, magari a tutt’altri fini: qualche detto memorabile, qualche filastrocca, oppure, inventiamo un proverbio, uno dei tanti modi di dire.

La lingua è così ricca che si può piegare a qualunque esigenza, anche fuorviante.

Ad esempio: fuorviante. Che vuol dire? Il senso è bello, leggero, colto, ma che significa? Fuori da che? Da se stessi? È ingannevole.

Tu mi fuorvii. Da cosa? È lo stesso che dire che mi trascini da una strada nota ad una incerta. Ma perché, sarebbe certa la strada dove mi trovo e giusta, invece, dalla prospettiva di un’altra? La mia pigrizia? Il mio senso del certo? Oppure il timore, se sto parlando, di perdere il filo del discorso? Sono fuori via (rischio di esserlo). Ma è bellissimo!

Che senso avrebbe essere sempre sulla retta via, nella logica via, oppure nella meno logica via? Mi fa intendere, se ce l’ho, solo un obiettivo. E se non ce l’ho? Ma perché, poi, dovrei averne solo uno?

Ciò che mi fuorvia mi porta in un altro mondo dove tutto è fuor vietato, incredibile, possibile, manifesto se lo voglio, immemore dei miei trascorsi certi. Apre la strada verso orizzonti nuovi. Fuorviare mi eccita, mi disturba, tuttavia mi apre delle alternative. Forse risibili, forse inutili, ma altrettanto vere come il mio dire di poco fa.

A volte, sono così fuorviato che devo pensare se è giusto quel che dico, se è completo o se, invece, c’è una nicchia di pensiero o di ricordo che non ho ancora esplorato.

Perché dovremmo avere dei cartelli stradali nella nostra mente, con indicazioni certe, spesso talmente note che ci dirigiamo verso di esse in modo quasi automatico, in realtà recitando una specie di liturgia più volte ripetuta e nota, al punto da non farci più caso?

Se mi fuorvii, ridesti la mia attenzione sul caso, mi costringi ad essere presente, ad innovare il mio dire ma, soprattutto, mi fai pensare, uscendo dalla routine dell’ovvio.

Fuorviare non vuol dire interrompere, ma solo fare una deviazione da un discorso ben costruito.

Non scambierei mai ciò che ho avuto negli affetti, nelle delusioni, nelle esperienze, i miei figli, l’amore che ho dato e che ho ricevuto, con più muscoli o capelli folti oppure con uno stomaco meno esigente.

L’età mi ha maturato, sono diventato più gentile con gli estranei e meno critico con me stesso, più tollerante con i cretini (bisogna convivere con la maggioranza), ma fino a un certo punto.

Non mi interrogo più tanto come facevo una volta: mi sono guadagnato il diritto di sbagliare. Mi piace essere la persona che sono diventata da vecchio, perché sono diventato, finalmente, amico di me stesso.

Non mi sento in colpa per aver mangiato qualche delizia di troppo, o per non aver lasciato tutto perfettamente in ordine sulla mia scrivania uscendo da casa, o per aver comprato qualcosa di stupido di cui non ho alcuna necessità. L’unico cruccio che mi è rimasto è quello di perdere tempo. Ne ho poco davanti a me ed è sempre più prezioso.

Chi può criticarmi se leggo, o scrivo al computer, fino alle quattro del mattino e dormo poco? A chi può dispiacere se mi metto a letto per poche ore o preferisco non stare davanti alla TV ? Ho il diritto di fare quel che mi piace, di essere stravagante. Non devo rendere conto a nessuno.

A fatica, lo ammetto, provocato, ballerò quei meravigliosi successi degli anni ’60, ’70,’80 e ’90 e, se ho voglia di piangere per un amore perduto, lo farò. Non c’è nulla di cui vergognarsi.

Quando me la sento, cammino lungo la spiaggia con costumi troppo attillati per un fisico in declino, e mi tuffo tra le onde con abbandono, ma solo se sono tiepide, nonostante gli sguardi pietosi di altri più giovani e dinamici, con i tatuaggi addosso come i primitivi. Toccherà anche a loro d’invecchiare. In fondo, siamo tutti dei superstiti.

Spesso, ho dei lapsus di memoria, particolarmente per le password che incombono sulla mia vita, e, poi, certe cose della vita è meglio dimenticarle: le brutte figure, le entrate intempestive, le occasioni perdute. In fondo, sono poche le cose davvero importanti e quelle non le dimentico.

Quando s’invecchia, è più facile essere positivi e indipendenti. Mi importa poco o nulla di quello che pensano gli altri.

Ho visto molti amici e persone care lasciare questo mondo troppo presto, prima che si rendessero conto della grande libertà che portava loro il trascorrere del tempo. Alcuni non hanno mai riso e molti sono morti prima di diventare grigi. Hanno lasciato un grande vuoto attorno a me; anche per questo, mi sento fortunato di vivere ancora: un privilegio raro e una conquista, perché non tutti hanno la possibilità di vivere più a lungo.

Nel corso degli anni il mio cuore ha sofferto più volte: delusioni, abbandoni, lutti. Chi non ha mai sofferto è immacolato e sterile e non conoscerà mai il piacere sottile di essere imperfetto. Ho sofferto, ma poi è passata e, in cambio, ne ho tratto forza, comprensione e compassione.

Mi sento fortunato per aver vissuto abbastanza a lungo da avere bianchi ciò che mi resta dei capelli e per avere ancora il gusto della battuta e l’ironia necessaria per smitizzare i fantasmi.

Non vivrò per sempre, lo so, e mi dispiace, ma finché sarò qui non perderò tempo a lamentarmi di ciò che poteva essere e non è stato, e ancor meno a preoccuparmi di ciò che sarà, perché potrei anche non esserci più. E, allora, nulla avrà più importanza.

E quando ne avrò voglia, se sarà possibile, cercherò ancora di fare qualche follia, tanto per sentirmi vivo.

Isernia, 25 settembre 2025

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