Il declino dell’intelligenza

QI medio mondiale in diminuzione

Questo mio scritto, probabilmente, apparirà noioso e, per certi versi, farraginoso, ma rappresenta un sedimento di amarezze senili di un combattente sconfitto ma non domato, fermamente estraneo e soprattutto ostile ai tempi che gli sono capitati in sorte. Chi non ha la stessa sensibilità, rispetto allo sgomento ed alla tristezza che pervade l’animo di chi scrive, ovviamente, potrà interromperne la lettura quando vorrà.

Tra gli svariati interrogativi che da alcuni millenni tormentano l’uomo e che, a tutt’oggi, non hanno trovato risposte soddisfacenti, nonostante i grandi progressi compiuti, primeggia il quesito sulla natura e il funzionamento della mente umana. La sola certezza della modernità, sorta insieme alla rivoluzione scientifica, sembrava essere che il potenziale intellettuale umano, nel tempo, non potesse che evolvere incontrastato. Oggi, però, questa concezione viene messa in discussione dall’ubiquità della tecnologia e dall’ampio sviluppo delle “intelligenze artificiali”.

Se è vero che il progresso tecnologico rappresenta una risorsa fondamentale per lo sviluppo delle società umane e per la diffusione globale di benessere ed educazione, è altrettanto fondamentale averne una visione critica e attiva nei confronti degli effetti che esso genera. Il rapporto uomo-macchina poggia su un fragile equilibrio tra utilizzo etico e consapevole ed il rischio è che una fiducia assoluta nei confronti della tecnica possa sfociare in un progresso fine a se stesso, portando l’uomo a diventare strumento dell’oggetto stesso. Mediante l’abuso di sussidi tecnologici stiamo, a tutti gli effetti, accettando una riduzione della nostra potenza di pensiero, che in tal modo smette di essere esercitata. L’intelletto umano sembra sempre più proiettato verso un unico fine: lo studio e la progettazione di versioni informatiche e autonome di se stesso e questo – date le sue conseguenze – forse più che esaltarci dovrebbe metterci in allarme, o quantomeno farci riflettere più approfonditamente sul tema.

Nel leggendario “patto faustiano”, che ebbe per protagonisti il demone Mefistofele e l’inappagato mago Faust, descritto nell’opera monumentale del grande poeta tedesco Johann Wolfgang von Goethe, che vede oggi gli esseri umani (in realtà solo una piccola minoranza) vivere più sfarzosamente di quanto avrebbero sognato le regine e i re del passato, gli apparenti benefici ottenuti dall’accesso al progresso implicano un costo umano: questa volta, vendendo l’anima, stiamo anche cedendo la nostra intelligenza, e ciò, forse, è ancora più grave.

Pare incredibile dover affrontare un tale argomento all’inizio di questo terzo millennio, ma la situazione è tale che non si può continuare ad ignorarne la realtà.

Il mondo progredisce, la scienza compie ogni giorno enormi progressi, ma … l’intelligenza, di contro, continua a declinare.

Non certo l’intelligenza di quella punta emersa dell’iceberg che rappresenta la società colta, ma quella della massa immersa che sfugge all’osservazione e che rappresenta la parte preponderante della collettività.

La parola “intelligenza” deriva dal latino “intelligere”, a sua volta proveniente dall’unione di due particelle: inter e lègere. Letteralmente, è la capacità di saper leggere, o di distinguere la realtà attraverso i dati e le entità a disposizione nell’ambiente che ci circonda. L’enciclopedia Treccani così la definisce: “Complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, giudicare, e adattarsi all’ambiente”.

Ma, data la sua natura disomogenea e indefinita, si è reso necessario completarne la definizione discriminando la semplice capacità cognitiva dal pensiero soggettivo, il senso d’identità e di esistenza. Per alcuni, inoltre, c’era una componente conscia e consapevole che contraddistingueva l’intelletto umano dalla cognizione animale: gli antichi greci, ad esempio, definivano quest’ultimo elemento “nous”, ragione, o la capacità d’ascolto dell’essere verso se stesso e il rapporto tra la propria interiorità ed il mondo circostante. Nelle “Meditazioni metafisiche”, del 1641, Cartesio teorizzò un dualismo “moderno” tra corpo e anima scindendo la natura umana in res cogitans, l’anima pensante, e res extensa, la componente meccanica, soggetta alle leggi naturali. Il come questi due poli opposti e complementari potessero comunicare, rimarrà un quesito aperto per i secoli successivi.

Purtroppo l’intelligenza, come già detto, declina ogni giorno, sia quella individuale che quella collettiva. Quella inconscia che guida l’istinto di sopravvivenza e quella conscia che guida le facoltà di capire, apprendere, giudicare, e quindi di distinguere il Bene dal Male.

Se ne parla poco, ma a partire dai primi anni duemila, secondo gli studiosi del ramo, il quoziente intellettivo, con il passare degli anni, anziché aumentare nella popolazione, diminuisce. Siamo meno intelligenti di un tempo, quando non esisteva la televisione, quando non ancora sapevamo trapiantare un cuore, quando internet non ancora era entrato nelle nostre case e non esistevano gli smartphone, le App, le servizievoli Alexa, i robot, la miriade di sofisticati mezzi tecnologici e, per finire, l’intelligenza artificiale sempre più sofisticata e mille altre diavolerie del genere.

Tuttavia, stranamente, siamo meno lucidi, meno svegli, di quando non avevamo la moltitudine di strumenti per coltivare l’intelligenza, di quando non c’era la scuola accessibile a tutti, di quando mancava l’abbondanza e l’immediatezza delle informazioni, di quando non esisteva Internet e la raffinata tecnologia che oggi dovrebbe rendere la vita dell’uomo più facile. O quando non disponevamo del benessere che ora dovrebbe togliere l’assillo della fame, del freddo, del domani.

Quando tutto questo non esisteva, bisognava risolvere ogni cosa da soli: eravamo costretti a ragionare, a pensare con la nostra testa.

Oggi no. Oggi non lo facciamo quasi più, perché forse non ne siamo più tanto capaci, perché anche nelle piccole cose quotidiane la società fornisce soluzioni già predisposte, decisioni già prese, pensieri già elaborati e confezionati pronti all’uso, come cibo già cotto: “Stiamo pensando noi per te. Così tu non devi preoccuparti di farlo, semmai puoi divertirti” sembra essere il credo dei moderni imbonitori, dei persuasori occulti. Più o meno di ciò che fanno i computer, con i moderni sistemi di scrittura, quando correggono automaticamente gli errori e forniscono addirittura suggerimenti, esentandoti così dal dover conoscere l’ortografia e la “consecutio temporum”, nonché sgravandoti da ogni responsabilità e portandoti all’ottusità. La comparsa di queste e ben altre più elaborate nuove tecnologie digitali, specialmente nel caso dei più giovani, rappresentano un potentissimo e pervasivo elemento di degradazione delle facoltà cognitive, emotive e relazionali. Sono molte, oggi, le persone afflitte dal cosiddetto analfabetismo funzionale (sanno leggere, ma non ne capiscono il senso e né sono in grado di rielaborarlo e spiegarlo).

E qual’è la conseguenza di questo cosiddetto “progresso”? Che la gente non pensa più. O, meglio, pensa senza riflettere con la propria testa. Neanche per fare una semplice operazione di somma, o una sottrazione, una moltiplicazione o una divisione. Che del resto non sa più fare, come buona parte degli studenti di oggi. Contrariamente ai tempi di quando quelli della mia generazione erano bambini: tutti sapevano fare le operazioni aritmetiche. Tutti conoscevano la tavola pitagorica. Perfino gli analfabeti. Nelle botteghe degli alimentari c’era una bilancia che dava il peso, ma non il prezzo, così il bottegaio doveva calcolare con la propria testa il prezzo del formaggio o del pesce o del pollo e così via. E lo calcolava in un attimo ed esatto. Se non eri bravo con l’aritmetica, non potevi gestire nemmeno un’attività da ortolano. Oggi chiunque può farlo, perfino l’incolto. Perché al posto della vecchia stadera ha una bilancia elettronica che “pensa” per lui e che insieme al peso ed al tipo di merce preimpostata gli calcola il prezzo. Negli altri mestieri ed attività, più o meno, è lo stesso.

E ciò sarebbe, in definitiva, una grande conquista se il tempo che risparmiamo in tal modo lo impiegassimo per pensare, per ragionare, su ciò che si vede, che si ascolta, che si legge, per “sfruttare” il cervello nel campo delle idee, della coscienza, della morale. Questo, per rendersi conto che qualcosa che avviene intorno a noi possa nascondere un inganno o un’impostura. Invece no. Non lo si fa perché…perché il cervello è come un muscolo, e come tale ha bisogno d’esser tenuto in esercizio. Diversamente, impigrisce, si intorpidisce e si atrofizza. Atrofizzandosi, diventa meno intelligente, anzi diventa stupido. Diventando stupido perde la facoltà di ragionare, di giudicare, e si consegna al pensiero altrui. Si affida, così, alle soluzioni già pronte, alle decisioni già prese da altri, ai pensieri già elaborati, confezionati e pronti all’uso, alle ricette che gli somministra la società, ed in larga misura all’indottrinamento dei media. E niente è più indifeso, quindi più malleabile e manipolabile, di un cervello atrofizzato, stupido, che non riflette o pensa con gli altrui cervelli. In quel tipo di cervello puoi ficcarci dentro di tutto, non essendo più capace di pensare autonomamente accetterà ogni stoltezza, ogni bugia, ogni informazione bislacca senza poter reagire. La immagazzinerà e la trasferirà ad altri all’occorrenza, col medesimo automatismo con cui si gira la manopola del gas o di come il commerciante cerca il prezzo del pollo e pigia il dito sulla bilancia elettronica.

Oggi siamo in piena e rapidissima rivoluzione multimediale. Siamo giunti alla fase digitale. Un sistema dai molti tentacoli, che è però caratterizzato da un comune denominatore: il “tele-vedere” e, per esso, un nostro “video-vivere”. Il video sta trasformando l’homo sapiens, prodotto dalla cultura scritta, in homo videns, nel quale la parola è spodestata dall’immagine. Tutto diventa visualizzato, ma in tal caso cosa succede al non visualizzato? Paura di pensare, anzitutto, e di approdare, pensando in proprio, a conclusioni che non corrispondono a quelle delle formule imposte attraverso il lavaggio cerebrale. Inoltre, paura di parlare e di esprimere autonomamente un giudizio diverso da quello accettato dai più. Paura, quindi, di non essere abbastanza allineati, ubbidienti, servili, e perciò timorosi di essere emarginati, condannati alla morte civile.

Paura d’essere liberi, perché gli uomini amano la libertà assai meno dell’uguaglianza, e la preferiscono assai meno perché, sfociando nel collettivismo, l’uguaglianza toglie agli individui il peso delle responsabilità. Perché non impone i sacrifici che invece pretende la libertà, non richiede il coraggio che la libertà esige, non ha bisogno della libertà. Si può essere uguali anche nella schiavitù. Forse col termine Uguaglianza s’intende l’uguaglianza giuridica, non quella mentale e morale: l’uguaglianza di valore, di intelligenza, di onestà.

Il declino dell’intelligenza è il tramonto della Ragione. E tutto ciò che oggi sta accadendo nel mondo, in Europa, in Ucraina (e non solo), ma soprattutto in Italia (e questo in particolare dovrebbe interessarci), è frutto del declino della Ragione. Prima d’essere eticamente sbagliato è intellettualmente sbagliato. Contro Ragione. Illudersi che esista una potenza buona (quella di Biden) ed una cattiva (quella di Putin), e non capire che esiste una situazione drammatica generata dalle grandi speculazioni finanziarie, dalle guerre in corso, dalle ambizioni spropositate delle fameliche lobby supportate da politici corrotti, e che l’Europa è diventata un pantano melmoso e che di questo passo finiamo con l’affogarci dentro, è contro Ragione. Non difendere i propri interessi, il proprio territorio, la propria casa, la propria famiglia, la propria dignità, la propria essenza, è contro Ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono quotidianamente somministrate come l’arsenico nella minestra è contro Ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro Ragione. Fra poco, nonostante gli illuminati nostri superministri, in un’Italia allo sbando, corrotta, con un debito pubblico che fa paura, priva di autonomia energetica, coinvolta indirettamente in una guerra per procura che non ha senso, senza contare la crisi economica e tutto il resto, rischiare di soffrire di sete, di fame, di freddo e di solitudine in un Paese sul quale anche il Sole potrebbe non sorgere più, perché anche quello, di questo passo, rischia di essere vittima della speculazione finanziaria, privatizzato e portato via, è contro Ragione.

E pensare che l’uomo, fra le creature più deboli fisicamente e povere di istinti di tutto il pianeta, ha necessariamente bisogno della propria intelligenza, perché è principalmente con essa che riesce a sopperire ai limiti fisici, a difendersi dalle insidie del mondo esterno, a superare le avversità, a sopravvivere.

Occorre, pertanto, un esame di coscienza. Quello che nessuno osa fare. Ed ecco, allora, l’importanza fondamentale di studiare sempre, di leggere, di pensare, di ragionare con la propria testa: occorre ritornare alle nostre vere origini, all’homo sapiens, all’Uomo prodotto dalla cultura scritta, fondata sulle parole scritte, capace di un ragionamento libero, di un lavoro intellettuale in piena autonomia.

5 settembre 2022

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