La quarantena della politica ed un Presidente laico

I nomi più quotati come nuovo Presidente della Repubblica

Il coronavirus (Covid-19), con le sue imprevedibili varianti, ha messo in quarantena milioni di persone, non solo in Italia, ma in tutto il mondo. La variante Omicron si espande rapidamente, acuendo i problemi economici, psicologici e sociali del Paese. Siamo tutti ostaggi di un morbo inafferrabile, sebbene ci siano diverse opinioni al riguardo e molte persone la pensino diversamente.

In Italia, dove tutto si riduce ai minimi termini, la vittima più importante della pandemia, a ben vedere, è la politica.

Dopo l’avvento di Draghi i partiti politici si sono ridotti a delle ombre. I loro leader sono schiacciati dalla distanza siderale che li separa dall’attuale Presidente del Consiglio. Da un certo punto di vista è un bene: di fatto sono costretti ad assentire, ma dall’altro è male, perché sono evidenti la limitatezza delle loro idee, il loro spiccato provincialismo, l’inutilità del bilancino del farmacista e della lancetta del cerusico per spiegare le loro contorsioni mentali.

Il tema dominante è quello della pandemia. Non potrebbe essere altrimenti, ma si balbetta sulle misure necessarie, senza grandi voli d’aquila. Draghi fa ciò che sembra necessario. Cos’altro dire? L’unica proposta “politica” che viene fuori è quella di ghettizzare i no-vax. Se fosse utile, si potrebbe anche condividere, ma è utile? Le idee continuano ad essere confuse, esposte di volta in volta con espressioni contraddittorie. I buonisti, perché ce ne sono anche in questo campo, sono smentiti dalla realtà: l’epidemia avanza, il contagio si diffonde, i morti aumentano.

Il tema successivo è quello delle imminenti elezioni per la nomina del nuovo Presidente della Repubblica. Nessuno sembra interessarsi della sorte del Paese, ma ognuno del tornaconto che gliene può venire. Anche Draghi.

Mattarella, è scontato, non ne vuol più sapere. Avrà le sue ragioni, sarà stanco, ma dei destini della patria, pur avendo fino ad ora operato in maniera che potremmo definire pressappoco sufficiente, non gliene importa nulla. Avrebbe dovuto a suo tempo sciogliere il Parlamento, dopo l’approvazione della legge che riduceva di un terzo la rappresentanza nazionale, ma non l’ha fatto. Non s’è capito il motivo. Forse perché, in quel momento, avrebbe potuto vincere lo schieramento della Destra. Ma questa è una ragione politica, non costituzionale e neppure di buon senso.

La conseguenza di questa decisione è un paradosso: un Parlamento imbelle e lacerato da divisioni e preoccupazioni elettorali, che non corrisponde più all’opinione di coloro che l’hanno eletto, si accinge a nominare un nuovo Presidente che durerà altri sette anni e governerà, in senso lato, su un Parlamento completamente diverso. Questa è una stortura non accettabile.

Coloro che sostengono questa tesi sono gli stessi che intendono restare in campo fino al termine della legislatura. Affari di bottega, non politici, lo sappiamo tutti. Non certo nell’interesse del buon governo e del Paese.

Draghi ha larvatamente fatto capire che è al servizio del Paese e che è un nonno. Non sono novità straordinarie. Che vuol dire? Come nonno non ha più ambizioni politiche o finanziarie? È al servizio del Paese? Draghi non viene dalla Suburra e la sua brillante carriera luminosa si è svolta sempre al servizio del Paese ora e della Banca Europea prima. Che significa questa dichiarazione sibillina? I commentatori politici si affannano a sostenere che avrebbe fatto capire che diventare Presidente della Repubblica non gli dispiacerebbe. Perbacco, non dispiacerebbe neppure a chi scrive.

Fatto sta che il Draghi che diventa “il Presidente” non può più governare come fa attualmente, “nell’interesse del Paese”. Chi potrebbe andare al suo posto? Un suo uomo? Impossibile perché, in quel momento, i partiti drizzerebbero la testa e vorrebbero proporre (ahimè!) i loro candidati. Altro che PNRR, con l’incapacità congenita di fare e la voracità che i partiti hanno dimostrato in questi anni!

Se Draghi, per ragioni misteriose, decidesse invece di restare a capo del governo, un nuovo Presidente e nuove elezioni lo sbalzerebbero di sella. Dovrebbe crearsi un partito tutto suo in fretta e furia per concorrere, con il suo gruppo, al nuovo Parlamento. Un nuovo Monti? Un nuovo Calenda? Ma chi glielo fa fare? Probabilmente, avrebbe ben altre sponde europee o internazionali dove approdare. Non sono certo le prospettive quelle che gli mancano.

L’interesse del Paese quanto pesa, su questa alternativa?

Se in Italia il sistema politico fosse di tipo presidenziale (v. Francia, Regno Unito o Stati Uniti), il gioco sarebbe semplice: Draghi, un Presidente della Repubblica che è anche Capo del governo. Ma non è così. Ecco perché la situazione è delicata e complessa. A ciò si aggiunga che Draghi auspicherebbe un’elezione parlamentare massicciamente maggioritaria. Chi gliela garantisce, Letta, Salvini o Renzi?

La terza questione è quella economica. Il turismo, asse fondamentale dell’economia del Paese, è a pezzi. Anche se l’economia tira, ed è un miracolo, rispetto al pre-pandemia siamo ancora sotto di cinque punti del PIL di allora. La nostra ripresa è in atto, d’accordo, ma non siamo tornati ai livelli di prima. Nessuno lo dice, ma è così. La nuova manovra apre e chiude i rubinetti del prelievo. È un gioco di bussolotti e di trasferimenti. Troppi bonus da concedere. Non sarebbe meglio ridurre il prelievo?

Dell’attuazione del PNRR non se ne parla. Forse, si attende la scelta finale di Draghi, ma intanto dove sono gli investimenti annunciati? In questo i Sindacati, reduci da una protesta quasi inutile, hanno ragione. Se non s’investe, non c’è lavoro. È un dossier ancora molto riservato, se non segreto. A chi toccherà l’onere di rilanciare davvero l’economia nazionale?

Tutti i nodi stanno arrivando al pettine, comprese le candidature, spesso improponibili, di vecchi tromboni alla presidenza della Repubblica.

Il prossimo mese di febbraio ci darà delle risposte sconcertanti, ma, alla fine dei conti, sarebbe auspicabile, secondo i più accreditati, un passaggio di Draghi al Quirinale, se l’uomo per caso non nutre altre ambizioni. Come Presidente del Consiglio rischia con le nuove elezioni di scomparire o di intrupparsi con i Letta, i Tajani, i Salvini e soci. Come Presidente della Repubblica sarebbe un limite invalicabile alle confuse sciocchezze dei politici nostrani.

Sul voto presidenziale – oggi ancora non prevedibile – dal mio canto, desidero esprimere l’auspicio che prevalga una personalità adeguata e pertanto esponente della cultura laica. Non solo perché l’ultimo Presidente realmente laico risale a quarantanni fa, Sandro Pertini. E nemmeno perché Sergio Mattarella, cattolico, non abbia svolto l’incarico in modo soddisfacente ed in coerenza con il disposto costituzionale (comunque, diversamente dai guai causati del predecessore, sempre cattolico, Oscar Luigi Scalfaro). Ma, per il semplice motivo, specie dopo sedici anni di Presidenti di cultura marxista e poi cattolica, che sarebbe ora di mostrare che in Italia esiste, e non è irrilevante, anche una cultura laica.

Prima di tutto perché nel ruolo presidenziale, pur se quasi soppressa dai mezzi di comunicazione (esclusivamente a caccia di inserzioni redazionali, più che di riportare fatti e valutazioni critico culturali), la cultura laica, caratterizzata da indipendenza da condizionamenti da parte di schemi di riferimento valoriale di tipo religioso, è oggi la sola adatta ad affrontare i nodi dell’Italia attuale. Contrariamente a quello che di sovente si crede, laicità non è sinonimo di ateismo. La laicità corrisponde a un rifiuto non della fede, ma della pretesa di una qualsiasi religione di essere il metro di misura universale della società e del mondo. La neutralità dello Stato e delle sue Istituzioni in materia di religione, la separazione tra la sfera pubblica della politica e quella privata della religione, sono i cardini fondamentali del laicismo, e sono una garanzia di pluralismo e tolleranza. Laico è, conseguentemente, tutto ciò che non ha legami o riferimenti con una particolare religione: una morale laica, ad esempio, è una morale che si basa su postulati e valori che non sono dettati da un credo religioso, quindi indipendente, libera.

La cultura laica, con il suo criterio di osservare con sguardo obiettivo il mondo e di usare la metodologia della diversità individuale nel confrontarsi sulle proposte riguardanti il convivere e sulle iniziative economiche, è oggi la più adatta ad affrontare i nodi dell’Italia attuale.

Da decenni, in Italia, persiste il rifiuto del ricorso alla partecipazione attiva di tutti i singoli cittadini, preferendo far dirigere il Paese dai criteri teorici del “dover essere” ( v. Hans Kelsen) e del bene comune, correlati a pratiche di governo basate sul privilegiare burocratico degli amici, delle lobby, non solo, ma anche sull’illusoria pervicace ricerca di un personaggio, peraltro non eletto dal popolo, supportato da un gruppo ristretto di tecnici, di un genere specifico, che risolva problemi complessi e mutevoli. Invece, il nostro Paese deve ricuperare il ritmo della crescita nei progetti e nelle attività quotidiane del cittadino. Ed in più, deve farsi dirigere non da una guida al vertice (neppure prevista dalla Costituzione), bensì dal confronto e dalle scelte nel Parlamento, l’unico Organo costituzionale legislativo che rappresenta gli indirizzi dei cittadini verificandoli sui risultati. Del resto, l’inadeguatezza dei metodi fin qui seguiti, si riscontra ampiamente nel fallimento pluridecennale delle pretese bipolari, corrispondenti alla logica dei grandi gruppi politici che impongono vasti programmi, mai realizzati, e non piuttosto a quella viva del convergere di volta in volta su pochi interventi da attuare concretamente. Finora, è sotto gli occhi di tutti, abbiamo assistito alla costante perdita di democrazia e di sovranità del popolo. Non parliamo poi delle libertà individuali, ridotte ai minimi termini dai provvedimenti stringenti anti-Covid, esacerbati fino all’inverosimile, senza, peraltro, aver conseguito un risultato positivo, nonostante le mascherine, i distanziamenti, le quarantene, i tamponi, i green pass, le plurivaccinazioni, e chi più ne ha ne metta.

Il nuovo assetto dell’Italia, Repubblica che tutti noi dovremmo amare, non deriverà affatto da vecchie parole d’ordine tipiche della cultura religiosa ed ideologica. Quale il concetto di unità, che la diversità dei cittadini nel mondo reale esclude possa essere un punto di partenza fecondo e che, tutt’al più, è il frutto di riforme efficaci sui garbugli esistenti.

Attualmente, la cultura cattolica italiana, con la sua pretesa infondata di essere sempre e comunque centrale, a mio modesto avviso, è inadatta a garantire dal Palazzo del Quirinale il dipanarsi di una svolta ampia tale che è estranea alla tradizione cattolica, mentre è caratteristica della cultura laica.

Auspico, pertanto, che il prossimo Presidente della Repubblica , uomo o donna che sia, debba essere una persona di talento, laico, indipendente, saldamente rispettoso e garante della Costituzione, che abbia a cuore soprattutto gli interessi dell’Italia e dei suoi cittadini.

Chiudiamo un anno sfortunato. Il mio augurio è che il nuovo che sta per iniziare possa riportare finalmente quel sistema di democrazia politica necessario al nostro Paese.

30 dicembre 2021

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