
E’ iniziato il periodo dei festeggiamenti – anche se le misure anti-Covid pongono severi limiti – per il Natale, divenuta ormai la festa del consumismo, dei regali, del mangiare fino allo sfinimento. Per i fedeli è solo un lontano ricordo la funzione religiosa di mezzanotte, vissuta in una calca di gente che ripeteva una ritualità, oggi snaturata della sua vera essenza e, quindi, provata senza emozione, senza il “frastuono interiore di un’acqua di sorgente che sgorga dalla terra”…
Molti, ormai, ignorano, che in questi particolari giorni del ciclo annuale, si ripetono i veri miracoli della natura, gli eventi cosmici che, nella Tradizione Primordiale, assumevano un alto valore spirituale e simbolico. Il termine Tradizione, infatti, deriva da “tradere”, cioè “trasportare” da genitore a figlio, i valori più profondi di una spiritualità legata all’origine. Da quando il tradere si è interrotto assistiamo alla scomposizione ed atomizzazione dell’Uomo dal Cosmo. Questo, ha permesso di controllare il “gregge”, rendendolo infelice e creandogli delle paure ingiustificate, per giunta privandolo dell’Amore divino dell’Universo.
Delle feste natalizie originarie, sono rimasti i simboli, l’Avvento, la nascita del Bambino, il vischio, l’agrifoglio, l’Albero di Natale, il Presepe, Babbo Natale, il Ceppo natalizio, la Befana, lo stare formalmente assieme, divertendosi e giocando anche d’azzardo… Tutte simbologie e consuetudini riprese dal mondo pagano ed adattate ad un nuovo modo d’intendere la religione, non più in forma naturale, ma estrapolata dal reale, costruita ad hoc, e quindi, ideologica.
Ritengo, perciò, importante capire, cosa rappresentasse nel passato, il Solstizio d’inverno. Non dimentichiamo, infatti, che, dal punto di vista astronomico, esso è il giorno più corto dell’anno. Attorno al 21/22 Dicembre, nel nostro emisfero (nell’altro emisfero, è estate), il Sole sorge e tramonta, nella sua posizione più meridionale, e la sua traiettoria apparente, in cielo, è conseguentemente la più corta e la più bassa rispetto all’orizzonte, ed al parallelo locale.
Il Sole, quindi, culmina a mezzogiorno alla sua altezza minima (a quell’ora, cioè, è allo Zenit del tropico del Capricorno) e manifesta la sua durata minima di luce (all’incirca, 8 ore e 50/55 minuti). A partire da quel momento, ricominciano ad allungarsi le giornate, poiché il Sole le illuminerà per tempi sempre più lunghi, fino al 21 Giugno, data del Solstizio d’Estate e giorno di massima luce del nostro Astro. Solstizio d’Inverno, etimologicamente, deriva da Solstitium, dal latino “Sol” (il Sole) e “status” (stare). Veniva festeggiato, già nella preistoria: “(…) presso le costruzioni megalitiche di Stonehenge, in Gran Bretagna; di Newgrange, Knowth e Dowth, in Irlanda; o attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan, Namforsen, Tanum o Tanumshede, Dasland e Ostfold, in Svezia, e della Val Camonica, in Italia), già in epoca preistorica e proto-storica. Esso, inoltre, ispirò il “frammento 66” dell’opera di Eraclito di Efeso (560/480 a.C.) e fu allegoricamente cantato da Omero (Odissea 133, 137) e da Virgilio (VI° libro dell’Eneide).
Quell’evento fu costantemente atteso e magnificato dall’insieme dei Popoli-Nazione europei: i Gallo-Celti lo denominavano “Alban Arthuan” (rinascita del dio Sole); i Germani, “Yulè” (la ruota dell’anno); gli Scandinavi, “Jul” (ruota solare); i Finnici, “July” (tempesta di neve); i Lapponi, “Juvla”; i Russi “Karatciun” (il giorno più corto). Ed esso fu ugualmente individuato o scelto da un certo numero di tradizioni religiose del mondo, per fare nascere o emanare i loro esseri divini o soprannaturali (Oro o Horus, in Egitto; Tammuz a Babilonia; Bacco o Dioniso, nonché Ercole, in Grecia; Adone o Adonis, in Siria; Mithra, in Iran; Freyr – il figlio supremo di Odino – in Scandinavia; Quetzacoatl e l’azteco Huitzilopochtli nel Messico pre-colombiano; Bacab nello Yucatan; Zaratustra in Azerbaigian; Buddha, in Oriente; Krishna, in India; ScingShin in Cina; Yéshuà/Jésus o Gesù Bambino, in Palestina; ecc.)”.
Nella Roma imperiale, la festa solstiziale, era inserita nell’ambito dei Saturnalia, celebrati dal 17 al 23 Dicembre, dove regnavano, per una settimana, giochi d’azzardo, danze sfrenate, cibo esagerato, mentre i ruoli sociali s’invertivano: gli schiavi potevano burlarsi del padrone e farsi perfino servire a tavola. Si scambiavano doni, specialmente candele di cera e pupattole di terracotta, dette “sigillaria“. Veniva eletto per burla, e deriso, il principe della festa: Saturnalicius princeps. Queste celebrazioni, poi, dopo il IV secolo, vennero trasferite al Capodanno e, successivamente, al Carnevale. L’allegro caos di quel periodo dell’anno, rappresentò il ricordo di un tempo mitico, quello dell’età dell’oro, durante il quale avrebbe regnato Saturno, il re italico per eccellenza, che venne poi identificato dai Greci come il dio Kronos, il dio dell’origine. Durante i Saturnalia, la statua di Saturno, che durante il resto dell’anno era legata con una fascia di lana, nel suo tempio, appena sotto il Campidoglio, veniva sciolta a simboleggiare il ritorno, sia pure breve, dell’età dell’oro: del tempo, cioè, degli Dei che avrebbero creato la terra.
Quelle ritualità, all’origine, avvenivano nell’ultimo mese romano (da novembre a dicembre), il cui calendario era di dieci mesi, mentre i due mesi successivi venivano considerati come “passaggio nelle acque”, “creazione-rinnovamento” del Cosmo, che riproduceva quello mitico. Con la riforma di Numa, furono aggiunti Gennaio e Febbraio. Pertanto, quel periodo di rinnovamento fu situato prima del Solstizio invernale, quando il sole “muore” e “rinasce”. Per quel motivo Saturno veniva slegato, proprio per rifondare il Cosmo. Possiamo comprendere come i Saturnalia, rappresentarono il ripetersi del mitico Khaos Cosmico, che dette origine all’Universo, al principio di tutte le cose.
Nell’ambito di quelle ritualità, il Solstizio d’Inverno è la chiusura di un ciclo cosmico e l’inizio di uno nuovo. Un momento di passaggio delicatissimo, nel tempo in cui la luce è angusta e genera un momento di massima drammaticità e sofferenza della Natura, il senso di sopraffazione, di soffocamento e di morte, preludio dell’evento inspiegabile, la nascita “della Sole” come erano soliti chiamarla i nostri antenati originari: il Natale, la festa del Mistero più complesso, della genesi primordiale, della Madre Terra Vergine, che assimilando gli elementi cosmici, crea l’energia, la Luce che è colei che dà la vita: ovvero l’acqua.
Non è un caso che il Solstizio d’Inverno è legato a quel silenzio profondo ancestrale che precede ogni grande avvenimento di Angerona, la dea già antica al tempo di Roma, legata alla sua origine. Lei era la dea del segreto, per ricordare ai patres iniziati che il nome sacro dell’antica Roma non doveva mai essere pronunciato; era raffigurata con una benda sulla bocca a simboleggiare il mistero, la dea silente di cui non si poteva parlare, si festeggiava e basta. Era Lei la protettrice di Amor/Roma e del Sator/Rotas. Lei è l’Angelo Nero a tre teste, santissima trinità con sei braccia… E’ la messaggera, lotta con la fiaccola a forma di lancia e viene sempre accompagnata dal cane. Lei appartiene a quel fenomeno di frontiera che si verifica in particolari condizioni psichiche. Quando cala il buio sul futuro, Lei è il futuro soccorrevole che viene a noi, inconscio che si materializza ed emerge dalle acque.
Il mito legato ai Mysteria Eleusini racconta la storia delle tre Madri: la Regina del Sole che si rivela abbagliante in tutto il suo corpo, Ekate o Angerona e la figlia Persefone o Kore. I Mysteria raccontano di una unità che si manifesta nella molteplicità, ovvero nella scomposizione (rappresentata dalla battitura del grano per cui da una spiga escono tanti semi, come anche dalla melagrana) in una molteplicità di chicchi. Pensiamo alla festa dei Lupercali romani, in cui si consuma il rito della battitura della donna collegato alla fertilità, festa che emula l’idea della scomposizione del Tutto. Nei Misteri Eleusini, Demetra diventa trina come negli affreschi di Catal Huyuk, importante centro di abitazione nel periodo neolitico sito nell’Anatolia. Quando va alla ricerca della figlia indossa l’abito nero e diventa Ekate, la messaggera della fiaccola solare, mediatrice tra la Regina del sùSole e la Terra. Secondo Esiodo, nella Teogonia, ella ha potere nel cielo gremito di stelle, una dea al di sopra di tutti gli dei (privilegio che sarà poi preso da Zeus), la più onorata tra tutti, colei che rende immortali. Sappiamo che durante i mysteria si gridava “Piovi”, guardando il cielo e “Porta frutto” guardando la terra, a rappresentare simbolicamente la pioggia d’oro (fatta di fulmini, meteoriti, comete) e la semenza sulla terra, Persefone nella mitologia greca, divenuta Proserpina presso i romani.
Nel Solstizio d’Estate si entra nella porta degli uomini, nel senso che il Sole da quel momento decresce fino al 21 Dicembre, giorno che apre la Porta degli dei con la rinascita della Luce solare. La dea del solstizio d’inverno è Ekate chiamata l’Anghelosa, la messaggera, colei che partorirà Aurora, portando il fuoco sulla Terra, la dea Angerona romana festeggiata il 21 Dicembre (festa degli Angeronalia). Dai Romani veniva definita una dea indigentes, era Ekate o Angerona, che nel corso dei millenni è stata oggetto di grandi passioni e interpretazioni, proprio perché dea per eccellenza che rappresenta il tutto che non si fa conoscere. E’ legata al Sole nero, al sotterraneo e al silenzio quale mezzo di raggiungimento della pace interiore che, come una bilancia, oscilla tra il buio e la luce. E’ dea celeste, ma anche la dea della fertilità della terra. I Romani attribuivano ad Angerona poteri di guarigione del popolo da ogni malattia e sofferenza, nel corpo come nell’anima, oltre ai problemi psicologici derivanti dal senso di soffocamento generato dal tempo in cui la luce viene meno e la Terra viene stretta dal Sole in un moto di tristezza e di angoscia. Nei giorni del Solstizio d’Inverno, di freddo nel corpo e di sofferenza nell’anima che “urla” per lo spettro della morte, è Lei la Madre del mistero vestita di nero, Ekate o Angerona, incinta e sempre vergine che svelerà il mistero: riuscirà a partorire per partenogenesi sua figlia Aurora o Persefone appena nata, la Luce.
Le caratteristiche di Ekate sono similari a Mithra trasformato in San Michele. Ekate la dea della giustizia, che permette il passaggio della rinascita nel Sole. Mithra deriva da metire, metro, la misura che indica appunto la giustizia. Mithra è legato al toro, il simbolo della più antica tradizione italica, è potente e può cambiare le sorti del cosmo. Nasce dalla roccia attraverso l’incontro-scontro del fuoco e la terra che ha dato origine all’acqua, elemento presente in tutto il cosmo anche nel Sole; ha la doga in mano e la fiaccola. Proprio perche Ekate è colei che protegge la genesi di Roma/Amor, non è un caso che Mithra è il riferimento e dà il senso del potere ai legionari romani , ai combattenti di Roma, ed è il garante dei giuramenti come la stessa Ekate, la vera Sibilla dei primordi del tempo. I raggi della corona sono sette come sette è il numero della perfezione iniziatica che avviene dal sesto al settimo grado: si realizza la liberazione dal culto degli astri che determina il destino degli uomini. Il numero di Ekate è il sei e attraverso di lei si arriva alla Luce emanazione di se stessa dal quale tutto nascerà .
Molto interessante il Mitreo di Sutri (in provincia di Viterbo) dove al sesto grado, poco prima della botola dove sarebbe sgorgato il sangue del toro, vi è affrescato sulla volta un grande San Michele, l’Angelo gigante; sul fondo ora non c’è solo un affresco successivo al periodo etrusco e romano, ma c’è chi pensa di avere trovato l’originale attaccato ad una casa dove c’è Mithra raffigurato con nel mantello non il cosmo, ma una gigantesca spiga di grano, il germoglio del quale rappresenta simbolicamente non solo la nascita dopo la morte, ma anche un cambiamento di coscienza (si pensi al fenomeno della precessione, con il cambiamento della direzione dell’asse di rotazione terrestre). E’ il momento della scomposizione dell’Uno al tre, del caos cosmico dal quale emanerà la polvere di stelle creatrice.
Nel rito vedico si celebrava ogni anno la nascita di Agni (il fuoco) al solstizio d’inverno (25 dicembre), vale a dire all’epoca che coincide col rinascimento annuale del Sole. Questa data era annunciata astronomicamente dall’apparizione di una stella nel firmamento. Quando riappariva la stella, i sacerdoti annunciavano la buona novella al popolo e ripetevano la commemorazione allegorica della scoperta del fuoco. Il fuoco era allora acceso mediante la confricazione della Swastika la croce prodotta dai due legni il cui forte sfregamento produce il fuoco. La prima scintilla che nasceva dalla cavità di uno dei due bastoni detta Maya (madre), era chiamata “il piccolo bambino”. I sacerdoti deponevano il piccolo bambino sulla paglia che si accendeva. Al suo lato si conduceva la vacca che ha fornito il burro, e l’asino che ha portato il “soma”, liquore spiritoso, che serviranno ad alimentarlo. Davanti a lui c’è un sacerdote con un ventaglio, che agita per tenerlo in vita. In seguito, è portato su dei rami accatastati sull’altare. Là, un sacerdote versa su di lui un liquore sacro, lo spiritoso soma. Un altro gli dà l’unzione, spandendo il burro su di lui. Da questo momento Agni prende il nome di Unto (in greco Khristós, Cristo). Dal focolare così alimentato sorge la fiamma che in mezzo ad una nube ascende al cielo, ove il fuoco va a raggiungere il padre celeste che l’ha inviato per la salute del mondo.
Questa commemorazione della nascita di Agni era accompagnata da una cerimonia rituale. Il soma era il liquore sacro presso tutti i popoli ariani. Agni risiede in esso, benché invisibile. Esso è l’emblema di tutti gli alimenti liquidi, mentre gli alimenti solidi erano rappresentati dal pane, composto di farina e di burro, materie nutritive e combustibili in cui risiede Agni.
L’offerta del pane e del vino era presentata al fuoco sacro sull’altare.
Il fuoco li consumava e li innalzava in vapore verso il cielo, per riunirli al corpo glorioso del padre celeste (il Sole). Agni diventa così il mediatore dell’offerta, il sacrificatore che offre se stesso come vittima. I sacerdoti ed i fedeli ricevevano ciascuno una particella dell’offerta (ostia) e la mangiavano come un alimento in cui fosse contenuto Agni.
Questa antica trinità, composta del Sole(Savistri), il padre celeste, del Fuoco (Agni), figlio ed incarnazione del Sole, e dello Spirito (Vayu ), il soffio dell’aria, è rimasto il dogma fondamentale delle religioni d’origine ariana. Lo scopo di questo mito era di conservare preziosamente, facendone l’oggetto di un culto, un procedimento verosimilmente già perduto altre volte. Queste cerimonie periodiche rammentavano il mezzo di ottenere il fuoco.
Solstizio d’inverno 2021