In attesa del prossimo disastro

Siamo da poco in autunno e non è una novità che si scatenino piogge insistenti e grandinate, più devastanti dei temporali estivi, che già da parecchi anni hanno assunto una violenza ed una frequenza fuori dell’ordinario, con conseguenze disastrose.

Insieme alle notizie delle lamentele dei ristoratori, dei gestori di ricettività turistica, degli albergatori, per la stagione fallita a causa dell’epidemia, o degli immancabili sbarchi di disperati, o dei crescenti contagi del Covid-19, i giornali, le numerose emittenti radio e le TV, di qualsiasi tendenza, colore ed editore, oramai ripetono noisamente sempre gli stessi titoli: bomba d’acqua, condizioni meteorologiche imprevedibili, precipitazioni eccezionali di tot millimetri in pochissimo tempo, esondazioni e straripamenti, frane e raffiche da uragano, alberi sradicati, impianti devastati, agricoltura in ginocchio, ponti che cadono, strade che franano, caos del traffico, sottopassaggi invasi dall’acqua, ferrovie interrotte, interventi della protezione civile, vigili del fuoco, volontari ecc., tot vittime, tot dispersi, tot salvati, tot miliardi di danni.

Tutti numeri terribili che fanno parte di una ripetitiva ritualità di contabilizzazione delle perdite di vite umane, di devastazioni di attività economiche, di degrado del patrimonio culturale e del prestigio nazionale come se tutto questo fosse un’abituale e ineluttabile tassa da pagare alla natura.

Le manifestazioni di solidarietà dalle alte cariche dello Stato verso i familiari delle vittime, le partecipazioni ai funerali o le visite ai luoghi disastrati grondano di ipocrisia, perché le stesse autorità, garanti dell’amministrazione della cosa pubblica, sono responsabili di aver fatto poco o nulla negli anni precedenti per mettere il territorio nazionale al riparo, quanto più possibile, dai flagelli climatici.

I vari politici di turno, che intervengono su tutti i mezzi di informazione per dibattere sul Mes sì, oppure Mes no, sul recovery fund, sui continui battibecchi tra Regioni e Stato centrale a proposito di misure contro l’epidemia, non arrossiscono di vergogna per la loro insipienza. Nessuno che si preoccupi di mettere a bilancio la sicurezza dei fiumi, degli alberi, delle strade, dei sottopassaggi, delle ferrovie, delle infrastrutture viarie, di fronte alla devastazione della furia atmosferica.

Viceversa, sono molto abili nello sport dello scarica barile, rimpallandosi spudoratamente le responsabilità politiche ed amministrative. Ogni disastro resta sempre senza uno straccio di responsabile umano. La colpa, come oltre duemila anni fa, è divina, di Giove pluvio !

Mai un Sindaco, un Presidente di Regione, un Ministro, un Presidente del Consiglio, invischiati in una politica sorda alle esigenze della gente, che si dimetta per non aver dato priorità, nella loro azione quotidiana, al recupero dell’ambiente per fronteggiare il disastro, ormai non più imprevisto, con piani operativi concreti.

La ripetitività ciclica di tali fenomeni è ormai un fatto talmente accertato e ricorrente, che gli amministratori inetti non possono più nascondersi dietro il paravento dell’imprevedibilità. Una frana si può contenere, il fango può essere deviato, gli sbarramenti temporanei e gli argini possono essere monitorati e rinforzati, gli alvei dei fiumi e dei torrenti montani possono essere controllati e ripuliti da tutto ciò che ne può ostacolare il normale deflusso, le strade (specialmente quelle cittadine) possono essere tenute sempre in ordine senza gli intralci del fogliame e della spazzatura negli scoli; i ponti possono essere sottoposti a una costante manutenzione, il territorio può essere reso geologicamente sicuro e protetto, le piante, le mura antiche e i ruderi storici possono essere curati. Abbiamo tutta la tecnologia necessaria per progettare ed eseguire opere e misure di prevenzione. Allora che cosa non funziona?

Non funziona la politica, complice del dissesto del territorio, che ha condonato la cementificazione laddove era (ed è) proibita, oltre che dalla legge, anche dalla logica e dal normale buon senso. Una politica malsana che si è mostrata indifferente al degrado continuo del patrimonio culturale e del paesaggio, che ha partecipato sistematicamente, e sempre con maggiore improntitudine e vigliaccheria, al banchetto degli affari imbandito dai signori della speculazione edilizia, a cui l’interesse pubblico fa venire l’orticaria e che, anzi, se la ridono e si sfregano le mani quando sentono la notizia di catastrofi, che significano appalti milionari per i loro affari.

Mancano i soldi? No, manca la volontà e l’intelligenza di una classe dirigenziale autoreferenziale, interessata solo al proprio benessere.

Se la politica (il termine starebbe ad indicare l’arte di governare : cioè la teoria e la pratica che hanno per oggetto la costituzione, l’organizzazione, la sana amministrazione dello Stato e la direzione della vita pubblica), che ha tutti gli strumenti per intervenire, fa le leggi che non servono a nulla, o che non possono essere applicate per mancanza dei decreti attuativi, o che restano sulla carta per assenza dei finanziamenti, o che vengono bloccate per la resistenza delle lobby e della burocrazia, non è colpa di Giove pluvio, ma di quegli uomini immeritatamente elevati al rango di amministratori pubblici, mentre in realtà sono professionisti del nulla, maestri degli intrighi, profittatori di prebende, sfruttatori di privilegi.

Anziché, intestardirsi sull’acquisto dei bombardieri F35, tanto per dirne una, il Governo pur alle prese con la recessione senza limiti per la pandemia, ha il sacrosanto dovere di varare, in linea con le nuove direttive europee, un colossale piano di protezione ambientale, sicuramente del valore di alcune decine di miliardi di euro, atto a realizzare tutto quanto necessita. Cioè dare corso immediato ad un programma di recupero dei siti archeologici, di messa in sicurezza del territorio, del paesaggio, dei litorali, dei bacini idrografici e fluviali, radendo al suolo tutte le costruzioni abusive edificate in luoghi vietati dalla legge, nonché mettere in cantiere un piano di edilizia popolare. Con quali soldi? L’Europa è pronta a concedere 209 miliardi del “recovery fund”, di cui 100 a fondo perduto.

Abbiamo esperti geologi che da anni preannunciano i guai che si verificano puntualmente, ma è come se predicassero al vento. Nessuno si cura di loro. Abbiamo anche archeologi e restauratori pronti a mettersi al servizio del bene comune per la protezione del patrimonio culturale. Abbiamo, ancora, dipartimenti universitari che sfornano di continuo studi sui pericoli di disastri causati dall’inarrestabile innesco di eventi naturali. E ci sono pure quelli del Genio militare e della protezione civile, che sanno benissimo quali sono i punti critici della tutela del territorio, ma il miracolo italiano consiste nella negazione della fisica galileiana, con un ineffabile “eppur nessun si muove”.

Dopo l’ennesima alluvione che dal Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, fino alla Campania, Calabria, Sicilia, ha devastato città, interi piccoli paesi, case, negozi, raccolti, infrastrutture varie, ingoiando automobili, macchinari e attrezzature, c’è da domandarsi perché gli elettori non abbiano cacciato a pedate i politici fanfaroni, incapaci di comprendere che la natura non fa sconti, che la natura stuprata ha memoria e non dimentica le ferite che le sono state inflitte. Perciò, essa si riprende con violenza, tutto insieme, quello che era suo e che le è stato tolto con lo scellerato saccheggio del territorio.

Ed allora mi vien da chiedere : perché tutti aspettano il prossimo disastro ?

6 ottobre 2020

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