
Cari Analisti, cari commentatori, cari Europeisti di vario ordine e grado e Affini. Sì, mi rivolgo a voi, che dopo i calci nel posteriore che gli “amici” europei (nella fattispecie, è più corretto dire “perfide amiche”) ci hanno rifilato in piena emergenza Corona virus, avete finalmente mostrato i muscoli, gridando che, se le cose stanno così, allora: “l’Europa è finita”. Scusatemi, se mi rivolgo a voi in maniera un po’ seccata, ma sono molto deluso ed amareggiato per quanto sta accadendo in questi giorni, in queste ore, nei palazzi di Bruxelles.
Ecco, ho una domanda per Voi, facile facile: sapreste dirmi quando mai c’è stata, l’Europa?
Non fate i furbetti, non mi riferisco all’Europa che mantiene (anche coi soldi nostri) due parlamenti per legiferare (anzi, per ratificare le decisioni della Commissione presieduta dalla frau Ursula) su questioni di cui poco o niente importa a qualcuno, oppure a quella ottusa Istituzione che sa solo imporre vincoli, e nemmeno all’Europa che pretende che si paghi con una sola moneta, mentre continua a parlare lingue diverse, tanto in economia, quanto in politica estera.
Vorrei sapere da Voi quando c’è stata in positivo, quest’Europa. Quando ha difeso i confini? Quando ha affermato la propria identità? Quando ha mostrato umanità? Quando ha rappresentato i propri popoli? Quando ha fatto gli interessi degli ultimi e non dei primi? Quando ha facilitato le cose anziché renderle più difficili? Quando si è sforzata di unire anziché ostinarsi a dividere? Quando ha saputo dare speranza invece di diffondere ansia e preoccupazione? Quando ha trattato tutti con pari dignità? E ancora, quando ha aumentato il nostro potere d’acquisto? Quando ha difeso i nostri diritti anziché eliminarli?
Sono davvero curioso di ascoltarle, le Vostre risposte. In molti di noi, certamente tutti quelli che hanno vissuto anche “il prima” di quello sciagurato 1° gennaio 2001, giorno in cui entrò in vigore l’Euro, una risposta se la sono già data. La domanda che Vi pongo è la seguente: stavate meglio prima o state meglio adesso? Si accettano scommesse. Volete un suggerimento? Pensate intensamente a quello che diceva “l’eccelso professore” Romano Prodi : “lavoreremo un giorno in meno, guadagnando come se lavorassimo un giorno in più” (ipse dixit !), senza arrabbiarvi. Impossibile, lo so. Scherzavo.
“Paesi ricchissimi hanno voltato le spalle agli altri. Noi non siamo ricchi, ma neanche privi di memoria e non dimentichiamo l’Italia che ci ha aiutato quando ne avevamo bisogno”, ha detto ieri il premier albanese Edi Rama, toccando il cuore a tutti noi, come, viceversa, mai i burocrati di stanza a Bruxelles (compresi i nostri) sono riusciti a fare.
Ammetto che ho provato una certa emozione, ascoltandolo. Perché quelle erano le parole di un amico sincero che corre da te nel momento del bisogno; mentre tutti gli altri si accaniscono, lui c’è.
Così come mi ha alquanto sorpreso la vicinanza espressa dal presidente americano Donald Trump, che nel mentre annunciava aiuti all’Italia per 100 milioni di dollari, ha pubblicato un video delle nostre Frecce Tricolori scrivendo a caratteri cubitali “Gli Stati Uniti amano l’Italia!” Pensate un po’, quello stesso Trump che causa risentimenti ai rispettabilissimi europeisti radicalchic, ci conforta e incoraggia, mentre la matrigna madame Lagarde ci affossa in borsa con le sue irresponsabili dichiarazioni, e la non meno ostile presidente Ursula von der Leyen ci mette crudelmente all’angolo. Trovate le differenze.
Ritengo che non devono stupirci la solidarietà che stiamo ricevendo da ogni parte del mondo: Cina, Turchia, Albania, Usa, Cuba, Paesi del Sud America; e nemmeno ci devono sorprendere le coltellate che arrivano dai nostri “partner” europei. In entrambi i casi il motivo è il medesimo: siamo l’Italia, siamo italiani. Per chi ci ama, un amore immenso; per quelli che c’invidiano, un nemico da abbattere.
Credo sia giunta l’ora di renderci conto che dobbiamo essere una nazione, una grande nazione, e non un’entità astratta che magari è anche una nazione: storia, cultura e identità parlano per noi. E quando questa drammatica emergenza sarà finita, probabilmente ci ritroveremo feriti, sì, ma uniti come non mai.
Se così sarà, ci risolleveremo prima di quanto immaginiamo e considereremo, a mente fredda, l’eventualità di poter fare tranquillamente a meno di quest’Unione (?) Europea, che tra qualche anno ricorderemo come la zavorra di cui avremmo potuto e dovuto disfarci prima.
Forse, sin dall’inizio, dalla nascita dell’idea di Unione europea, proprio in quell’idea c’erano i germi del suo fallimento.
Non si è mai capito, infatti, se nella mente dei padri fondatori dell’europeismo ci fosse davvero come obiettivo la creazione di un unico grande Stato federale sulla falsariga degli Usa, ossia la creazione di quelli che potremmo chiamare con semplicità gli Stati Uniti d’Europa, oppure anche loro si fermassero ad una grande unione monetaria regolata da una struttura sovranazionale, come appunto l’Unione europea attuale, ma salvaguardando l’esistenza degli Stati nazionali.
Probabilmente, questi erano argomenti sui quali gli europeisti hanno dibattuto a lungo, senza trovare unanimità.
La sensazione che hanno in molti, me compreso, è che siamo arrivati ad un punto di svolta, forse, in un futuro abbastanza prossimo, ci attendono cambiamenti geopolitici epocali.
31 marzo 2020