
Per un immeritato atto di stima mi è stato nuovamente affidato, da alcuni miei amici, il compito di tenere vivo nella coscienza collettiva il ricordo di questo giorno, 17 febbraio, che vide ardere 420 anni fa, a Roma in Campo de’ Fiori, il corpo di Giordano Bruno. Ho accettato ancora una volta con entusiasmo e con “eroico furore”, non perché mi sentissi “nolano” di adozione, ma perché il “grande martire della verità” ha sempre affascinato la mia fantasia, inducendomi forza di carattere, voglia di essere, speranza di divenire.
Dovrei pertanto, seppur brevemente, descrivere il pensiero di Bruno, del suo estremo martirio, ma ahimè! non ho il piglio dello studioso, né l’acume del filosofo, né la penna dello scrittore. E’ arduo, per non dire pressoché impossibile, tratteggiare una sommaria esposizione del pensiero del Frate nolano; tuttavia cercherò di portare a termine, spero sufficientemente almeno, l’impegno assunto.
Giordano Bruno è senza ombra di dubbio una delle più grandi figure del Rinascimento. La grandezza del concetto, si sposa, in Giordano, con la profondità della dottrina, creando un sistema nuovo ed audace che destò lo stupore dei suoi tempi e l’ammirazione della posterità. E’ per questo, che egli risulta tra le più belle figure del Rinascimento e tra quelle che ha suscitato più simpatia, raccogliendo benemerenze alla causa del progresso e della emancipazione del pensiero.
Pertinace apostolo della “libertà filosofica” o dell’indipendenza della “Ragione” dalle pretensioni assurde dei dogma, egli ha il diritto di essere reputato per uno dei più grandi benefattori dell’umanità. Se, ai suoi tempi, la scienza faceva intravedere il crepuscolo nelle assurde tenebre dell’ignoranza, al diritto ed alla verità di essa sacrificò tutto se stesso, dalla quiete del chiostro al martirio del rogo.
La sua mirabile potenza induttiva e le sue straordinarie intuizioni, si trasformavano quasi in creazioni, tracciando per l’umanità intera i veri sentieri della luce. E’ per questo che il suo spirito, nella febbre dei concepimenti, si elevava ben oltre i limiti della vita materiale.
E’ innegabile che non tutti accolgano le sue teorie panteistiche, né tutti adattarsi al suo immaginario sistema dell’universo vivente, ma nessuno può negare che il frate di Nola abbia gettato il seme dei princìpi di quella filosofia sperimentale che doveva trovare in Galileo Galilei il suo più grande propugnatore, il suo più fiero difensore. La scienza dei fatti, del “provare e riprovare”, ossia la libertà filosofica, veniva a scuotere e far crollare tutto il vecchio tempio edificato dalla Chiesa sulle colonne della superstizione e del dogma, che ben si addicevano ai poveri di spirito ed alle cieche credenze delle masse ignare.
Bruno fu un autentico monista panteista, ermetico, tanto da creare sulla scorta delle sue teorie, un autentico sistema filosofico, ripreso in seguito da Baruch Spinoza, tendente alla riduzione della pluralità degli esseri ad un unico principio, ad un’unica sostanza evidenziando l’immanenza e l’unicità della sostanza prima, quale Dio, l’Uno, il Motore immobile, la causa causarum, il principio invariato ed invariabile, eterno. L’essere, quindi, è la sostanza e l’origine di ogni cosa e quest’essere è Dio da cui tutto deriva e tutto ritorna, non esiste quindi il dualismo tra divino e non divino, sacro e materiale.
I concetti per cui divinità ed universo, creatore e creatura, infinito e finito, potenza ed atto, causa ed effetto si identificano, sono assolutamente ed indiscutibilmente monisti. Dirà il Rossignoli: “ la dottrina del Bruno, non è altro che il panteismo degli antichi filosofi greci della scuola Ionica, ma in quella forma dinamica che piacque ad alcuni stoici, facendo di Dio l’anima del mondo”.
Fra le teoriche di Bruno, la più vasta e luminosa, ma al contempo la più odiata dalla Roma papale, fu quella della pluralità dei mondi; è per questo che il Frate deve la sua maggiore fama ad opere come i dialoghi della “Cena delle ceneri”, il libro “Della causa principio et uno” e “Dell’infinito universo e mondo”. Per esse il vecchio edificio è crollato, le logore colonne sgretolate, mentre la scienza con i suoi vividi bagliori dipana le tenebre dell’ignoranza, rischiarando la via del vero universo. Lo spazio è infinito ed infiniti i mondi: ecco il fondamento del sistema. L’universo essendo uno, infinito, non ha che una sola possibilità assoluta, una sola realtà, una sola operosità: forma o spirito. E’ UNO. Uno solo l’ENTE, una sola l’ESISTENZA. L’ARMONIA dell’Universo è eterna nella sua unità.
Secondo Bruno, Dio è nel tutto e tutto è uno. Gli individui, che mutano continuamente, non assumono già una esistenza “novella”, bensì una diversa maniera di esistere, un’altra forma; “onde la trasformazione degli esseri potrebbe rassomigliarsi alle vene che fanno circolare la vita nel corpo”. Nascita e morte hanno la stessa sorgente, la stessa fonte: lo spirito attraversa tutte le cose.
In questo modo di pensare del nolano, non vi sono i prodromi dei nostri sistemi di ricerca, dei nostri metodi speculativi?
L’uomo è divenire, è ricerca, è trasformazione! Quali migliori strumenti che la Ragione e la libertà di pensiero?
Tutto è compreso nell’Infinito e fuori di esso vi è il nulla; Dio è il pensiero animatore del tutto. La scienza comincia a far capolino, mentre il mondo della superstizione si dilegua e scompare. Quale grandezza di concepimento e quale e quanta profondità. Il suo concetto del mondo è un vero poema, che nel libro “De immenso et innumerabilibus, seu de universo et mundis ” risplende come una meteora luminosa.
Il punto di partenza della nuova filosofia bruniana sarà comunque l’elaborazione di una originale cosmologia che avrà il merito di distruggere le teorie esistenti del geocentrismo. La vecchia concezione dell’universo sarà rivoluzionata, la terra non sarà più considerata falsamente immobile, non vi sarà più la separazione aristotelica tra mondo sublunare e mondo celeste, finalmente ci sarà un cosmo unico, omogeneo, infinito, popolato da innumerevoli mondi.
Per Bruno è un’assurdità l’opposizione posta da Aristotele tra la terra ed il cielo, per cui questo sarebbe inalterabile, formato da materia pura, diversa non solo dalla terra, ma anche dagli altri elementi, considerati espressione meno perfetta della creazione.
Al sistema tolemaico ed antropocentrico sorto dal tronco della fisica aristotelica, che aveva scisso l’operato divino ed il divenire naturale, tenuto sino allora come verità indiscutibile e che aveva già trovato il primo elemento di contrasto in Nicolò Cusano, subentrava il copernicano che, sostituendo la concezione geocentrica del mondo con quella eliocentrica, darà il via all’indagine naturale e scientifica, che avrebbe sconvolto ed annullato completamente la teoria cosmologica che aveva dominato incontrastata per tanti secoli.
A farsi un’idea delle induzioni del nostro Giordano, basta soltanto volgere lo sguardo all’immensità dei cieli. Le nebulose non sono che mondi, sistemi di mondi, di cui la sola “Via Lattea”, nebulosa di cui noi facciamo parte, conta 18 milioni di Soli. E tutti quei mondi, quegli astri, quei sistemi, hanno le loro terre, le loro creature, le loro forme di vita; cosicché noi ci muoviamo in questo immenso spazio, come un minuscolo atomo nella vastità della materia. L’umanità, rispetto a tanto universo, è più minuscola della più grande famiglia delle formiche, e Dio è la vita di questo tutto meraviglioso, uno ed infinito. Questo, il concetto bruniano.
Ecco l’ideale, la fede e la scienza, il Dio del Frate di Nola, il Dio vero. Ed è per quell’ideale, per quella fede, per quel sapere, per quel Dio, che il 17 febbraio del 1600, l’Anno Santo del Giubileo, che il grande martire della scienza sale il “Golgota” per il suo ultimo martirio. Accompagnato da sacerdoti e dalle loro ipocrite preghiere, scortato da soldati in armi e dalle loro stupide credenze, procede un Frate, piccolo di statura, esile nel corpo, il volto scarno e pallido, capelli e barba lunghi. Il suo sguardo brilla con serena vivacità della luce della verità; la fisionomia è raccolta e severa, l’incedere franco e risoluto: è Giordano Bruno, l’apostolo della nuova scienza, il martire della nuova fede, lo spirito della nostra umanità.
Siamo in un momento non facile dal punto di vista religioso: ci troviamo in periodo post Concilio Tridentino, in piena controriforma ed il tentativo di conciliare la Città di Dio con quella dell’uomo è cosa audace, se non impossibile.
La Chiesa reagisce indiscriminatamente con violenza contro tutti coloro che cercano di infrangere l’ordine precostituito, lo stesso Bruno, Tommaso Campanella, Paolo Sarpi miracolosamente sfuggito allo “stilum Romanae curiae”, Giulio Cesare Vanini, ecc., e Bruno dirà: “Il proceder ch’usa adesso la Chiesa, non è quello ch’usavano gli Apostoli: perché quelli con le predicazioni e con gli esempi di buona vita convertivano la gente, ma…ora chi non vuol essere Catolico, bisogna che provi il castigo e la pena, perché si usa la forza e non l’amore…” (Documenti della vita di Giordano Bruno – Vincenzo Spampanato, Ed. OLSCHKI,1933)
L’ignoranza delle moltitudini, la cecità e la rabbia sacerdotale, i pregiudizi dei tempi, richiesero il sacrificio di lui “usque ad mortem”. Ma egli sa che dalle ceneri del suo corpo sorgerà il credo della nuova vita ed alla morte affida il “verbo” del trionfo delle generazioni future, alle quali pure Galilei verrà presto ad attestare i princìpi della scienza, con la celebre frase pronunciata al tribunale dell’Inquisizione al termine della sua abiura all’eliocentrismo : “ Eppur si muove”.
Presso l’antico teatro di Pompeo, che ricorda le vittorie su Mitriade, acerrimo nemico di Roma, si erge un palo in mezzo ad una catasta di legna. A quello viene legato Bruno, l’apostata, il relapso, l’eretico dei “mondi innumerabili”. Quel palo, quella legna, sono il simbolo dell’ingiustizia, dell’ignoranza, dell’oscurità delle tenebre. Ma può, il fuoco di una pira, distruggere la forza e la potenza del pensiero?
Quel fuoco è oggi nelle nostre menti e nei nostri cuori. Quel fuoco ha sorretto e sorregge l’umanità nel suo essere, nel suo continuo sforzo di conoscenza e di miglioramento.
Il piccolo Frate non emise un gemito, né mandò un sospiro, non fece udire neanche un lamento. Egli sostenne eroicamente il rogo per la redenzione del Vero filosofico, per la libertà del pensiero e della coscienza. Le sue ceneri fecondarono i germi delle nuove dottrine, e le moltitudini che non lo conobbero o lo rinnegarono o lo piansero, oggi lo ricordano devote e lo salutano riverenti a capo chino.
Scriveva Giovanni Bovio: “Vorrei avere l’illusione che quello che non fu fatto sino ad ieri, lo farete voi domani. Noi non abbiamo ancora vendicato il martirio di Bruno, perché non abbiamo ancora condotta la saggezza in mezzo al popolo, e per esso può sembrare ancora necessaria la morale ecclesiastica”.
La civiltà avrà cancellato la vergogna del 17 febbraio 1600, solo quando l’amore per il vero, che condusse Bruno al patibolo, avrà irraggiate le tenebre, fra le quali erra ancora l’anima delle masse.
Se la Chiesa del XVI° secolo voleva creare un martire, ebbene, con Giordano Bruno ci riuscì a perfezione e tutt’oggi quest’aura di martire che ha preferito morire, piuttosto che rinunciare alle sue convinzioni scientifiche e filosofiche, persiste.
In effetti, il suo nome è più conosciuto per quell’alone di sofferenza e sacrificio che lo circonda, che per uno studio approfondito del suo pensiero e della sua monumentale opera filosofica che, possiamo dire, abbia inaugurato il mondo moderno. Senz’altro le sue idee e le sue teorie, dovrebbero fornire argomenti più solidi e significativi, per un giusta e meritevole memoria.
17 febbraio 2020