L’attesa di una terza Italia

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Siamo in guerra, ma non lo sappiamo. O meglio, dovremmo esserlo. I nostri nemici hanno nomi, e spesso volti noti: mafia, evasione fiscale, corruzione, Tutti fenomeni di antistato per eccellenza. Ciò che facciamo fatica a mettere a fuoco e ad accettare è il fatto che che questi “giganti cattivi”si affrontano e si sconfiggono organizzando una reazione di opinione collettiva che si avvicina moltissimo, credo in tutto, alla tensione emotiva che anima un Paese in guerra.

Delegare queste sfide a leggi o corpi speciali, semplicemente non basta. In altre parole, se non eleviamo il livello e il profilo della “virtù nazionale” molto al di sopra dei contegni diffusi che consentono la sopravvivenza dei predetti fenomeni, non sarà possibile sconfiggerli.

Naturalmente non vi è chi non sia consapevole di queste problematiche, ma dobbiamo insomma divenire cittadini maturi e uscire dal paradosso per il quale gli uomini tendono a deplorare in generale ciò a cui acconsentono in particolare.

Spesso dimentichiamo che gli uomini precedono le istituzioni e che le incarnano. Le istituzioni non vivono di vita propria. Ecco perché il più prezioso valore di una società è il fattore umano. E’ questo, nel bene e nel male che predetermina le caratteristiche di un agglomerato sociale. Ma quale forza politica ha in agenda il miglioramento del fattore umano? La sua responsabilizzazione, la sua crescita morale, una più acuta percezione dell’orientamento solidale. Eppure l’uomo è relazione. E’ in essa che egli si compie e si giustifica.

Bisogna risolversi ad abbandonare antichi e ostinati costumi, come quello di considerare il voto uno strumento per l’ottenimento di vantaggi personali, e non come un esercizio, il più alto, di partecipazione e protagonismo civile, volto a raggiungere la migliore interpretazione possibile del bene collettivo.

Vi è forse in tutto questo, da parte nostra, una mancanza di immaginazione politica. L’eccessiva personalizzazione della vita civile, che impedisce di trascendere la vita collettiva e quella istituzionale e produce il doppio effetto perverso : la mancanza, o ridotta, responsabilizzazione dei singoli e lo svuotamento di forza e contenuti della vita pubblica. O meglio la sua incarnazione in mere ostilità partigiane, rivendiche e rivalse.

Forse abbiamo bisogno anche di un po’ di retorica, se essa serve ad indicare ideali più altri e più alti. E,fra le retoriche possibili, la prima di tutte, quella della Patria. Perchè senza amore, sì, dico amore, per le istituzioni, non vi è neppure partecipazione democratica, non vi è protagonismo politico e civile, non vi è responsabilità. Ma forse il cinismo che, come scriveva Leopardi, caratterizza il nostro popolo in modo particolare, ci impedisce di abbandonarci con gratuità a questo sentimento generoso e civico.

Certo, se sventola il bandierone del successo sportivo, l’Italia c’è. Ma questo è solo orgoglio.

Una piena maturità civile vorrebbe che si fosse orgogliosi e responsabili anche, e forse soprattutto, quando i successi sportivi non ci sono. Nella vita in comune di ogni giorno, nel quotidiano, dovremmo sentirci e comportarci come se fossimo allo stesso tempo nazione e persona, in una sola e inscindibile dimensione. Ma per questo è necessaria una virtù. La principale delle virtù: il coraggio morale. Scriveva Massimo D’Azeglio : “ Il coraggio delle congiure, delle sommosse, il coraggio fisico, per così dire, e manesco, l’abbiamo noi Italiani, come tutti gli uomini di immaginazione e sangue caldo. Ma ci manca, o l’abbiamo in minor grado, il coraggio morale, il coraggio civile …… il solo necessario.”

Nè giova indugiare sulla consolidata abitudine a delegare alla classe politica ogni responsabilità e tutti gli errori. Prima di tutto perché il ceto politico non viene periodicamente paracadutato da un’altra dimensione, per esercitare il governo della cosa pubblica. La classe politica è come noi. La classe politica siamo noi. Con i nostri pregi, eppur ci sono, ed i nostri difetti, chi ne dubita ?

E’ vero, tuttavia, che in Italia non ci siamo ancora posti il problema di individuare i meccanismi di selezione della classe dirigente : il bene più prezioso di una organizzazione democratica. I grandi Paesi europei, Francia, Germania e Gran Bretagna, hanno tradizioni e formule consolidate per raggiungere questo scopo. Hanno scuole, università, grandi aziende, nelle quali la formazione e il tirocinio dei futuri amministratori, politici ed economici, sono assurte ad autentico patrimonio nazionale. Una certa retorica populista, una certa demagogia classista, e una robusta dose di ipocrisia, hanno invece impedito che nel nostro Paese si sviluppassero autentici laboratori, utili palestre di una vera classe dirigente, il patrimonio più pregiato di una dimensione civile avanzata. Com’è noto, con la cosidetta seconda repubblica, ma in realtà già da molto tempo prima, è andato in crisi il tradizionale modello invalso in Italia già dal momento della sua unificazione : l’amministrazione dello Stato al meridione, e la gestione dell’economia al settentrione. L’inadeguatezza di questo schema ha originato i noti fenomeni di leghismo e localismo. Con i dovuti distinguo, certo. La Lombardia è la regione che ha dato più ministri ai governi del Regno e della Repubblica, e il meridione ha saputo anche dimostrare delle capacità economiche e imprenditoriali.

In Italia spesso il caso e l’improvvisazione hanno generato uomini di governo a volte impreparati, e hanno contribuito a generare una diffusa cultura della deresponsabilizzazione. Purtroppo persino la classe dirigente, a volte, ha incoraggiato, con l’esempio, questa comoda forma di scarico delle coscienze e delle responsabilità. Il ministro Adolfo Sarti disse : “ Abbiamo fatto mille errori nel costruire questo Paese, a cominciare dallo sbarco dei mille : non quello di Marsala, ma quello dei mille parlamentari a Roma “.

Nè si può negare, in coscienza, quanto sia diffuso l’opportunismo politico tra elettori ed eletti, e quanto la classe politica , soprattutto al Sud, sia frutto di una certa caratterizzazione degli elettori, più interessati ai vantaggi personali che ai benefici collettivi.

Lo Stato moderno è nato in Europa, e, anzi, per molti versi, insieme alla scienza politica, è nato proprio in Italia. E’ nato sulla fiducia, necessaria nei patti commerciali, che gli impegni presi sarebbero

stati rispettati, e che, in caso di controversia, una legge chiara e una giustizia tempestiva ed imparziale avrebbero garantito il diritto contro la forza. Il sistema monetario e finanziario, che tanta sofferenza ci ha recato ultimamente, fu inventato dagli italiani nell’età moderna. Ha scritto al principio del ‘700 il noto scrittore britannico Daniel Defoe : “ Ho scoperto che gli inglesi sono solo dei plagiatori perché tutto quello che c’era da inventare in fatto di affari, mutue, banche e assicurazioni, gli italiani lo avevano inventato da un pezzo”.

Siamo il Paese del Rinascimento, del Risorgimento e della Resistenza.

In entrambe le esperienze siamo stati l’antenna e i polarizzatori dei percorsi di sviluppo politico in Europa. Ancora una volta, forse, è il caso di ricominciare a comporre pazientemente la nostra identità, senza avvitarsi in sociologismi, speculazioni storico politiche e fumisterie economicistiche.

Cominciando dal basso, cominciando subito. Indicando orizzonti alla portata, comprensibili e attuabili.

E rinunciando al ciarpame stereotipato degli “ italiani brava gente” e ai teatrini dell’arte dell’arrangiarsi. Rinunciando all’alibi dell’ “anomalia italiana” che, peraltro non esiste. Tutte le nazioni sono anomale e lavorano ogni giorno sulle loro debolezze.

Poco più di vent’anni or sono è finita la Guerra Fredda . Questo ha significato soprattutto una cosa fondamentale : il trionfo del modello politico occidentale, lo stato democratico, di diritto, ad economia di mercato, nazionale eterogeneo. Da allora il processo di globalizzazione ha subìto un’accelerazione impressionante, con il relativo accesso alle risorse e alle ricchezze prodotte nel pianeta da parte di interi subcontinenti, che sono diventati produttori, ma non ancora consumatori.

Tutto questo non poteva essere senza conseguenze per noi. Soprattutto per noi. E’ tanto più per questa ragione che dobbiamo dare prova di flessibilità e tenacia, nella incarnazione e nella difesa di quei valori che da noi si sono imposti molto tempo prima e dei quali crediamo di essere portatori. Non è più tempo per interpretazioni ambigue e compromissorie di questo patrimonio di valori. La interiorizzazione del senso dello Stato e la nascita di una nuova, vera, etica pubblica collettiva non sono più rinviabili. Soprattutto dopo aver perso i vent’anni dalla fine della Guerra Fredda in poi, a trastullarci con fanciullaggini federaliste e secessioniste, che, certo, non hanno contribuito allo sviluppo dei valori predetti.

Forse, anziché preoccuparci di tenere unita l’Italia e gli Italiani, dobbiamo cominciare a separare l’Italia dagli Italiani, come faceva De Gaulle con la Francia dai Francesi. E onestamente riconoscere che se spesso gli Uni non sono all’altezza dell’Una, Essa non deve rimanerne per questo discutibile, fallace o compromessa; ma che rimane all’orizzonte, in attesa, come terra promessa, anelito di una trascendenza non attuale, ma possibile, seppur rinviata.

Che cosa, del resto, aggiungere sull’argomento dell’identità italiana ed europea, alla scultorea osservazione di Benedetto Croce: “Per intanto, già in ogni parte d’Europa si assiste al germinare di una nuova coscienza, di una nuova nazionalità (perché le nazioni non sono dati naturali, ma stati di coscienza e formazioni storiche); e a quel modo che,or sono 70 anni, un napoletano dell’antico Regno o un piemontese del Regno subalpino si fecero italiani non rinnegando l’esser loro anteriore ma

innalzandolo e risolvendolo in un nuovo essere, così e francesi e tedeschi e italiani e tutti gli altri si innalzeranno a europei e i loro pensieri indirizzeranno all’Europa e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccole, non dimenticate già, ma meglio amate” .[B.Croce, Storie d’Europa,1930].

L’Italia può conferire e ricevere molto dall’Europa in termini di identità . Non è vero che in essa sia castigata moralmente ed economicamente. Può trasmettere la sua grande vocazione alla pluralità e all’universalismo, nonché la sua identità sempre varia e in divenire, che noi spesso a torto percepiamo come una sconfitta. Anzi, storicamente, sono proprio questi i tratti fondanti dell’identità europea. Quelli che noi possiamo cercare di accentuare in un’architettura istituzionale europea obbiettivamente a volte troppo tecnocratica, e nella quale il primato dell’economia è sovente schiacciante.

Non c’è più tempo per decidersi a dismettere i familismi delle classi popolari e i cinismi delle classi dirigenti, con gli individualismi degli uni e i privatismi degli altri, per continuare a giocare al tanto peggio tanto meglio. Non ci sono più spazi per baloccarsi con l’antistato e bordeggiare nei territori grigi del lecito e illecito ma non troppo. Da dove partire lo sappiamo. Dall’associazionismo, dalla cultura, quella che non si titilla con la destrutturazione sempre e comunque, ma che sintetizza e propone, dalla vigilanza civile e dalla cittadinanza attiva, adulta e consapevole.

Bisogna mettere decisamente a fuoco e renderlo noto a tutti, sempre, che vi è una stretta e diretta connessione fra il mancato rispetto delle regole della strada e un’economia depressa; fra la tentazione di aggirare le regole e i pochi investimenti esteri in Italia, peraltro quasi del tutto assenti nel meridione; tra un basso profilo civile e la mancata crescita.

Certo la Nazione è cultura, non tutti la percepiscono; lo Stato è potere , non tutti vi partecipano; ma la Patria è sentimento, è “plebiscito di ogni giorno”, e non può vivere senza l’adesione quotidiana e gratuita della maggioranza. Essa è necessaria per originare le consuetudini virtuose. Non mos non ius, ammoniva già Tacito : non servono buone leggi se non ci sono buoni costumi. Se vogliamo, possiamo definire tutto questo una battaglia culturale. E perché no! Se dopo una guerra rovinosamente perduta, si è potuto creare il miracolo economico e modernizzare il Paese, dopo questa crisi economica storica, non potremmo raccogliere con successo le sfide del millennio? Allora, forse, il rinnovamento consiste nel decidersi al vero compimento.

Nel procedere senza indugio a volere diventare il grande Paese serio che siamo, non dobbiamo essere meno italiani, o italiani diversi, ma più italiani, che sanno espandere al massimo grado tutte le proprie doti positive. Dobbiamo interiorizzare valori che abbiamo come fondanti da decenni, quelli della Costituzione, nonché lo spirito dei Costituenti.

Ad un’altra, opposta e diffusa tentazione occorre sfuggire, quella di isolare ed enfatizzare le problematiche italiane come fossero uniche, eccezionali, non risolvibili.

Ecco allora che il sud del Paese diventa un luogo unico e isolato, anziché uguale a qualunque altro luogo del mondo, le cui criticità rivestono caratteri specialissimi e non affrontabili, l’evasione fiscale un vizio tutto e solo italiano, la corruzione un male

inveterato e insuperabile. Non è vero! Tutto questo esiste praticamente dappertutto.

La criminalità organizzata è diffusa in misura variegata in quasi tutti i paesi del mondo, purtroppo; l’evasione, in varie percentuali, anche nei paesi più virtuosi; la giustizia è lenta quasi ovunque; la sanità è spessissimo problematica; le infrastrutture carenti sono spesso la regola, per non dire di certe zone del mondo.

Spesso è accaduto, nei momenti più oscuri della crisi, ma ancora oggi in verità, che sui mezzi di informazione e anche nelle parole delle massime autorità di governo, ricorresse l’interrogativo : “ l’Italia ce la farà “? Questo deve essere fuori discussione.

Il Paese non può e non deve essere percepito come una realtà aziendale su di un piano inclinato, che può fallire. Anche nella terminologia corrente si salva un Paese, perché anche questo contribuisce a generare uno spirito collettivo e pubblico.

Diamo un passo deciso verso la “ Terza Italia “, dopo il Regno e la prima Repubblica. La Francia dopo Regni e Imperi, è alla sua quinta Repubblica, e in modo analogo le grandi nazioni europee.

Non possiamo darci noi, un nuovo grande progetto “risorgimentale” ?

Quale sarebbe, quindi, l’obbiettivo di questo grande irrinunciabile sforzo? Un Paese efficiente e più ricco? Certo, tutto questo è importante, ma non basterebbe.

L’orizzonte è finalmente il viaggio verso quel territorio sconosciuto, definito da un filosofo sicuramente non conservatore, Ernst Bloch, come : “ Qualcosa che appare a tutti nell’infanzia e dove nessuno è ancora mai stato: la Patria “. [E.Bloch, Il principio speranza, 1959].

Isernia, 20 novembre 2013

GdB

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