
La questione climatica è terribilmente seria. Lo è non perché, ora, ne parlano tutti, anche troppo, o perché la giovane Greta Thunberg riesce a coinvolgere migliaia di persone, soprattutto giovani, nella sua crociata. Lo è perché sta progredendo da più di mezzo secolo e nessuno se n’è accorto o ha finto di non rendersene conto.
Le mutazioni climatiche sono una cosa troppo seria per farne spazzatura pubblicitaria o esca per protagonismi politici di bassa lega. La spettacolarizzazione non giova alla verità e non aiuta alle soluzioni.
A fronte delle previsioni drammatiche della scienza, la politica risponde in modo ambiguo, oltre che tardivo. Il vertice del G20 di Roma e la Conferenza sul Clima delle Nazioni Unite (COP26) a Glasgow lo dimostrano con tutta evidenza.
Occorre tener presenti due aspetti importanti.
Il primo è che, dicono gli esperti, si è alla fine di una piccola epoca post glaciale e il riscaldamento della superficie terrestre creerà certamente molti problemi di desertificazione, ma anche prospettive di temperamento del clima nelle regioni artiche (Canada, Siberia). Una rivoluzione imponente. Lo studio delle mutazioni climatiche ha rilevato, tra le tante, che nel corso dei millenni, il Sahara era un oceano e la sua area costituita dal vasto altopiano dei Tassili, situato nel sud est dell’Algeria, era un territorio verde come la Groenlandia (vi si trovano migliaia di pitture rupestri che rappresentano il deserto quando ancora non era tale).
Queste mutazioni si sono prodotte con i ritmi della natura. Sono inarrestabili ma, cicliche, su secoli e migliaia di anni. Possiamo farci poco.
L’umanità, con l’avvento della prima rivoluzione industriale, databile tra il 1760 ed il 1780, che ha portato alla trasformazione della società da un sistema agricolo-artigianale-commerciale ad un sistema industriale moderno, per evolversi a partire dal 1870/80 con l’introduzione dell’elettricità, dei prodotti chimici e del petrolio, e che ha raggiunto limiti insostenibili in quest’ultimo secolo, con la globalizzazione selvaggia maggiormente, ha fatto di tutto per devastare e danneggiare il pianeta in cui vive, sprecando risorse, inquinando l’atmosfera, creando arcipelaghi di plastiche indistruttibili negli oceani, trasformando l’ambiente naturale e riducendo drasticamente la flora terrestre con gli incendi dolosi e la deforestazione. Si può tornare indietro, anzi, si deve tornare indietro, ma a carissimo prezzo.
Il secondo aspetto è che le soluzioni proposte, necessarie e improbabili, allo stesso tempo, sono:
– un impulso decisivo alla forestazione (ma bisognerà anche prevenire e contrastare il vasto fenomeno degli incendi dolosi);
– il blocco graduale dell’utilizzo del carbone come materia prima energetica per ridurre le emissioni di anidride carbonica.
Vediamo perché:
– la forestazione esige tempi relativamente lunghi. La natura deve seguire il suo corso. Non ha fretta;
– la decarbonizzazione anche esige tempi lunghissimi, dal momento che Russia, Cina, India, parlano di 50/70 anni, forse un secolo.
Abbiamo tutto questo tempo? A sentire Biden, Draghi, Johnson, l’Unione europea e le Nazioni Unite, la situazione è pressoché catastrofica. Bisognerebbe provvedere entro venti, trent’anni per avere dei parziali effetti positivi da queste misure.
Ammettiamo che sia così. L’Occidente che adottasse le vaghe misure contemplate da questi recenti consessi internazionali rappresenta solo 15/20% della responsabilità globale del dissesto climatico attuale. Il resto dipende dalla Cina, dall’India e dalla Russia che non vogliono sentir parlare di date a breve scadenza. Forse, se la situazione dovesse degradare, cambierebbero opinione, ma al momento la situazione è quella descritta.
Quanto può influire l’Occidente per contrastare il cambiamento climatico? Poco, pochissimo. Occorre farlo, beninteso, ma è una goccia nel mare.
La scienza ci dice che il progressivo riscaldamento del pianeta porterà allo scioglimento dei ghiacci con un innalzamento del livello degli oceani. Di quanto? Le voci sono discordanti. Si parte da un minimo di trenta/quaranta centimetri per arrivare a un metro o un metro e mezzo addirittura. Un vero disastro. La scienza preconizza anche uragani, movimenti sismici, piogge torrenziali, venti furiosi, tornado e così via.
Ma fermiamoci agli oceani. Un solo metro in più sconvolgerebbe la situazione attuale del sistema costiero, degli arcipelaghi e delle isole. Quanta terra sarà sommersa? Dove andranno le popolazioni scacciate dal mare?
Questo è il vero problema. Si parla di palliativi, non della sostanza.
Forse i meno giovani, almeno speriamo, non vedranno questi accadimenti, ma se gli scienziati hanno ragione, potrebbero esserci. Che fine farà la Serenissima Venezia? E gli arcipelaghi, o interi Paesi come il Bangladesh ed il Qatar, tanto per fare alcuni esempi? La vita si sposterà all’interno, sulle colline, verso il Nord che sarà più temperato. Qualcuno pensa a come organizzare le evacuazioni? No, è fantapolitica. Queste cose si faranno, al solito, tardi e male. Altro che le migrazioni che conosciamo!
A fronte di questo terribile scenario impazza il mercato della cosiddetta “transizione ecologica”, erede della precedente “economia sostenibile” che, poi, sostenibile non è stata. Che vuol dire? Solo che si lucra sull’ipotesi del prospettato imminente disastro manipolando e ampliandone la portata.
Tutta la questione sull’ambientalismo è diventata, infatti, l’ideologia perfetta per le nostre élite occidentali per creare una nuova emergenza, quella climatica, con la quale giustificare enormi finanziamenti per la riconversione industriale. Un gigantesco progetto che prevede profitti miliardari per la grande finanza. Nel contempo le emissioni globali di obbligazioni verdi, o green bond, che hanno già superato 1,4 trilioni e arriveranno a 2,36 nel 2023 (ricordo che un trilione corrisponde alla quantità pazzesca di un miliardo di miliardi), saranno quelle che andranno a finanziare la riconversione industriale e che rappresentano la nuova colossale fonte di profitti per la grande finanza internazionale.
Chi pagherà, secondo voi, il conto delle riconversioni ecologiche e dell’aumento sostanzioso delle bollette di gas, elettricità e carburanti? Come sempre il popolo bue e le classi meno abbienti; basterà amplificare la paura della “catastrofe climatica” su cui la strombazzante categoria dei media ha già iniziato a propagandare. Ma qui mi fermo e non vado oltre, perché la “transizione ecologica” è una vicenda estremamente complessa che merita un approfondito esame e che pur rientrando a pieno titolo in questo contesto, data la vastità dell’argomento, non è possibile qui affrontare e sviluppare.
I cortei che seguono l’instancabile viaggiatrice Greta Thunberg sono espressione di una vera preoccupazione ecologica, oppure solo il frutto di una moda? Chi c’è dietro questa massa di protestanti verdi, chi paga i loro viaggi aerei, i pasti, gli alberghi, gli striscioni, le bandiere? Dove comincia l’affare e finisce l’entusiasmo ingenuo di una gioventù che critica l’incapacità o l’insensibilità dei governanti del nostro pianeta?
La questione ecologica è grave, anzi gravissima. Lo sviluppo della nostra società ha preso un binario sbagliato e rischia di deragliare: troppa carne, troppi carburanti, troppi consumi inutili, troppe diseguaglianze. Occorre un binario diverso, oppure l’alta velocità si fermerà contro un muro d’acqua.
A proposito dell’acqua, che scarseggia sul pianeta, la sprechiamo ogni giorno a casa nostra, ma un miliardo, su quasi otto di esseri umani, non ha accesso all’acqua. Per fare una fetta di pane ne occorrono 40 litri, 5.000 per un kg di formaggio, 16.000 per un kg di carne di manzo. Mangiamo carne e la gente muore di sete. Lo si capisce che siamo su un binario sbagliato?
Quale dei politici di tutto il mondo se la sente di rimettere in discussione questo sistema di vita? Le preoccupazioni espresse a Roma e a Glasgow sono davvero sincere?
Non sono convinto che la fine dell’umanità sia o sarebbe prossima. Il mercato della transizione ecologica fa intravedere futuri catastrofici (e profitti conseguenti). Ci saranno cambiamenti terribili, questo sì, e concentrare tutto sulla scomparsa (ora impossibile) dell’uso del carbone fossile è pura fantasia.
7 novembre 2021