Passerelle inutili

Vertice del G20, Roma, Italia - Consilium

Chiusa la passerella di Roma, si apre quella di Glasgow. La fiera multinazionale delle vanità. Più o meno gli stessi problemi, più o meno le stesse facce importanti. A Roma, diecimila poliziotti, a Glasgow oltre trentamila delegati, tra cui 120 tra Capi di Stato e di Governo, esperti climatici e attivisti, per concordare un piano d’azione coordinato per affrontare il cambiamento climatico. Un piano per salvare la Terra, dicono. Quanta ipocrisia! Previsioni prudenti suggeriscono che la sola flotta di jet privati( più di 400) in arrivo per la COP26 genererà 13.000 tonnellate di emissioni di CO2. E gli ambientalisti riferiscono che il solo presidente Biden ha generato circa 1 milione di tonnellate di carbonio per essere presente alla conferenza, grazie a una flotta di quattro aerei, l’elicottero Marine One e un enorme corteo di auto tra cui l’ermetica supercar The Beast e numerosi imponenti SUV.

Sono numeri, quelli dei partecipanti al vertice internazionale, che colpiscono, come lo scalpello d’uno scultore. Cosa potranno decidere mai a Glasgow, sul clima, questa marea di delegati, dopo che i venti leader più importanti della terra, a Roma, hanno concluso poco o niente? Nulla.

È dagli anni Ottanta che si è cominciato a parlare del clima e dei problemi dell’inquinamento ambientale, dei rifiuti nocivi e così via, nella generale indifferenza della politica. I Verdi sono stati espressione di queste istanze: un po’ tollerati, quando facevano comodo, un po’ presi in giro, perché ritenuti fuori dal mondo.

Sono passati quasi cinquant’anni e adesso, forse troppo tardi, si scopre che gli ecologisti avevano ragione. Se la Terra si scalda troppo, ci saranno disastri. Basta qualche grado in più perché cambi tutto: inondazioni, incendi, desertificazione e carestie.

È una prospettiva allucinante. Immaginiamo il mare che cresce stabilmente più di un metro per lo scioglimento dei ghiacci dei monti e polari: cambia la geografia di molti Paesi, anche del nostro.

Il problema esiste davvero. Non è insolubile, ma quasi. È globale e drammatico, perché il mondo è in ritardo e diviso.

Come in tutte le vicende umane ci sono i buoni e i cattivi, i ricchi e i poveri. L’Occidente, con gli Stati Uniti e l’Unione europea, è in testa, schierato per prendere provvedimenti entro venti, trent’anni. Questi sono i buoni.

Brasile, India, Russia e Cina, invece, dicono che il problema c’è ma non possono prendere impegni. Questi sono i cattivi. Orrore! Poi Biden, nella sua conferenza stampa dopo il G20, ha detto che gli Stati Uniti comunque, prima di venti o trent’anni, non possono riconvertirsi anche perché lo sviluppo delle energie alternative sarà una cosa lunga. E allora? Anche gli Stati Uniti tra i cattivi?

La gente protesta, perché i politici non sono in grado di decidere. Cartelli, assembramenti, risse. Il solito scenario gridato inutile, guidato dalla bimbetta svedese che farebbe meglio a studiare invece di gridare verità inutili.

Perché?

Perché la verità è tutt’altra e nessuno la vuole ammettere. Lo sviluppo industriale del pianeta corre a velocità accelerata, in base all’energia che lo alimenta. L’85-90% dell’energia è data dal carbone. Il carbone inquina. Fermiamo il carbone e fermiamo il mondo.

La cautela di Cina e Russia (e degli Stati Uniti) nel non volere fissare una data certa si spiega con il fatto che la riconversione con nuove fonti di energia, allo stato attuale della tecnologia, è ancora improbabile su grandi numeri.

Fissare una data è impossibile. È possibile passare dall’oggi al domani alle nuove fonti di energia? No, per due ragioni: il processo tecnologico è lento e, nel frattempo, se l’industria si ferma in Cina o in Russia (e nel resto del mondo, Stati Uniti compresi), decine di milioni di persone si troveranno sul lastrico a fare la fame.

Le prospettive nei prossimi decenni sono disastrose. L’emergenza ambientale ci pone di fronte a scelte tardive, molto costose e impopolari. Perché, negli ultimi cinquant’anni non si è fatto nulla?

Quella stessa gente che oggi invoca per le strade e le piazze che i politici si decidano, subito, a prendere provvedimenti, saranno lì, domani, con altri cartelli, a chiedere pane, lavoro, riscaldamento. Solo che non saranno poche migliaia di disinformati: ma milioni.

Al G20 di Roma si è deciso di piantare alberi in tutto il mondo. Una bella iniziativa, utile, ma quanto? E sappiamo che gli alberi non crescono in fretta. C’era, fra i presenti, Bolsonaro, il Presidente brasiliano che ha fatto emigrare in territori aridi o malsani le tribù di nativi amerindi, che ha disboscato ampie porzioni della foresta amazzonica per favorire lo “sviluppo” industriale del Paese (che va a carbone). È credibile tutto ciò?

Nell’ultimo anno, la scarsità del gas naturale, anche per ragioni politiche dovute ai non buoni rapporti delll’Unione europea con Putin, ne ha fatto aumentare enormemente il prezzo (decuplicato dal punto più basso del 2020 e quadruplicato dall’inizio dell’anno), in Europa e in Asia. Pertanto, sarebbe utile uno strumento idoneo a mitigare al massimo le oscillazioni di prezzo ascrivibili a imprevedibili combinazioni di fattori geopolitici, ambientali ed economici, come quella attuale. Chi se ne preoccupa?

Ciò costringe l’industria a ripiegare sull’uso di una fonte d’energia “più inquinante”, il carbone, il cui prezzo, a sua volta, di fronte all’aumento massiccio della domanda, è cresciuto ininterrottamente nelle ultime ventiquattro settimane (il prezzo del carbone australiano “Newcastle thermal”, che guida il mercato del fossile, è cresciuto del 400% in un anno e con un tasso d’incremento settimanale del 12%. Un’esagerazione).

A fronte dell’aumento dei prezzi dell’energia, l’alternativa nucleare è un altro spettro, invocato da alcuni, nonostante i disastri nucleari giapponesi e russi (quando l’Ucraina era Unione Sovietica), che sono nella memoria di tutti. Terrorizzano. Per realizzare nuovi impianti occorrono almeno quindici anni, con costi enormi e rischi continui. Basterà pensare alle scorie nucleari, che sono già un problema enorme. Anche questa è un’alternativa, ma drammaticamente pericolosa.

Per l’Italia, nella situazione contingente, servirebbe la creazione di cuscinetti strutturali di finanza pubblica, idonei a mitigare l’impatto dei prezzi entro intervalli prestabiliti. Un’azione di politica energetica che dovrebbe ulteriormente coniugarsi con altre iniziative di “intelligence economica”, per contribuire ad attutire gli impatti negativi del periodo di transizione energetica previsto nei piani dell’Unione europea.

E’ risaputo che la tempistica del rilascio delle autorizzazioni agli impianti delle rinnovabili è difficilmente attuabile nel breve-medio periodo in Italia, per ragioni di natura amministrativo-culturale, perciò si dovrebbe aumentare di molto (almeno 10 volte di più, secondo gli esperti) la potenza delle installazioni di rinnovabili, ogni anno, per accelerare in modo ottimale la velocità di abbattimento delle emissioni. In tale contesto, perché allora non procedere in altro modo sul fronte dei comportamenti green, e considerare l’opportunità di dirottare parte dei fondi destinati all’agevolazione delle rinnovabili, impiegandoli per l’immediata realizzazione di impianti per il trattamento dei rifiuti urbani non riciclabili, idonei al recupero energetico della loro parte organica, producendo anche metanolo? Ossia, per la trasformazione dell’anidride carbonica in plastica biodegradabile, o per l’installazione di impianti agrivoltaici, oppure per la produzione di carburanti a basso impatto climatico, per l’idrogeno verde, e via via in questa direzione? Sarebbe opportuno che il Governo desse delle risposte tempestive a tutto ciò.

In buona sostanza, se l’emergenza ambientale è tale come si profila, c’è pochissimo tempo per provvedere, affrontando pericoli enormi. Nessun governo può permettersi di chiudere il proprio sistema industriale da un giorno all’altro.

Questo è il vero dilemma dell’alternativa. O affrontare una rivoluzione planetaria o monitorare ciò che sta avvenendo sulla Terra e prendere di volta in volta, misure di adeguamento progressivo.

Non ci sono altre soluzioni possibili, a parte i miracoli, con buona pace dell’attivista svedese Greta Thunberg.

1 novembre 2021

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