Un excursus sul caso Ventotene

Premessa

Allorquando governava il centrosinistra, la Rai Tv pagava a peso d’oro, con i soldi degli italiani, un giullare toscano per fare il lavaggio del cervello alle masse.

Ora che governa il centrodestra, nuovamente la Rai Tv paga a peso d’oro, sempre con i soldi degli italiani, lo stesso giullare toscano per fare il lavaggio del cervello alle masse.

La differenza è notevole!

Ovviamente è solo un esempio dei tanti.

Si chiama “democrazia dell’alternanza”. Dove l’ “alternanza” sta nel fare le stesse cose simulando di fare cose diverse.

Alcuni dicevano, nel periodo del Covid, che in Italia non ci avrebbero più fatto votare. Grande errore. Ci faranno invece votare finché avremo respiro.

Con il notevolissimo aiuto dei media e della magistratura, il potere economico-finanziario ha infatti forgiato da noi una classe politica servile e unitaria. Materialista, individualista, completamente oscurata spiritualmente.

Poi ne ha denominato una parte: “centrosinistra”; diciamo quella più “buonista (?)” e ideologicamente aggressiva, nichilista, grottesca e rancorosa. Quella che più odia e ci odia, fingendo di amare. Essa detiene l’egemonia ideologica.

E ha chiamato l’altra: “centrodestra”; meno rancorosa e antiumana, ma composta in prevalenza da ignavi ideologicamente subalterni, vuoti arrivisti privi di dignità, di coraggio e di pensiero, che pur finge di amarci.

Sono complementari, con qualche piccola differenza, amplificata ad arte dai media, perché possano simulare un’alternativa. E il gioco è fatto.

Abbiamo una plutocrazia demagogica, che preferiamo chiamarla “democrazia liberale”.

La reazione

L’eccessiva reazione della sinistra ideologica e politica all’intervento della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, può essere adeguatamente spiegata solo riprendendo il concetto di “egemonia culturale”: un sistema di pensiero che ha i propri slogan e padri fondatori, intoccabili.

Il gramscismo è di lunga portata e ha ampiamente superato sia la fase del Partito comunista sia quelle dei suoi successivi surrogati, rimanendo giovane e fertile fino a noi. La sua essenza è la progressiva secolarizzazione delle masse. La sinistra mantiene ancora una propria egemonia culturale nella società e nel Paese, nonostante sia all’opposizione e sia divisa. Su questo sarebbe bene non prestarsi ad abbagli. L’egemonia è presente tuttora nella magistratura, nella scuola e università, nel sindacato (anche la Cisl è di recente rientrata nei ranghi partecipando alla manifestazione romana “Una piazza per l’Europa” dopo i precedenti tentativi di autonomia dalla Cgil, soprattutto non partecipando allo sciopero generale), nella grande stampa nazionale, nella Rai e nei personaggi di spettacolo, tra cui i sermoni ideologici, di cui in premessa, del giullare Roberto Benigni.

L’egemonia culturale della sinistra è un sistema di pensiero che ha i propri dogmi, i principi che danno “luce” a tutto il resto, dogmi che diventano slogan per essere più facilmente diffusi tra le masse, a cominciare dalle scuole elementari. L’intelaiatura dell’egemonia ha bisogno di pilastri fatti di padri fondatori, intellettuali dal valore indiscutibile pena l’accusa di lesa maestà, principi assoluti e nemici chiaramente identificabili. L’egemonia culturale ha bisogno di una retorica, di parole e concetti-simbolo, di testi canonici, di immagini rivelatrici di un senso imperituro. Ammette il revisionismo, ma solo se è condotto per volontà della stessa egemonia.

Vedendo così le cose, il Manifesto di Ventotene appare come una sacra reliquia, da cui deriva la reazione non solo in aula ma anche nella società: il quotidiano “La Repubblica” distribuisce oggi in regalo ai suoi lettori nuovamente il testo di quel Manifesto; gli intellettuali organici intervengono a sua difesa; i talk-show sono spesso unidirezionali e il quotidiano della Cei, Avvenire, dice che Meloni ha voluto provocare.

L’unico modo per combattere un’egemonia culturale è di contestarla sul piano culturale. Quindi, in fin dei conti, la presidente Meloni ha fatto bene, anche se poi nasce un doppio problema: il primo è che la questione va posta anche sul campo politico, il secondo è che ha scarse truppe nei settori della vita civile egemonizzati dalla sinistra. L’intervento su Ventotene è promettente, ma non si sa dove andrà a finire.

Il caos nelle Aule del Parlamento, dopo le parole della Meloni sul Manifesto di Ventotene, ripescato dalla manifestazione tenuta l’altro sabato a Roma, mostra tutto il fallimento europeo. Quello di Spinelli, Rossi e Colorno, era un manifesto dirigista e socialista in cui lo Stato avrebbe dovuto avere la supremazia sulla società civile: è quello che sta accadendo oggi.

La premier Giorgia Meloni è stata chiara e dura su quel documento, dissociandosene dicendo “nella manifestazione di sabato a piazza del Popolo e anche in quest’aula è stato richiamato da moltissimi partecipanti il Manifesto di Ventotene: spero non l’abbiano mai letto, perché l’alternativa sarebbe spaventosa”. Durante le manifestazioni romane per l’Europa di sabato l’altro era riemerso il Manifesto di Ventotene come guida ideale per i partecipanti. Dal palco di piazza del Popolo, Corrado Augias aveva detto: “Oggi questa piazza è di nuovo Ventotene”.

Ventotene è stato il bollino di qualità posto sulla manifestazione, evidentemente accettato anche dalle associazioni cattoliche presenti. Però se si va a rileggere il Manifesto “Per un’Europa libera e unita” che Spinelli, Rossi e Colorni hanno scritto esuli nell’isola di Ventotene, nel 1941, si capisce che ben poco oggi è accettabile di quanto propone. In quelle righe, tra l’altro, si leggono puntualmente le premesse per il fallimento europeo di oggi.

Un primo elemento del Manifesto è di avere carattere rivoluzionario nel preciso senso socialista del termine: “La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista”. La democrazia per cui ci si deve battere è vista come uno strumento di questo obiettivo rivoluzionario e non come il fine dello stesso. Il Manifesto supera il concetto comunista di rivoluzione, sia perché condanna la violenza fisica, sia perché ritiene che in quel modo la classe operaia rimarrebbe chiusa in se stessa e non si collegherebbe con le rivendicazioni degli altri ceti, sia perché sarebbe un modo per allarmare preventivamente i conservatori e permettere loro di organizzarsi per evitarla.

Il Manifesto non usa parole dolci verso il comunismo: i comunisti “nelle crisi rivoluzionarie, [sono] più efficienti dei democratici; ma tenendo essi distinte quanto più possono le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie costituiscono nei momenti decisivi un elemento settario che indebolisce il tutto”. Nonostante ciò, però, il socialismo di Ventotene concorda con gli obiettivi rivoluzionari di fondo del comunismo. Basti considerare cosa dice dell’abolizione della proprietà privata: “La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio”. La negazione del diritto naturale alla proprietà privata rimane, ma deve essere perseguita in modo dolce. Il progetto si colloca sulla linea che verrà battuta anche dal comunismo postbellico italiano di un socialismo che accetta la democrazia come strumento della rivoluzione, non come alternativa alla rivoluzione.

Il carattere rivoluzionario di Ventotene è diretto ad eliminare le nazioni dalla scena politica. La cosa viene fatta pregiudizialmente mediante l’equazione: nazione, nazionalismo, totalitarismo. La sua analisi dei totalitarismi di allora risente dell’animosità del momento e per questo è poco lucida, risente però anche della posizione ideologica assunta, con l’errore conseguente di considerare i totalitarismi come eccezione alla civiltà moderna anziché, come è stato dimostrato, come sua accelerazione.

Il Manifesto mette in guardia dalla restaurazione, dopo la guerra, dello Stato nazionale che, secondo le previsioni dei due autori, avverrà mediante la strumentalizzazione del sentimento patriottico. Lo scopo, invece, deve essere “la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in Stati nazionali sovrani”. La lettera e lo spirito del Manifesto inducono a pensare che questo superamento della nazione non debba essere limitato ad una situazione e ad un tempo, ma che abbia una dimensione europea avendone una globale – “in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo” – e che miri anche al superamento del concetto di patria. Il suo progetto di un’Europa federale ha questi inquietanti connotati.

Rossi, Spinelli e Colorni vogliono, quindi, la rivoluzione socialista. Accettano in via di principio la democrazia, ma la considerano anche un ingombro nei momenti di tensione politica. Un concetto, questo, espresso in modo molto chiaro: “Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente. La pietosa impotenza dei democratici nelle rivoluzioni russa, tedesca, spagnola, sono tre dei più recenti esempi”. Quando il popolo fosse immaturo e diviso al proprio interno, guidato da “tumultuose passioni” più che dalla freddezza politica, “la metodologia democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria”. Da qui al passaggio alle guide politiche illuminate è breve. Il popolo dovrà essere fatto oggetto di opera di convinzione dall’alto da “capi che guidino sapendo dove arrivare”. Quest’opera di convinzione e guida deve passare anche dalla lotta alle pretese della Chiesa cattolica. Il Manifesto propone l’abolizione del Concordato, l’affermazione della pura laicità dello Stato e la supremazia dello Stato sulla società civile. In altri termini: un nuovo dirigismo ideologico.

Dalla lettura del Manifesto emergono molte preoccupazioni più che fiduciose sicurezze. Di più: molti dei danni prodotti dall’Unione Europea derivano proprio da quelle impostazioni debitamente aggiornate. I “capi” guidano dall’alto senza essere eletti, gli intellettuali organici all’europeismo di Ventotene indottrinano le masse, il laicismo delle élites di Bruxelles è diventato aria da respirare per la gente comune, la “sovranità assoluta degli Stati nazionali” ha assunto dimensioni europee, un “ceto assolutamente parassitario”, che il Manifesto voleva eliminare col federalismo europeo, ha allignato proprio lì.

Anche il “burocratismo” e, oggi, il “militarismo” che a Ventotene venivano presentati come la peste, riemergono in sede europea “… per costruire un largo Stato federale, il quale disponga di una forza armata propria al posto degli eserciti nazionali”. Ma non tutto è male, così come non tutto è bene. Bisogna riflettere molto, cercando di armonizzare i contrasti, per il bene di tutti.

La storia

Ma ritorniamo a quegli anni difficili e cerchiamo di capire quei momenti bui.

Il Manifesto di Ventotene “Per un’Europa libera ed unita”, fu originariamente redatto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel 1941, quando per motivi politici furono confinati a Ventotene , nel Mar Tirreno, come oppositori del regime fascista. Altri confinati antifascisti sull’isola contribuirono alle discussioni che portarono alla definizione del testo. In particolare quello, fondamentale, dell’ebreo socialista Eugenio Colorni.

Nel 1941 siamo nel pieno della seconda guerra mondiale con gli scontri per l’esercito italiano in Grecia , Albania ed Africa Orientale ; la Germania il 21 giugno avvia la guerra alla Russia con l’operazione Barbarossa e nel dicembre i giapponesi attaccano Pearl Harbor nelle Hawai e spingono in guerra gli Stati Uniti ; il mondo cambia con la caduta dei regimi totalitari tedesco ed italiano, mentre quello russo sopravviverà.

Tornando, per un attimo, ai giorni nostri, il dibattito di confronto politico e non culturale, come dovrebbe invece essere fatto, ha finito per diventare uno scontro che non approfondisce il contesto socio-culturale del periodo in cui è stato scritto e non prende in esame un serio confronto con il modello socio-culturale attuale, ispirato ad un iperliberismo che è diventato a sua volta un totalitarismo. Il paradosso della discussione rimane superficiale e non utile a capire i problemi del nostro tempo e le cadenze della storia, che tende sempre a ripetersi, come aveva intuito Giambattista Vico, nel 1725, scrivendo il suo lavoro : “La Scienza Nuova”. Così, nei fatti, il Manifesto di Ventotene condanna un totalitarismo, affermando un altro totalitarismo come quello di origine marxista-leninista avviato nella Russia dopo la rivoluzione di ottobre del 1917, la cui sperimentazione sarebbe finita nel 1989 con la caduta fallimentare dell’impero sovietico .

I totalitarismi condannati dal Manifesto hanno radici simili nel disagio sociale, culturale ed economico, conseguente alla fine della prima guerra mondiale, che aveva visto l’Italia tra i Paesi vincitori e la Germania in quelli perdenti. In entrambi i Paesi la fine della guerra aveva devastato i sistemi sociali, politici ed economici, portando negli anni venti l’Italia al fascismo di Mussolini e negli anni trenta la Germania al nazionalsocialismo di Hitler . La povertà, l’iperinflazione, sia in Italia che in Germania, avevano creato un profondo malessere che avevano alimentato una rivolta politica verso regimi totalitaristi, come risposta al disordine sociale ed alla povertà diffusa, come peraltro era successo in Russia, dopo la rivoluzione di ottobre, che aveva cancellato il regno dei Romanov.

La storia insegna, nei suoi millenni, come situazioni di profondo disagio sociale portano all’instaurazione di regimi totalitari, come è successo anche in Sudamerica con il Cile di Allende e l’Argentina dei colonnelli che propone oggi, con Milei, un iperliberismo che diventa a sua volta un regime totalitario.

Oggi, in risposta all’affermazione a parole di un “regime” democratico, abbiamo sviluppato una forma di oligopolio nella finanza che rappresenta un ordine superiore ai singoli Stati e ne determina sia le condizioni di sopravvivenza che le linee politiche, come vediamo in questa Europa che ha perso la bussola, e sia l’affermazione di un materialismo storico che ha reso l’uomo prigioniero di un modello che lo vede come mezzo e non come fine. In questo senso, pur con i suoi evidenti limiti, il Manifesto era chiaro ed attuale nel suo enunciato iniziale : “La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà , secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita”, salvo poi indicare un modello di sviluppo che, di fatto, finisce per limitare le libertà dichiarate.

Se ben guardiamo la realtà dei nostri giorni ed il modello socio-culturale che la governa, il risultato non è molto dissimile da quel riferimento che trovava attuazione al tempo dell’elaborazione del Manifesto di Ventotene ; la realtà “è cambiata per non cambiare” come diceva il Principe del Gattopardo.

Guardando una foto di quei tempi che ritraeva i famosi “balilla”, giovani avviati ad una cultura militare di sudditanza, che con elmetti e fucili di legno imparavano a diventare piccoli figli del regime, oggi allo stesso modo possiamo similmente vedere altri giovani che, al posto del fucile, hanno il cellulare di cui sono schiavi e subordinati ai social, che li distraggono dalla realtà per inquadrarli in un esercito di obbedienti “liberi” . Diventano così succubi di una cultura che non favorisce la loro crescita come persone che pensano e sanno fare della critica il modo per creare un nuovo corso politico, non basato solo su una libertà declamata a parole ma realizzata nei fatti. In mezzo a questa confusione di contenuti e di ruoli l’Europa perde la sua identità e rischia di rimanere solo un sogno di coloro che in questa istituzione si erano affidati.

Allo stesso modo, appare oggi questo superfluo dibattito sul Manifesto di Ventotene che si ferma alla superficie, veloce come un surf, ma incapace di scendere in profondità per capire la storia ed interpretarne la sua evoluzione. Così anche i media delle TV e i giornali capaci solo di riferire e scrivere quel che vuole chi li governa, e così pure gli “intellettuali” che hanno perso la loro vita interiore per un apparire fatuo e fastidioso. Meritano di essere mandati tutti quanti al confino per provare a far funzionare, nell’esercizio che rende l’uomo grande ma che è anche il più difficile da esercitare, il Pensiero. Il pensiero diventa il grande sconfitto di un regime totalitario che governa ed orienta i consumi ed i modelli di vita e rende schiavi di pseudoculture, invece di aspirare alla crescita umana e sociale che riporti l’uomo, come persona, al ruolo di fine e non di mezzo.

Il sogno interrotto

Il Manifesto di Ventotene non è più l’orizzonte dell’Europa unita, ma solo un’utopia dimenticata o, addirittura, negata. E l’internazionalismo non è più l’orizzonte del socialismo, ma solo il brodo di coltura dell’iper capitalismo.

C’era una volta il socialismo che enunciava, per bocca di Marx, la necessità storica della proprietà pubblica dei mezzi di produzione, in una prospettiva di liberazione dei lavoratori.

L’umanità tutta intera si sarebbe riappropriata del plusvalore fraudolentemente sottratto dai capitalisti e l’Internazionale Proletaria avrebbe creato le condizioni per ridurre, fino ad annullarla, l’alienazione delle catene di montaggio in favore della piena realizzazione di ciascuno, dentro ad una collettività finalmente coesa.

Il filosofo e politologo francese Charles Fourier, precursore del socialismo, aveva anche immaginato e addirittura descritto in anticipo (nel 1808) le utopistiche soluzioni architettoniche che avrebbero dovuto accogliere le libere aggregazioni proletarie. Esse avrebbero esaltato la dimensione comunitaria degli individui, esorcizzando le derive massificanti delle periferie metropolitane.

Il falansterio, l’immenso edificio che avrebbe dovuto accogliere una comunità di persone, sarebbe stata l’unità abitativa aggregata ed aggregante che (nulla a che fare con i palazzoni moderni, presidi incattiviti e violenti di luoghi-non luoghi) avrebbe assicurato le basi per una vita sociale lontana dalle emarginazioni urbane.

Costruito come un grande monastero aperto al territorio circostante, esso si sarebbe configurato come una struttura ad U per assicurare una ottimale dislocazione delle famiglie, garantire l’intimità della vita privata e favorire il massimo dell’interazione sociale. Intorno ad esso si sarebbero organizzate le aree delle attività produttive, dei servizi e del “mercato” mentre negli spazi interni si sarebbero svolte le attività creative. Tutte le attività creative.

Ogni falansterio avrebbe ospitato dai millecinquecento ai millesettecento abitanti ed avrebbe rappresentato l’unità di base delle aggregazioni superiori che così avrebbero combinato in armonia ordine e libertà.

Le comunità nazionali si sarebbero riconosciute, avrebbe poi teorizzato Carl Marx, in un comune destino in grado di annullare ogni rischio di guerra e reciproca sopraffazione tracciando percorsi di sviluppo, benessere e progresso condivisi dal potere proletario internazionalmente integrato.

Prima che arrivasse il socialismo a correggerne o addirittura annullarne le storture, c’era stato il capitalismo, legato dapprima alla proprietà agraria e, successivamente, alla proprietà delle fabbriche. Queste, a loro volta, avevano prodotto il proletariato, il quale, a differenza dei servi della gleba, prestava la propria opera in cambio di un salario, ma soprattutto partecipando ai processi tecnologici che ne favorivano la progressiva emancipazione, sia personale che collettiva.

Il grande economista scozzese Adam Smith diede dignità di scienza al capitalismo e l’altro economista britannico, David Ricardo, teorizzò la coerenza internazionale della sua organizzazione.

Entrambi riconoscevano ai capitalisti la responsabilità-necessità di perseguire il progresso ai fini della crescita della ricchezza delle nazioni e l’avanzamento delle classi sociali.

Le aree metropolitane sarebbero state gli snodi della nuova organizzazione economico-produttiva affidata alla libera concorrenza. Questa avrebbe alimentato il progresso destinato, a sua volta, ad essere il motore dello sviluppo complessivo.

Il mercato sarebbe stato il regolatore supremo e l’incrocio della domanda e dell’offerta avrebbe determinato il costante equilibrio dei prezzi delle materie prime, del lavoro stesso, e dei beni, a partire da quelli di prima necessità.

La speculazione, in tale visione, veniva identificata come la febbre del capitalismo e come tale doveva essere combattuta ed eliminata in vista del ritorno al suo fisiologico libero funzionamento.

Lo Stato avrebbe assunto di conseguenza un ruolo di regolatore, creatore e custode delle migliori condizioni per un armonioso dispiegarsi delle forze in campo. La dimensione nazionale diventava il presupposto e la condizione di ogni successo.

La cooperazione internazionale sarebbe stata assicurata in un quadro di specializzazione produttiva delle singole nazioni. Ciascuna avrebbe spinto al massimo le proprie capacità produttive nel campo ad essa più congeniale, scambiando i propri prodotti con il resto del mondo.

Specializzazione produttiva nazionale e commercio internazionale avrebbero garantito la pace ed il progresso del mondo, intanto che Capitalismo e Socialismo procedevano tra rivoluzioni industriali e rivoluzioni sociali.

Neocolonialismo ed imperialismo sarebbero sopraggiunti, quali altrettante degenerazioni senili, a colpire il capitalismo prima ed il socialismo nella sua forma collettivizzante dopo, sulla spinta della tendenza ad ampliare a dismisura i rispettivi domini e sfere di influenza, avendo dimenticato, il primo, il ruolo regolatore del mercato e il secondo la funzione rivoluzionaria dello Stato. Entrambi avendo rimosso il fine ultimo della ricchezza delle nazioni e della felicità dei popoli, oltre che degli individui.

Sarebbero arrivate le guerre a mistificare tutto e a far perdere di vista il virtuoso dispiegarsi del destino dell’umanità.

Nel ventesimo secolo, gli accordi post bellici di Yalta spartirono il mondo tra i vincitori, creando muri e barriere tra Est ed Ovest, tra Nord e Sud, segnando l’avvento della subdola contrapposizione tra capitalismo e comunismo, tra democrazie e dittature o autocrazie, divenuta guerra fredda.

Gli accordi di Bretton Woods, dal canto loro, segnarono la prevaricazione della speculazione finanziaria sull’ordinato procedere del mercato.

Tutto il resto, sino alle attuali contorsioni di popoli e governi che hanno annullato ogni distinzione o confine tra est ed ovest, tra nord e sud, democrazia e sovranismi, libertà e dittatura, cooperazione e sopraffazione, fino alla dissoluzione della stessa idea di bene e male, è frutto degli effetti combinati e distorti di Yalta e di Bretton Woods.

La speculazione ha cessato di essere la malattia del mercato per diventare l’orizzonte comune del capitalismo e del comunismo, delle democrazie e delle autocrazie, in America ed in Russia, in Europa e in Cina, affermandosi in ogni luogo come grimaldello della generale reciproca sopraffazione. Essa ha finito per identificarsi con il dominio della finanza.

L’ordine declinato dal capitalismo intorno al mercato non esiste ormai da molti decenni, così come è deragliato qualsiasi percorso rivoluzionario del collettivismo di Stato.

Su entrambi i fronti prevale la corsa ad appropriarsi di ogni genere di ricchezza, da quella quotata nelle borse e nelle valute, a quella depositata nelle risorse minerarie necessarie ad alimentare le nuove soluzioni energetiche, a spingere la supremazia tecnologica ed a garantire il controllo dello spazio in un delirio privo di freni.

In tale situazione vince chi ha una dimensione imperiale conclamata ed una capacità di distruzione convenzionale o nucleare che fa premio ( è il caso russo) anche sulla ( scarsa ) potenza economica.

Si spiega così, al di là delle contingenze elettorali americane o europee e delle derive dittatoriali dei regimi autocratici, l’arroganza della triade mondiale che, come il Cerbero mitologico dalle tre teste, intende spartirsi e controllare il pianeta e lo spazio che lo avvolge. USA, RUSSIA e CINA non fanno mistero sulle loro intenzioni in proposito. Tutte e tre sono accomunate dalla diffusione nei loro apparati della metastasi finanziaria che si manifesta nel potere di magnati, oligarchi e capitalisti di stato.

È difficile, in un contesto simile, immaginare scenari di ritorno all’ordine, all’armonia.

Le stesse dispute tra capitalismo e socialismo appaiono addirittura antiche e viene il sospetto che vengano utilizzate per coprire il vuoto di idee e la mancanza di ogni volontà e capacità di osare, che sta cancellando la storia umana per come sin qui l’abbiamo conosciuta.

Addirittura patetici appaiono poi non solo i “mea culpa” sui falansteri traditi o sulle periferie urbane violente, ma anche le nostalgie dei sistemi politici caratterizzati un tempo dalla proprietà pubblica o privata dei mezzi di produzione e dall’azione dello Stato, più o meno forte, tesa a mantenerne l’equilibrato dispiegarsi.

La confusione Europea è figlia del sorprendente deragliamento globale che rischia di travolgerla.

Rimasta come ultimo baluardo della vecchia democrazia, l’Europa ha subìto solo in parte gli effetti della metastasi iper capitalista, essendone rimasta addirittura esente – almeno rispetto alla degenerazione più estrema – e che altrove ha prodotto l’avvento di interi gruppi di magnati ed oligarchi al potere.

La dialettica democratica appare tuttora solida in essa, e la disputa tra destra e sinistra, tra libertà e dittatura, è ancora in campo, mentre sembra ancora lontana la prospettiva di una prevaricazione sovranista o autocratica.

In realtà l’Europa ha vissuto sin qui in una bolla. La sua economia è rimasta abbarbicata su settori, produzioni, tecnologie e mercati divenuti marginali.

Da troppo tempo essa ha rinunciato ad avventurarsi sui territori di frontiera della tecnologia e della tecnica, della ricerca di nuovi orizzonti produttivi ed energetici. finendo per divenire, suo malgrado, debitrice per essi verso gli USA, mentre coltivava il suo ruolo di fornitrice di tecnologie in declino verso la Cina e finendo per ritrovarsi, a causa delle recrudescenze imperialiste russe, priva di fonti energetiche a buon mercato.

La scossa delle elezioni americane del novembre 2024 ha definitivamente mandato in frantumi il suo equilibrio, rivelando per intero i ritardi accumulati. Primo fra tutti quello della mancata costruzione della sua identità sovranazionale nella forma, per dirla con Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, degli Stati Uniti d’Europa.

Il velo che la proteggeva è ormai definitivamente squarciato, il sonno interrotto, ed anche la bolla autoreferenziale si è dissolta.

Al punto in cui siamo, non vi sono vie di mezzo. O si avvia un percorso coraggioso, al limite della temerarietà, che conduca rapidamente, e sia pure con un numero ridotto di protagonisti, al nuovo soggetto politico federale europeo o ci si rassegna alla diaspora, con conseguente corsa di ciascuno alla Corte di questa, o quella, o quell’altra delle tre teste del Cerbero.

Così l’utopia di Ventotene, obtorto collo, torna a rappresentare l’unico viatico per l’Unione degli Stati Europei, tanto agognata e, magari, se ne saremo capaci, finalmente libera da ogni deriva violenta, sovranista o dittatoriale che dir si voglia. E sarebbe un bel passo avanti per il mondo intero, non solo per il “vecchio continente”.

23 marzo 2025

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