IL GIOCATTOLO ROTTO

Da bambini, chi più e chi meno, abbiamo fatto un’esperienza che dovrebbe essere fondamentale per la nostra crescita: quando abbiamo rotto il giocattolo per vedere com’era fatto. Una volta rotto non si poteva tornare più indietro. Era così ai tempi della mia infanzia e ricordo la delusione e la rabbia quando smontai pezzo pezzo un trenino appena arrivato il giorno della Befana, pensando di poterlo poi facilmente ricomporre. Una volta smontato e rotto il meccanismo della molla a spirale che dava il movimento alla piccola locomotiva, non fu più possibile rimediare. Purtroppo, siamo convinti ancora, da decenni ormai, che se qualcosa si rompe può essere immediatamente sostituita, dando l’idea fasulla che si possa sbagliare all’infinito.
Forse un ceto politico pensa ancora che basta frignare un po’ perché tutto ritorni a posto o che è possibile rimediare a qualsiasi errore, cancellando tutto e tornando allo stadio precedente. La sinergia tra virtualità e benessere consumistico ha prodotto enormi disastri e lo vediamo bene (ma non tutti ne hanno contezza, purtroppo) in questi tempi in cui la questione ucraina sottrae costantemente argomenti all’ambiente politico europeo. Il fatto è che la società civile ed i vari governi che l’amministrano, sono entrambi convinti che, se si dovesse arrivare ad una situazione estrema, basterà togliere un po’ di sanzioni alla Russia perché tutto ritorni magicamente come prima. Anzi, ogni giorno che passa ho la sensazione che l’elite di governo dell’Unione europea abbia affrontato la vicenda ucraina ritenendo di avere facilmente ragione della Russia, ma che in ogni caso avrebbero potuto fare marcia indietro e tornare allo status quo ante bellum. Ecco perché, anche per questo, scioccamente hanno accettato di stare al gioco pesante degli Usa, non intuendone il doppio taglio.
Ancora adesso non hanno ben capito che l’energia a basso costo fornitaci della Russia, sui cui si è fondata e sviluppata ultimamente l’economia europea, è persa per sempre. In Italia, dove per giunta si svolge anche una campagna elettorale a dir poco bizzarra, si cerca di far credere che l’attuale situazione è temporanea e che basta dare un aiuto momentaneo sulle bollette (ovviamente, con soldi sottratti ad altri capitoli di spesa) per superare il brutto momento. Il fatto vero, però, è che non sarà mai più come prima ed anche superando gli attuali problemi di approvvigionamento nel giro di qualche anno, l’energia, comunque, avrà un prezzo molto superiore a quello di prima e inesorabilmente costringerà alla chiusura molte aziende non più competitive. Anche se la Russia, per ipotesi, accettasse di vendere ancora gas e petrolio all’Europa, bisognerà convincersi che i prezzi e le condizioni non potranno essere più quelle di qualche mese fa.
Insomma, il giocattolo si è rotto e non lo si può sostituire facilmente, tanto più che l’energia rifiutata dall’Europa masochista con la sua altezzosa rinuncia è già finita nelle mani di economie molto più dinamiche e aggressive, Cina e India in primis, disposte a contenderlo ad ogni costo a quegli idioti (Noi) che se la sono lasciata scappare per dare sostegno a un attore di soap spalleggiato da frange naziste e che per anni, anche se molti non lo ammettono, si è dedicato ad usare violenza nei confronti di poveri civili. Dunque, nemmeno per una buona causa. Ed oggi, anche se Zelensky venisse impiccato alla porta di Brandeburgo, le cose non cambierebbero di una virgola. L’Europa si è rivelata una nemica della Russia, così implacabile che preferisce la propria rovina pur di arrecare dolore a Mosca. Ma questo sentimento appartiene solo alle élite oligarchiche del continente europeo e a quel costrutto privo di democrazia che si chiama Unione europea, non di certo ai popoli, e l’unica modo di tornare in qualche maniera all’amicizia non è abbandonare Zelensky ai lupi mannari nazisti e agli americani, ma di far pendere idealmente dalla corda proprio l’élite politica di Bruxelles che ci ha portato a questo disastro.
Per noi, purtroppo, i mali di questa grave situazione, almeno in parte, derivano dalle politiche sbagliate nel passato.
Lo scandalo delle privatizzazioni, di cui poco si parla, dei beni appartenenti in proprietà pubblica al popolo italiano, per trasferirli a privati soprattutto stranieri, con la crisi energetica da poco iniziata, sta dando i suoi nocivi effetti più visibili con i vertiginosi costi del gas, il cui prezzo è schizzato in un solo anno dai 20 euro al chilowattora agli oltre 330 euro di oggi.
Le privatizzazioni hanno messo sul libero mercato beni di prima necessità, come quelli energetici, che in Italia erano fuori commercio e pertanto al sicuro da qualsiasi speculazione di mercato. L’errore madornale, ottenuto con le privatizzazioni, è stato proprio quello di porre nel libero mercato, in modo che chiunque potesse acquistarli, i beni appartenenti allo Stato-Comunità, cioè al popolo.
Ha iniziato il governo Ciampi-Amato che nel 1990 ha venduto a privati ben 15 banche pubbliche; poi, nel 1992, su sollecitazione di Mario Draghi, il governo di Giuliano Amato (oggi Presidente della Corte Costituzionale) ha posto sul mercato, cioè ha privatizzato: l’INA, al tempo strapiena di soldi; l’ENEL, ossia l’energia elettrica; l’ENI, ovvero gas, petrolio, carburanti, ecc. ; l’intera IRI, con oltre mille aziende pubbliche e più di seicentomila dipendenti finiti poi sul lastrico.
Al punto in cui ora ci troviamo, l’opinione pubblica dovrebbe valutare – e spero che ciò avvenga – anche in sede elettorale, l’opera di tutti i governi di destra e di sinistra che hanno perseverato in quest’azione deleteria, iniziata negli anni ’90 e continuata scelleratamente fino ad oggi, in spregio ai dettami costituzionali (che l’inossidabile Amato conosce bene, data l’alta funzione che oggi ricopre…“meritatamente”). Per questo, ora, la questione della crisi del gas russo assume una particolare importanza. Ed a tal riguardo è da sottolineare che, mentre l’Italia continua perfidamente a difendere il libero mercato, la Francia, invece, si mette al sicuro nazionalizzando le sue fonti di produzione di energia nucleare.
E pensare che in Italia le fonti di produzione di energia erano poste al sicuro, proprio perché beni di proprietà pubblica inalienabile di un Ente pubblico economico, cioè dell’ENI, che grazie ai nostri valorosi paladini, quali sono Draghi e Amato, è stato privatizzato e poi svenduto a stranieri e che ora si ritrova con un surplus commerciale di oltre 8 miliardi di euro, un boom di utili (+700%), grazie ai prezzi ed i margini di profitto, ottenuto soltanto per il primo semestre del 2022. Ovviamente, anche il titolo in Borsa ha avuto il suo decollo strepitoso.
All’interno dell’Europa, e ne ho di recente già parlato ampiamente, ancora più scandalosa è l’azione condotta dall’Olanda, che nel mentre si auto-definisce un Paese frugale, nella realtà è un Paese predatorio della ricchezza degli altri Stati membri. Infatti l’Olanda, commerciando da tempo la materia energetica costituita soprattutto dal gas, con l’azienda di Stato “Gasunie”, sta speculando ignominiosamente – ai danni degli altri Stati membri – sull’aumento di questo bene energetico mediante il sistema dei derivati (futures).
L’Olanda, del resto, si è impegnata già da tempo ad acquisti e vendite anche a livello internazionale, ed Amsterdam è diventata il centro commerciale dove il gioco speculativo del prezzo, tra acquisiti e vendite del gas, viene determinato da operazioni finanziare anche allo scoperto, i cosiddetti futures, stabilendo così il prezzo del gas. Negli ultimi tempi, l’Olanda, proprio con le scommesse sull’aumento del prezzo del gas, ha avuto un notevole ed inatteso surplus commerciale, cui ha fatto riscontro la grande contrazione commerciale di Germania, Italia e Spagna. Ed è per questo motivo che gli olandesi, non più popolo di frugali, si oppongono con tenacia all’imposizione di un tetto massimo al prezzo del gas.
In Italia, prescindendo dalle cause di quanto avviene, invece si discute di un semplice aiuto statale sul prezzo delle bollette dell’energia divenute oltremodo insopportabili per i cittadini, gli artigiani, i commercianti e l’intera categoria degli industriali. Tuttavia Draghi, fermo sostenitore del mercato libero e quindi anche della speculazione che questo comporta, non intende accettare altri scostamenti di bilancio. La sua risposta è stata che se ne parlerà il 15 settembre, cioè domani, a Bruxelles, nella riunione dei ministri competenti in materia, e successivamente ai primi di ottobre, quando si riunirà il Consiglio europeo.
Una delle soluzioni a tutto ciò, ma che sfugge ai vari Berlusconi, Salvini, Meloni, Letta, Calenda, Renzi, Conte, et similia, è quella di nazionalizzare, come esplicitamente indicato nell’articolo 43 della Costituzione, tutte le fonti di energia e quindi l’ENI, riacquistandola con una giusta quotazione di mercato, investendo concretamente, in questa azienda creata dallo Stato italiano nel lontano 1953 dietro la spinta del compianto Enrico Mattei, i miliardi che invece sarebbero insensatamente buttati al vento. In tal modo avremo risolto, almeno in parte, la marea degli errori imperdonabili commessi dai nostri governanti a partire da Draghi, Ciampi, Amato, Berlusconi, Prodi, Monti, e fino ad oggi.
Isernia, 14 settembre 2022