1992, L’ANNUS HORRIBILIS

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A distanza di trent’anni, cerchiamo di ripercorrere, in sintesi, una triste vicenda storica che ancora oggi fa discutere per le sue implicazioni politiche ed economiche; parliamo della svalutazione della lira nel 1992, del ruolo dello speculatore Soros, delle vere cause e degli errori della Banca d’Italia e del Ministero del Tesoro.

Il 1992, non a torto, resta nell’immaginario nazionale il funesto “annus horribilis” dell’Italia. Troppe cose storte andarono quell’anno: sotto i colpi inferti dal pool di Mani Pulite crollava la Prima Repubblica; venivano brutalmente uccisi i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con le rispettive scorte; il governo di Giuliano Amato varava una finanziaria “lacrime e sangue” per risanare i conti pubblici e, dulcis in fundo, ci fu la svalutazione della lira.

Per capire meglio come si arrivò a quest’ultimo evento, però, necessita tornare indietro di oltre due anni e mezzo. Era il gennaio del 1990 e l’allora governatore della Banca d’Italia, il livornese Carlo Azeglio Ciampi (persona colta, laureato sia in lettere che in giurisprudenza, ma non in economia, come meglio sarebbe stato per il ruolo che doveva svolgere nella fattispecie), annuncia che d’ora in avanti la lira italiana avrebbe oscillato all’interno di una “banda stretta” (la larghezza di banda, solitamente, si usa nelle telecomunicazioni ed elettronica; i segnali a banda stretta sono quelli che occupano una gamma ristretta di frequenze: forse Ciampi era un buon radioamatore) del 2,25% contro il marco tedesco. Fermiamoci un attimo. Nel 1979, a quasi 8 anni dal collasso degli accordi di Bretton Woods, i Paesi membri dell’allora Comunità Economica Europea fondarono lo SME (Sistema Monetario Europeo), un sistema di cambi semi-fissi anticipatore dell’euro che prevedeva oscillazioni molto strette tra le valute. All’Italia venne concessa un’oscillazione più ampia, vale a dire del 6%, considerando la sua difficoltà a tenersi dentro una banda più stretta. Ma nel 1990, Ciampi decise che fosse arrivata l’ora di mettersi al pari con le altre economie europee, fissando un limite di oscillazione in alto e in basso del 2,25% rispetto alla parità di 748,56 contro il marco tedesco.

E perché lo fece? Innanzitutto, per combattere l’inflazione. Il maggiore deprezzamento della lira provocava annualmente una maggiore crescita dei prezzi al consumo. Secondariamente, nel tentativo di recuperare credibilità sui mercati, in vista della nascita dell’euro, che già stava nell’aria. Terzo, per via delle pressioni esercitate dagli altri governi della Comunità, che non giustificavano la ragione per cui l’Italia avrebbe dovuto godere di uno status speciale.

Sta di fatto che nel 1992 le cose iniziano a non andare come si pensava. La Bundesbank aveva iniziato ad aumentare i tassi nel triennio 1990-’92, al fine di contrastare l’accelerazione dei tassi d’inflazione dopo la riunificazione delle due Germanie. Se il costo del denaro tedesco era ancora del 6% nell’agosto del 1990, nel luglio del 1992 era salito all’ 8,75%. Inevitabilmente, l’Italia doveva seguirne le scelte (accipicchia, quanto eravamo “sovrani” con la lira), altrimenti i capitali sarebbero defluiti verso la Germania, destabilizzando il cambio e minacciando la nostra permanenza nello SME. In effetti, Ciampi i tassi li alza, ma, in quell’estate commette un errore grossolano, vale a dire di esternare il suo “dolore” per l’aver adottato quella misura. E così, il 6 luglio aumenta il tasso ufficiale di sconto (TUS) dal 12% al 13%, ma già il giorno 17 dello stesso mese è costretto a intervenire con un nuovo rialzo, al 13,75%. Perché? I mercati non avevano digerito l’esternazione di quella doglianza e, frattanto, i capitali avevano accentuato la fuga, specialmente dopo che la notte del 10 luglio il governo del Dottor sottile, tale Giuliano Amato, aveva imposto un prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti degli italiani, di cui serbiamo viva memoria.

Per tutta quella drammatica estate del ’92, la Banca d’Italia cercò di difendere il cambio della moneta nazionale. Anzi, aveva iniziato a farlo da inizio anno, se è vero che nei primi 9 mesi dell’anno “brucia” riserve valutarie per circa 50 mila miliardi di lire (12 mila miliardi solo nel mese di luglio), qualcosa come oltre 25 miliardi degli attuali euro. Ciò nonostante, a settembre la situazione diventa insostenibile. Di quel passo, Bankitalia sarebbe rimasta a corto di dollari, marchi, etc., per importare beni e servizi dall’estero. La bilancia dei pagamenti sarebbe entrata pericolosamente in crisi. Da ciò, la decisione di abbandonare lo SME attraverso la svalutazione della lira. In pochi mesi, il cambio contro il dollaro passa dai 1.078 lire di fine agosto ai 1.583 della primavera ’93. Il crollo è del 32%. Contro il marco, la lira passa da 760 a 1.000, perdendo fino al 24%. Un disastro.

Ad avere scatenato le vendite di lira e sterlina fu il finanziere George Soros, che con il suo fondo “Quantum” scommise contro le due valute e guadagnò miliardi di dollari in pochi giorni. Molti, ancora oggi, sostengono che l’uomo sia stato un cospiratore contro l’Italia, in combutta con presunti poteri deviati dello Stato. Probabilmente, si avvantaggiò di qualche sua conoscenza altolocata e dei suoi legami politici, oltre che della sua cinica esperienza. Ma la situazione è anche assai più facile da spiegare. Il 2 giugno di quell’anno, la Danimarca, con il referendum aveva votato contro l’ingresso nell’euro. L’Italia aveva firmato il Trattato di Maastricht nel mese di febbraio, ma versava in condizioni fiscali assai critiche e non presentava praticamente alcun indicatore macro in linea con i criteri fissati. Il Regno Unito decise di tenersi la sterlina e si rifiutò di seguire la Germania sulla via del rialzo dei tassi. Ecco perché nel mirino di Soros, abile speculatore, finirono queste due valute.

Sul piano strettamente macro, vi erano ragioni alla base della svalutazione della lira. Andando a spulciare i dati dell’epoca, troviamo che nel triennio 1990-’92, l’inflazione cumulata in Italia era stata del 19%, in Germania del 12,75%. Il differenziale si aggirava, quindi, sopra il 6%, a fronte di un deprezzamento della lira consentito nel periodo solo per l’1,5%. Dunque, rimaneva qualche margine da recuperare per tenersi al passo con il marco tedesco, ma certo non nell’ordine del 25-30%, com’è accaduto di fatto con la svalutazione di settembre.

Si può ritenere che ci fu un complotto a beneficio dei soliti speculatori? Altro elemento sospetto riguarda la fuga dei capitali di quell’estate per quasi 26 mila miliardi di lire, più di 13 miliardi di euro al cambio che verrà fissato successivamente. Quei capitali rientrarono in Italia subito dopo che la lira aveva toccato il fondo contro il dollaro, finendo per guadagnare qualcosa come almeno il 30%. In sintesi, molti investitori avevano comprato dollari con la lira forte ed erano tornati a comprare le lire quando il cambio era collassato. Una speculazione, che buona parte dell’opinione pubblica ritiene, oggi come allora, essere stata frutto di un complotto vero e proprio ordito ai danni del sistema Italia.

In sostanza, alcuni grossi capitalisti si sarebbero arricchiti con la svalutazione della lira. In realtà, più che un complotto vero o falso, certamente vi fu un errore madornale commesso da Ciampi. Egli si ostinò a difendere la lira per mesi e mesi, quando sembrava inevitabile una sua svalutazione successiva. Di fatto, Bankitalia “finanziò” gli speculatori, consentendo loro di portare all’estero i capitali con la lira forte e di rientrare quando questa si era ridotta a carta straccia. Né va sottaciuta, in tutta questa brutta vicenda, la responsabilità di Mario Draghi, che a quel tempo rivestiva il ruolo di Direttore generale del Tesoro, e la sua parte nella famosa vicenda che lo vide protagonista il 2 giugno di quel dannato 1992 a bordo del panfilo “Britannia”.

Sostenere la tesi del complotto, oggi, non è proprio facile, dal momento che la vicenda risulta insabbiata sin dall’origine. E’ tipico delle banche centrali difendere la propria credibilità con azioni di corto respiro, tese a guadagnare tempo, nella speranza che funzionino almeno per ridurre l’entità della perdita dovuta alla speculazione. Tuttavia, al di là delle trame ipotizzate, la svalutazione della lira avvenne per ragioni ben precise: l’economia italiana era diventata un miscuglio di debito pubblico, deficit arrivato alle stelle, alta inflazione, una crescita in forte rallentamento dopo gli anni di un’eccessiva ebrezza e di una instabilità politica incontrollata. Scommettere, quindi, contro la lira non fu un’operazione difficile per l’abile ungherese Soros, rivelandosi comunque un finanziere spregiudicato, ancora oggi immancabile protagonista nel campo della speculazione internazionale. Per quanto ci riguarda più da vicino, bisogna tener conto che costui, tra i tanti personaggi, intrattiene stretti rapporti con Paolo Gentiloni, Mario Draghi, Enrico Letta, ed ancor di più, ad onore e gloria, con l’8º sovrano dello Stato della Città del Vaticano, Jorge Mario Bergoglio.

Se non ci fosse stata quella “banda stretta”, molto probabilmente la speculazione non ci sarebbe stata, così come neppure la pre-condizione per entrare nell’euro, vale a dire la convergenza dei tassi d’interesse e d’inflazione con i Paesi virtuosi della Comunità Europea di allora. In quel caso, non fu soltanto Azeglio Ciampi, coadiuvato da Mario Draghi, a commettere l’errore, furono anche i politici di quel tempo a non comprendere le implicazioni che tale scelta avrebbe comportato sull’economia, sulla moneta, sulla finanza, così come non lo avevano capito dopo quel famoso “divorzio” avvenuto tra Bankitalia e Tesoro nel 1981. La “banda stretta”, nelle intenzioni dell’inquilino di Palazzo Koch, avrebbe richiesto un immediato risanamento dei conti pubblici per contenere le spinte inflattive e accompagnare il rialzo dei tassi, creando così una condizione favorevole al cambio. Purtroppo per noi, così non fu.

Ma la Prima Repubblica, ormai giunta al tramonto, si avviava gioiosamente al collasso senza minimamente rendersene conto.

Isernia, 27 maggio 2022

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