
Ciriaco De Mita, morto pochi giorni fa, era dotato di una spiccata intelligenza da vero fuoriclasse, di un ingegno politico raffinatissimo, di un’oratoria ricercata, di un’eloquenza rara. Con lui, un pezzo di storia italiana se ne va. Certamente uno che ragionava con la propria testa, sempre coltivando il dubbio ed il metodo dell’ascolto delle opinioni altrui, soprattutto quelle opposte. Amava dire: “Quando l’avversario ha torto, aiutalo ad avere ragione“, mettendo in risalto uno dei suoi paradossi della sua complessa ed affascinante oratoria.
Forse perché figlio di un sarto amava la tessitura, il “ragionamento politico”, l’articolazione del pensiero, perché la realtà è complessa con i suoi conflitti. Perciò,come lo aveva definito l’avvocato Agnelli, era “l’intellettuale della Magna Grecia“.
Come politico democristiano De Mita era un convinto “moroteo” perché, come Aldo Moro, sosteneva che prima dello Stato ci fosse la persona che lo Stato doveva rispettare. Infatti, per lui, il popolarismo significava questo: lo Stato per la persona, non contro e né viceversa. Per tale ragione la Democrazia Cristiana, “non era un incidente della Storia”. Si era battuto molto per il rinnovamento della Democrazia Cristiana e con lui era stata portata avanti la migliore classe dirigente del partito.
Voleva riformare le istituzioni e restituire “lo scettro al cittadino” e per questo fine si era affidato al senatore Roberto Ruffilli, barbaramente assassinato dalle brigate rosse nell’aprile del 1988. Era per il riconoscimento del consenso popolare: in questo si dimostrava gramsciano e rispettava il voto elettorale.
Il suo vanto politico fu l’elezione a Capo dello Stato di Francesco Cossiga, eletto al primo scrutinio: si inventò il “metodo De Mita” per dimostrare che per determinati obiettivi occorreva una condivisione di “larghe intese”, come era necessario per l’elezione della Presidenza della Repubblica.
E a difesa di questa sua tesi, osteggiò Matteo Renzi, divenendo rappresentante del fronte avverso al referendum costituzionale nel 2016, proprio perché Renzi voleva ottenere la riforma della Carta Costituzionale a colpi di maggioranza e per questo perse la sfida. In questi casi vanno coinvolti tutti i partiti, suggeriva De Mita. Sempre presente e appassionato al dibattito politico, nel duello referendario col rottamatore toscano, non mancarono stoccate personali. Infatti, durante un confronto in tv con l’allora premier, rivendicando con orgoglio la propria storia, De Mita ebbe a dirgli: “Io sono nato e morirò DC, mentre tu non so cosa sei“.
Fu un leale alleato di Bettino Craxi, che invece agì in modo contrario, perché non rispettò “il patto della staffetta”: dopo la Presidenza socialista, in alternanza, doveva toccare alla Dc, ma il segretario socialista venne meno alla promessa. Con Enrico Berlinguer invece era in buona sintonia, perché riconosceva e rispettava il valore di una forza popolare come il Partito Comunista Italiano.
Seppure segretario nazionale della Democrazia Cristiana, Presidente del Consiglio, svariate volte ministro e parlamentare europeo, teneva invece ad essere ricordato come un riformatore delle istituzioni, di cui era cultore e sostenitore.
Fra i tanti ruoli ricoperti, ebbe anche il merito di presiedere, tra il 1992 e 1993, la bicamerale per le riforme istituzionali. Insomma, una vita passata con grande passione nelle stanze della politica. Da ultimo, sindaco del suo paese, Nusco, spinto dalla necessità di “combattere la stupidità“. Disse, a proposito: “Sono stordito dal trionfo della stupidità della politica. Si insegue l’evento senza comprenderne le ragioni. Mi riferisco in particolare alla Lega e ai 5 Stelle“.
A pensare al valore di Ciriaco De Mita ed essere oggi governati da personaggi come Di Maio, intervenuto ai suoi funerali per ironia della sorte, come minimo viene l’orticaria.
Ma questo Paese è ormai diventato “la repubblica delle banane“, ama dire il suo grande amico Eugenio Scalfari.
Isernia, 29 maggio 2022