
Dopo una settimana di fuoco, la guerra continua in Ucraina. Lo scenario è quello consueto: gente disperata dinanzi alle macerie della propria casa, gente che fugge verso le frontiere, città semidistrutte dalla furia dei missili e dei carri armati, vittime militari e civili.
Costa, anche parecchio, esportare la democrazia e combattere il nazismo. I Russi di Putin sono consapevoli del loro sacrificio. Sono generosi e altruisti. Vanno a liberare i loro fratelli ucraini dai lacci insidiosi e terroristici dell’Occidente. Come e con quali mezzi? Con i missili. Sono dei veri fratelli, come Caino.
L’Ucraina resiste. È un miracolo al quale nessuno credeva. Resiste e mette in crisi le previsioni di Putin su una rapida passeggiata militare. Non è bastata neppure l’esplicita minaccia di usare l’arma nucleare. L’Ucraina resiste e la maggior parte dei Paesi del mondo si schiera a favore dell’Ucraina.
Adesso si parla di pace. Con diecimila carri armati alle porte di Kiev e i bombardamenti intensi sulle città e sulle postazioni ucraine, è difficile negoziare. Lo si poteva fare prima, ora è molto più problematico.
Gli Ucraini vogliono la cessazione del fuoco e il ritiro delle truppe russe al di là dei confini. Per i Russi di Putin significa perdere la faccia. L’hanno già persa, con il torrente di sanzioni internazionali scaricato sull’economia russa, ma perderla anche sul terreno è molto imbarazzante. Il mito della superiorità militare cade a pezzi. Se la gente combatte casa per casa, strada per strada, puoi anche sterminarli tutti, ma davanti c’è solo un vuoto di macerie e di morti. Che te ne fai?
Resiste Kiev, resiste Kharhiv, resiste Mariupol rimasta senz’acqua, accerchiata da tre lati. La passeggiata militare si è trasformata in un corteo funebre.
È imbarazzante pensare che il supremo reggitore della Russia sia ancorato a schemi militari ormai desueti: l’occupazione del territorio.
Nella vecchia Unione Sovietica alla politica di potenza si accoppiava un’ideologia che, bene o male, tendeva ad accomunare popoli diversi sotto la stessa religione. Un’altra crociata.
Dietro Putin, invece, c’è solo l’aggressione brutale per strappare un pezzo di terra in più. Una visione da imperialisti e da contadini, allo stesso tempo. L’ideologia aveva un senso, l’imperialismo nazionalista no. Spaventa tutti e interessa solo gli autori.
Taluni commentatori sostengono le ragioni di Putin: la Russia è accerchiata dalla NATO. Difficile pensare che un intero continente, com’è in fondo la Russia, sia accerchiabile. La verità è che il controllo di un Paese, oggi, si fa in altri modi, non con i carri armati, ma con l’economia, i droni, i satelliti, la guerra digitale. Il ritardo economico della Russia non è un’invenzione della propaganda occidentale, ma la conseguenza di una gestione irresponsabile che punta tutto sull’armamento e sulla guerra convenzionale. Non si conquista e non si mantiene un Paese come l’Ucraina con 200.000 uomini. Lo puoi nuclearizzare e poi l’abbandoni per mille anni.
E, intanto, la gente muore. Non muoiono solo le donne, i vecchi e i bambini ucraini. Muoiono anche i giovani Russi di leva mandati in “un’operazione di pace” per liberare i loro “fratelli” ucraini dal prepotere nazista. Vecchi slogan, vecchie concezioni, vecchie rivalse. Il mondo è cambiato e Putin non se n’è accorto. Minaccia tutti, anche la Svezia e la Finlandia, i Paesi baltici, la Polonia e la Nato. L’armageddon.
Se la cosa non fosse estremamente tragica, ci sarebbe da ridere.
Un’aggressione per spostare i confini crea problemi a tutti. Non la condivide la Cina, non la desidera la Turchia, non lo accetta la Georgia, non la vogliono tutti i Paesi del mondo che hanno sempre problemi delicati con le loro minoranze. Se c’è una cosa che non si deve fare è ridisegnare i confini, altrimenti scoppia la terza guerra mondiale.
La storia non insegna nulla. È vero, ma Hitler voleva riunire tutti i tedescoparlanti nel suo Impero, come si propone Putin con i russoparlanti. È una vecchia storia anche questa. Siamo tornati al 1939, quasi a un secolo fa.
Zelenski chiede d’entrare subito nell’Unione Europea. L’Ucraina è certamente un Paese europeo e l’Unione europea non ha né un esercito né una politica della difesa. In fondo, è una richiesta innocua. Perché dà tanto fastidio alla Russia di Putin? Invidia? Non si tratta di entrare nella NATO, che un’intesa militare. L’Unione europea è solo una sicurezza politica. L’Ucraina non ha i requisiti necessari per L’Europa? Forse, ma l’emergenza può giustificare molti strappi.
Misteriosa e ambigua è la posizione della Cina. Potrebbe approfittare per creare un diversivo attaccando Taiwan, gelosamente difesa dagli Stati Uniti. Ma gli Stati Uniti sono un Paese NATO. Sarebbe davvero la terza guerra mondiale. Il rischio è troppo grande. Il regime cinese vive d’illiberalità e di commerci. Ne vale la pena, con tutte le sue minoranze in ebollizione repressa? La stessa cosa vale per l’India.
Il quadro geopolitico è in movimento. Se un merito ha Putin, è quello di aver risvegliato unioni in agonia, come la Comunità europea e la NATO e di far riflettere sulle vere convenienze politiche, non sulle astrazioni imperiali.
Questo il drammatico quadro della situazione come ci viene mostrato da un’ampia area dei media, soprattutto occidentali.
Altri organi di informazione ci raccontano cose diverse, ovviamente.
Infatti ci narrano che nei Paesi della NATO sono emerse molte voci che chiedono ai rispettivi governi di prendere in considerazione quelle che vengono definite le legittime richieste di garanzie di sicurezza da parte Mosca finora respinte.
Dagli Stati Uniti, Tulsi Gabbard, un’ex congressista delle Hawaii ed ex candidata presidenziale del Partito Democratico, è finita sotto accusa per le sue critiche esplicite al complesso militare-industriale-finanziario e alle sue politiche di guerra. In un intervento su Fox News, il 24 febbraio, ha dichiarato che se il presidente Biden avesse “tolto la NATO dai negoziati per l’Ucraina, ora non saremmo in questa pericolosa situazione“. Anche se non appoggia l’intervento militare russo in Ucraina, la Gabbard è estremamente preoccupata che qualsiasi “reazione di rappresaglia” tra Stati Uniti e Russia – le due maggiori potenze nucleari – potrebbe degenerare in un conflitto nucleare da un momento all’altro”.
Sempre la Gabbard si era chiesta, perché la NATO si ostinasse tanto a non dare alla Russia le garanzie richieste. “È perché i guerrafondai in realtà VOGLIONO che la Russia invada, così da poter emettere sanzioni draconiane contro Mosca e stabilire fermamente una nuova Guerra Fredda che assicuri profitti a non finire per il Complesso Militare Industriale nei prossimi decenni?”
Sono molte le personalità di rilevo ed i politici USA che hanno chiesto alla NATO di non consentire l’adesione dell’Ucraina.
Alfred Maurice de Zayas, docente di diritto internazionale ed ex esperto indipendente di diritti umani delle Nazioni Unite, in un’intervista del 26 febbraio, ricorda che mentre l’Occidente denuncia a viva voce l’ ”operazione speciale” della Russia in Ucraina, la NATO stessa ha violato la Carta delle Nazioni Unite molte volte. “In realtà, la NATO non è un’Organizzazione ‘difensiva’, ma al contrario, un’Organizzazione per azioni offensive. I Paesi della NATO hanno commesso crimini di aggressione, crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia e Siria. Non solo la NATO manca di autorità morale, ma anche di credibilità, poiché ha diffuso ‘fake news’ e false narrazioni quando si preparava a tutte le guerre di aggressione”. Quanto agli Stati Uniti, essi “intendono il diritto internazionale come uno strumento geopolitico, da usare o violare all’occorrenza”.
De Zayas sottolinea, inoltre, che alla conferenza sulla sicurezza di Monaco del 19 e 20 febbraio, “il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha detto che ‘Se la Russia vuole meno NATO ai suoi confini, ottiene il contrario, ottiene più NATO’.” Questa, secondo lui, “è stata una provocazione inutile, lanciare il guanto di sfida a Putin”. Allo stesso tempo, ha aumentato la fornitura di armi all’Ucraina, “una minaccia molto chiara contro Mosca e contraria alla Carta delle Nazioni Unite”.
Dall’Italia, l’ex direttore dell’Ufficio dell’ONU per il controllo delle droghe e la prevenzione del crimine, Pino Arlacchi, ha chiesto una soluzione alla crisi che preveda la sovranità per l’Ucraina e la sicurezza per la Russia. Ricorda che, nel 1990-91, ai leader russi erano state date ampie assicurazioni che la NATO non si sarebbe estesa verso Est, ma quelle promesse sono state poi disattese. “I maggiori esperti americani di Russia, dal mitico George Kennan all’ambasciatore a Mosca, Jack Matlock, al Segretario alla difesa di Clinton, William Perry, furono unanimi nel ritenere che i timori russi erano fondati e che la loro richiesta di garanzie di sicurezza era legittima. L’allargamento della NATO verso Est, quindi, era per loro un’idea ‘unnecessary, reckless and provocative‘, cioè: non necessaria, spericolata e provocatoria“.
Qual è la soluzione oggi? Si chiede Arlacchi. “L’unica strada percorribile è un accordo che fornisca alla Russia le garanzie di sicurezza che richiede invano da trent’anni, in cambio della cessazione dell’attacco e di un impegno a lungo termine per il rispetto della sovranità dell’Ucraina. Ciò può avvenire per iniziativa europea, può includere la ripresa degli accordi di Minsk ed anche la creazione di uno status di neutralità per l’Ucraina. …e l’Europa dovrebbe smetterla di scherzare con il fuoco solo per compiacere il suo padrone d’oltreoceano”.
Ciò detto, non si dovrebbe dimenticare che il “regime putiniano” è anche figlio dei gravissimi errori statunitensi (ed europei) commessi dopo il crollo del comunismo: se Stati Uniti ed Europa avessero attuato nei confronti della Russia post-sovietica una sorta di Russian Recovery Program (sulla falsariga del “Piano Marshall” varato subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale), aiutando Mosca a riconvertire la sua arretratissima economia, e a diventare una vera democrazia europea, oggi non ci sarebbero i carri armati russi alle porte di Kiev. Se invece delle selvagge privatizzazioni dei primi anni ’90, madri di un’oligarchia semi-mafiosa, e dell’autoritarismo alla Pinochet di Borís Nikoláevic El’cin (dal 1991 al 1999 presidente della Russia), ci fosse stato un processo di riforme “alla svedese” (come voleva Michail Gorbaciov), oggi la Russia non sarebbe un Paese così profondamente illiberale, faro dei sovranismi anti-UE. Molti russi, soprattutto di mezza età, non hanno dimenticato la fame dei primi anni ’90, né la distruzione della “classe media” sovietica; sono grati al presidente Putin, che di fatto ha “deprivatizzato” l’amministrazione dello Stato, che sotto Boris Nikoláevic El’cin era diventata riserva di caccia di oligarchi e grandi criminali.
D’altra parte non si può nemmeno consentire al regime russo di rovesciare brutalmente la fragile (e imperfetta, ma comunque reale) democrazia ucraina, e di spazzare via l’architettura di sicurezza europea costruita con così tanta fatica negli ultimi trent’anni.
Che fare, dunque? Presumo che non possa esistere alcuna reale speranza di democrazia e pace durature per l’Europa orientale (cioè per la Bielorussia, ormai uno Stato satellite della Russia; l’Ucraina, in guerra dal 2014; la Russia, in preda all’autoritarismo “revanscista” e a un’economia modesta; la Moldavia, il più povero Stato d’Europa, indebolito dalla ormai trentennale secessione della Transnistria, uno Stato-fantoccio di Mosca, non riconosciuto dai Paesi membri dell’ONU) senza una sistemazione economica e commerciale complessiva di quella grande e travagliata regione, di cui solo oggi gli europei dell’Ovest e i nordamericani sembrano scoprire le sofferenze e le lacerazioni.
Come è noto, coloro che prosperano e fanno affari tra loro tendono a non scannarsi (o almeno a farlo meno spesso), perché nessun imprenditore o commerciante vuole ammazzare il proprio cliente. Ed è altrettanto noto che gli scambi sono – tendenzialmente – un lievito per la crescita economica. E, del resto, se l’Europa occidentale, dal 1945 a oggi, ha conosciuto un’ininterrotta stagione di prosperità e pace all’interno dei suoi confini, è anche grazie all’integrazione economica e commerciale assicurata dai Trattati di Roma del 1957, a cominciare da quella tra Germania e Francia.
Per fermare la guerra in Ucraina, e gettare le fondamenta di una reale rinascita dell’Europa orientale, non si possono commettere di nuovo gli errori dei primi anni ’90; nei confronti del regime russo serve il bastone, ma anche la carota. Le diplomazie occidentali dovrebbero fare ogni sforzo per organizzare una Conferenza paneuropea per la pace e la prosperità dove riunire intorno a un tavolo l’Ucraina, la Russia, la Bielorussia, la Moldavia, la UE, gli Stati Uniti e il Regno Unito, nonché il Canada, la Turchia, la Svizzera, l’Islanda, la Georgia, l’Armenia, l’Azerbaigian e la Norvegia.
In cambio della pace, e del rispetto della sovranità dell’Ucraina e del suo percorso di integrazione nella UE, la Russia non riceverebbe solo la garanzia di neutralità da parte dell’Ucraina (ipotesi a cui ha recentemente accennato lo stesso presidente Zelensky, e che si applica ad esempio all’Austria), ma otterrebbe di beneficiare (al pari dell’Ucraina, della Moldavia e della Bielorussia) di una grande iniziativa di rinascita dell’Europa orientale basata su tre pilastri:
– un concreto sostegno finanziario da parte di UE, UK, USA, Norvegia, Svizzera e Canada alla Russia per la riconversione ecologica delle sue industrie e delle sue infrastrutture, secondo un piano elaborato da una commissione tecnica paritaria;
– il rilancio del dialogo tra Russia e NATO;
– il varo di una piattaforma che, sulla falsariga della joint policy Nordic Dimension (attiva dal 1999 tra UE, Russia, Islanda e Norvegia), permetta una collaborazione reale e paritaria tra UE, Bielorussia, Russia e Ucraina in ambiti concreti come l’ambiente, l’istruzione, la cultura, i trasporti, la salute e il benessere della popolazione ecc. Ciò che può funzionare nella regione artica, può funzionare anche nell’Europa orientale.
Nell’ambito della Conferenza sarebbe cruciale trovare una sistemazione, almeno parziale e/o graduale, per il Donbass e la Crimea, nonché una soluzione per la grave situazione politica in Bielorussia, per i problemi della Moldavia ecc. L’Ucraina dovrebbe beneficiare a sua volta di adeguati finanziamenti per la ricostruzione della sua economia secondo un piano elaborato da Bruxelles, da Kiev, dal FMI e dalla Banca Mondiale, in cambio della neutralità e di riforme costituzionali in grado di garantire i pieni diritti e la tutela di tutte le minoranze, sia etniche che linguistiche.
L’Italia dovrebbe essere tra i principali organizzatori della Conferenza, da tenersi simbolicamente a Roma. L’Italia è sempre stata uno degli interlocutori privilegiati di Mosca, e Mario Draghi è uno dei politici più stimati al Cremlino.
La Conferenza dovrebbe gettare le basi per quella Casa comune europea che un grande russo, e un grande europeo, quale Michail Gorbaciov, sognava. Sarebbe un nuovo inizio, dopo trenta anni di gravi errori e pericolosi egoismi da parte sia della Russia che dell’Occidente.
2 marzo 2022