
Non siamo in guerra con la Russia e neppure con Israele, anche se le vicende attuali ci portano ad essere dalla parte opposta. Questioni di opinione. Anche con gli Stati Uniti i nostri rapporti sono un po’ precari. Succede.
Gli assetti del mondo sono in evoluzione e le alleanze si modificano. Non siamo in guerra, eppure tra noi ci sono lo stesso delle vittime innocenti. La cultura, nel senso più ampio del termine, è una di queste.
La radicalizzazione della politica fa sì che anche la nomina di un commesso in banca diventi il risultato di uno schieramento politico. Come la malerba, la politica pervade tutto e nessuno ha il raziocinio per dire: ma che c’entra?
Ora, le recenti polemiche sulla cultura sorte nella città lagunare veneta, sul maestro Beatrice Venezi al Teatro La Fenice e sul padiglione russo alla Biennale, hanno risvegliato un dibattito inconsistente. Tra opposte fazioni. Le polemiche alimentano la politica e viceversa, purtroppo, ma sarebbe necessario ragionare, e questo non è da tutti.
La cultura non è qualcosa che si compra al mercato o che si mangia quando si ha fame. È il frutto di un processo che matura negli anni, nell’esperienza e nella capacità di trasformare le informazioni in una visione. La cultura, qualunque cosa se ne dica, non può essere politicizzata perché non va bene a questo o a quel dittatorello di turno. Che ne capivano Stalin o Hitler di cultura? Nulla.
Come potevano giudicare se l’arte fosse o meno conforme alla loro politica? Come può un’espressione dell’anima tradotta in una tela, in uno spartito, in un libro, essere bandita perché non ti piace o perché l‘ha scritta un tuo oppositore o perché l’autore è un Ebreo?
Sono sciocchezze. Non c’è spazio nella cultura per la politica.
La cultura non è solo un’aggregazione intelligente e trasformata di informazioni, ma l’acquisizione progressiva di una libertà di pensiero e d’espressione che non può, non dovrebbe essere contrastata. E poi, da chi? Da politici che in genere sono degli ignoranti o, comunque, non hanno mai preso una penna o uno scalpello o un pennello in mano, o non sanno leggere uno spartito?
Niente di male, ma ognuno deve fare il suo mestiere. Dicevano i Latini: sutor ne ultra crepidam (ciabattino, non andare oltre il sandalo!). La definizione di artisti di destra o di sinistra è una cosa cretina. La cultura è come la libertà, non ha bisogno di aggettivi. Puoi classificare le correnti artistiche, ma non il loro allineamento politico. Quello è un’altra cosa.
Certo, alcune opere possono celebrare i tuoi nemici, suscitare sentimenti di opposizione, sfiorare l’oscenità o l’orrore, ma che c’entra con la politica? Se non ti piacciono, se non le condividi, è un problema tuo, non della nazione. Non ad acquistarli. Troveranno da loro la strada giusta, se valgono.
La grande e ricca biblioteca di Alessandria, al di là dei vari indiziati Giulio Cesare, per primo, e poi gli imperatori Aureliano e Teodosio, fu bruciata nel 642 d.C. dal generale arabo Amr ib al-As, su ordine del califfo Omar, secondo successore di Maometto, un pazzo che sosteneva che se i libri parlavano di Maometto, erano inutili, perché nel Corano c’era già tutto. Se non ne parlavano, a maggior ragione erano inutili e andavano distrutti.
La cosa, nel tempo, ha preso piede con i roghi dei libri ritenuti pericolosi dalla Chiesa medievale, dai facinorosi di destra e di sinistra, dai nazisti, e nel marzo 2001 dai talebani che hanno distrutto oltre a vari siti storici patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, situati lungo la Via della Seta, anche i Buddha di Bamiyan, due monumentali statue del VI secolo scolpite nella roccia. La follia degli uomini che vogliono cancellare il passato per inventarsene uno che fa comodo a loro, come se la Storia (è vero, la fanno i vincitori, ma non sempre) fosse un abito da ricomporre ogni volta che ci piace.
La cultura russa fa parte del grande patrimonio dell’umanità, e tale resta. È cosa di tutti. Esporre le opere degli artisti russi, anche se adesso sono governati da uno che non ci soddisfa, è un dovere culturale. Non possiamo ignorare la Russia solo perché oggi, il suo, è un regime invasore. Che c’entra?
Spostandoci alla Fenice, il maestro Venezi (una gradevole artista), o è brava o non lo è. Le contestazioni che le vengono rivolte non si limitano alla critica delle sue scelte interpretative o alla mera valutazione delle sue performance artistiche, terreno su cui il confronto sarebbe certamente legittimo e persino auspicabile. Si spingono ben oltre, fino a mettere in discussione le sue doti, il suo curriculum, la sua adeguatezza rispetto ai prestigiosi ruoli ricoperti. E ciò, nonostante risultati artistici evidenti, collaborazioni prestigiose e un riscontro di pubblico significativo. È qui che sorge inevitabile una domanda: perché tanto accanimento?
La risposta sembra risiedere non nella sua bacchetta di direttore, ma nelle sue idee. Beatrice Venezi non è considerata “allineata”. Ma il fatto che sia amica della Meloni o che abbia sentimenti di destra, ditemi, che c’entra con la sua capacità di dirigere o meno un’orchestra alla Fenice, come ha già fatto – e con talento – in tutto il mondo? Il punto centrale, dunque, è il pregiudizio ideologico. Non la qualità della direzione d’orchestra, non la preparazione musicale, ma l’orientamento delle sue opinioni pubbliche.
La critica, quando è fondata su criteri artistici, è il sale della vita culturale. Ma quando si trasforma in delegittimazione preventiva, quando la valutazione tecnica cede il passo alla scomunica ideologica, si entra in un terreno assai pericoloso. Perché oggi il bersaglio può essere un direttore d’orchestra; domani potrebbe essere chiunque osi non conformarsi ai rigidi canoni secondo cui il merito sarebbe appannaggio esclusivo di chi si colloca entro determinati confini ideologici.
Il vero banco di prova per una società veramente matura non è la capacità di applaudire chi è d’accordo con noi, ma quella di riconoscere il merito anche in chi la pensa diversamente. Se Beatrice Venezi viene giudicata più per le sue idee che per la sua musica, il problema non riguarda solo lei: riguarda la qualità del nostro dibattito pubblico e la reale apertura del nostro sistema culturale. E forse è proprio questo che fa più paura: non un direttore d’orchestra, ma la libertà. La libertà di sottrarsi al conformismo, di non chiedere il permesso per esistere nello spazio pubblico, di non piegare il proprio pensiero per ottenere legittimazione.
Il Ministro della cultura Gigli è in imbarazzo per i casi Venezi e Biennale? E perché? Dovrebbe difendere a spada tratta la libertà d’espressione da qualunque parte possa provenire. È qui che si misura la maturità di un sistema.
Potrebbe, più saggiamente, evitare di erogare cospicui finanziamenti ad opere di scarso significato storico-culturale, che dopo la prima inutile uscita ammuffiranno nei magazzini, non solo, ma dovrebbe avere la sensibilità di accaparrarsi gli artisti e le opere migliori esistenti nel mondo, a beneficio dell’intera comunità nazionale (come, per la verità, ha già fatto in alcuni casi).
Al Caravaggio nessuno ha mai chiesto se era un cattolico osservante o un ateo praticante. La sua arte volava al di sopra di tutto, e quelli erano tempi di ferro, mica come i nostri.
Le riserve morali LGBT di oggi non avevano alcun senso di fronte alla grandezza dell’arte di un Leonardo o di un Michelangelo, e il fatto che Raffaello fosse un coureur de femmes non disturbava più di tanto i severi cardinali della Chiesa romana.
Allora, concludendo: la cultura deve essere libera. La politica deve restare al suo posto e i governanti dovrebbero capire che meno s’impicciano, sbagliando, di cultura e libertà, meglio è per tutti.
Isernia, 8 maggio 2026