
Per diventare un Paese maturo e democratico il 25 aprile dovrebbe essere finalmente il simbolo della liberazione dagli stereotipi che hanno accompagnato la cosiddetta “Storia Patria”, basati su narrazioni degli avvenimenti false, addomesticate a fini propagandistici che sarebbe ora di abbandonare per diventare, a tutti gli effetti, un Paese democratico, maturo, esente da contaminazioni ideologiche.
Vogliamo finalmente dirci che tutta la narrazione del Risorgimento è degna delle più scontate tecniche di propaganda di Hollywood?
Non è mai esistito un popolo italiano che ardeva per un’Italia unita e non è mai esistita una monarchia sabauda della quale il popolo italiano anelava di diventare suddito.
Garibaldi è sbarcato in Sicilia per un accordo tra Cavour, l’Inghilterra e i latifondisti siciliani (mafia annessa) e la conquista dell’isola è stata mediata dai Florio, una tra le famiglie più ricche d’Italia e d’Europa tra XIX e XX secolo, divenendo noti come i “Vicerè di Sicilia”.
Abbiamo chiamato brigantaggio la lotta dei partigiani borbonici che si contrapponevano alla conquista dei Savoia per conto degli inglesi.
Abbiamo dimenticato che i piemontesi hanno depredato il Regno delle Due Sicilie e che l’industria del Nord è nata grazie al capitale cosiddetto giudaico, tedesco e svizzero.
Abbiamo dimenticato che le guerre d’indipendenza i Savoia le hanno fatte con Napoleone III che voleva uno Stato cuscinetto nei confronti dell’Austria e che il re Borbone Ferdinando è stato rimesso sul trono dalle truppe austriache pagate con un prestito dei Rotschild.
Queste pagine di “Storia Patria” le abbiamo mischiate in una variegata “ratatouille” frullata, chiamata Risorgimento, perché così andava bene alla propaganda dei Savoia.
Gli italiani hanno cominciato a sentirsi tali, solo dopo aver versato il loro sangue insieme nelle trincee della prima guerra mondiale, dove, però, chi comandava è passato con disinvoltura dalla Triplice Alleanza alla Triplice Intesa, a dimostrazione del fatto che, come dice il detto popolare: “con Franza o con Spagna, purché se magna”.
L’Italia faceva parte della Triplice Alleanza (con Germania e Austria-Ungheria) stipulata nel 1882. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale (1914), l’Italia era alleata di questi imperi, ma dichiarò la sua neutralità, per poi unirsi all’Intesa nel 1915, firmando il Patto di Londra.
La Triplice Alleanza (1882), formata da Italia, Germania e Austria – Ungheria era un patto difensivo. La Triplice Intesa era formata da Francia, Gran Bretagna e Russia. Nel 1914 l’Italia non entrò in guerra con gli alleati (Germania/Austria), dichiarando la natura difensiva non valida. Nel 1915, cambiò fronte passando alla Triplice Intesa.
Ci siamo raccontati che l’intervento fosse frutto di amor patrio quando è ormai noto che gli inglesi finanziarono Benito Mussolini, allora giornalista, per dare corpo ad una propaganda interventista a fianco dell’Intesa (vedi il “Nero di Londra” – Ed. ChiareLettere, 2022- testo frutto delle ricerche d’archivio di Giovanni Fasanella e Mario Josè Cereghino).
Il lavoro di Giovanni Fasanella e Mario Josè Cereghino è il frutto della consultazione delle carte dell’archivio personale (150 faldoni) di Sir Samuel Hoare, declassificate e conservate nella biblioteca dell’Università di Cambridge.
Nero di Londra descrive il sostegno economico a “The count” (“Il Conte” è il nome in codice attribuito dai servizi segreti britannici a Benito Mussolini durante la fine della prima guerra mondiale) fin dalla nascita del quotidiano “Il Popolo d’Italia” (1914) poi ai Fasci italiani di combattimento (fondati nel 1919) e i sostanziosi finanziamenti economici e logistici alla Marcia su Roma.
Tutti fondi che arrivarono a Mussolini e soci attraverso finanziamenti ai giornali in modo che non emergesse per nessun motivo il coinvolgimento diretto degli inglesi.
Già ne “Il golpe inglese” (Ed. Chiare Lettere, 2011), Fasanella e Cereghino scrivevano che “nella fase finale della prima guerra mondiale i servizi britannici foraggiano abbondantemente uomini di partito, direttori di giornali e giornalisti perché conducano una campagna di stampa a favore di Gran Bretagna e Francia, in funzione anti Germania ed Austria per evitare che il Governo italiano uscisse dalla guerra in corso e, come aveva fatto la Russia, firmasse un accordo separato con gli austro-tedeschi, mettendo in grossa difficoltà l’Inghilterra che sarebbe rimasta da sola. E tra costoro c’è anche Benito Mussolini, ex esponente di punta del Partito Socialista, che percepisce 100 sterline alla settimana da Sir Hoare”.
L’informazione viene riportata anche nella nota 28, a pag. 29 dello storico britannico Christopher Andrew nel suo libro “The Defence of The Realm”: The Authorized Official History of MI5, Alfred A. Knopf, New York, 2009).
La storia del Duce uomo degli inglesi è stata ripresa anche da The Guardian con il titolo: “Mussolini era una spia dell’MI5”.
Il giornale inglese scriveva che Mussolini, con uno stipendio di 100 sterline a settimana – equivalenti a 6.500 di oggi – oltre che a far campagna dalle colonne del suo Popolo d’Italia, doveva assicurarsi che i protestanti pacifisti non riuscissero nel loro intento di fermare le fabbriche di Milano.
La rivelazione è parte del libro di Christopher Andrews “Defence of the Realm”, biografia autorizzata dell’MI5, pubblicato per celebrare i 100 anni del corpo.
“Al tempo – spiega a Peter Martland, lo storico di Cambridge che ha scoperto i documenti – l’alleato meno affidabile della Gran Bretagna era l’Italia. La Russia aveva appena lasciato il conflitto dopo la rivoluzione. Erano molti soldi per un uomo che faceva il giornalista, ma l’ultima cosa che il Regno Unito desiderava era vedere le fabbriche di Milano fermarsi per scioperi pro-pace”.
In seguito i Savoia, con Mussolini, alias The count, hanno giocato a fare gli imperatori (Faccetta nera, bella abissina), si sono alleati con Hitler, hanno varato le leggi razziali, hanno invaso la Russia.
L’ARMIR (Armata Italiana in Russia, composta da 230.000 uomini) è stata l’8ª Armata del Regio Esercito inviata da Mussolini sul fronte orientale durante la Seconda Guerra Mondiale (1942-1943). Era un’armata di invasione della Russia, non un esercito di liberazione.
Con la stessa disinvoltura usata nel passare dalla Triplice Alleanza alla Triplice Intesa, l’Italia dei Savoia ha firmato l’Armistizio, che era una resa incondizionata agli alleati, tra i quali, va ricordato, c’era la Russia, quella invasa dai soldati italiani, che liberò Berlino, Auschwitz, ma che scomparirà dalla propaganda post bellica perché gli altri Alleati avevano inaugurato la Guerra Fredda.
Forse, non è a caso che la Russia, anche se con fare volgare, ha scelto i giorni prossimi al 25 aprile per ricordare agli italiani che stavano con Hitler e con “l’Operazione Barbarossa”.
Firmato l’armistizio, l’Italia di Cassibile, dal 3 settembre 1943 al 25 aprile 1945, è diventata cobelligerante degli Alleati. Come cambiamento di casacca è perfettamente in linea con il trasformismo endemico nel Bel Paese.
Non è bello sentirci ricordare dal propagandista di regime russo le nostre magagne.
Dopo aver insultato Giorgia Meloni, in una nuova puntata di Solovyov Live, intitolata ‘Appello all’Italia – finanziatori del nazismo’, il russo ha inviato nuove bordate contro Kiev e contro i leader dell’Unione europea, colpevoli a suo avviso di aver “allevato il nazismo ucraino”. “Ieri hanno stanziato altri 90 miliardi. Vi applaudono i discendenti dei nazisti – ha detto Solovyov -. Ursula von der Leyen, Kaja Kallas, Merz, Pistorius, Meloni, Macron, che non sono discendenti di De Gaulle, ma di Petain”.
Se l’ambasciatore in Italia, Alexey Paramonov, all’indomani della convocazione alla Farnesina, ha tentato di derubricare le parole di Solovyov come “estrapolate dal contesto” e di relegarle a posizioni “personali”, la portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova, ha invece fatto capire che il giornalista interpreta quel che si pensa a Mosca dopo l’ennesimo pacchetto di sanzioni europee.
Dopo aver attaccato la premier e il suo sostegno all’Ucraina, il conduttore russo, pur senza citarli direttamente, ha attaccato l’ex ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il presidente Sergio Mattarella.
La tempistica non è indifferente. Le invettive, infatti, arrivano a pochi giorni dalle celebrazioni del 25 aprile.
“Si è parlato delle ‘impronunciabili’ offese alla premier italiana ma non di quello di cui ho parlato” – ha esordito Solovyov, in una puntata della sua trasmissione che si è occupata, guarda caso, del ruolo “dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale. “Voi, italiani, forse non lo sapete – ha detto Solovyov – ma voglio che sappiate della vergogna dei vostri nonni e bisnonni venuti in questa terra per uccidere i cittadini sovietici. Ricordatevi le affermazioni dei vostri politici in carica: quando un vostro politico, come un ministro, dice del comandante supremo che «è peggio di un animale», quando il vostro presidente paragona il nostro Paese al Terzo Reich non capite di cosa parlate”.
I riferimenti sono a quanto affermato da Di Maio su Putin nel 2022 (“è peggio di un animale”) e da Mattarella, quando nel febbraio 2025 disse che l’invasione russa dell’Ucraina è “della stessa natura delle guerre del Terzo Reich”.
L’Italia è stata liberata da se stessa dagli Alleati e la storia dei partigiani e della Resistenza come secondo Risorgimento è tutta da riscrivere, come del resto in parte è stato fatto da chi non si è prestato alla propaganda, ma ha messo in luce le efferatezze perpetrate dai fascisti repubblichini e dai partigiani (anche tra di loro) durante la guerra civile nata dopo l’8 Settembre.
Aveva ragione Francesco Cossiga quando scriveva di guerra civile.
Quando Togliatti arrivò in Italia, ben conscio di quanto stipulato dagli Alleati a Yalta, da ministro di Grazia e Giustizia decretò l’amnistia (Decreto presidenziale 22 giugno 1946, n. 4): un provvedimento di clemenza emanato dal I° governo De Gasperi pochi giorni dopo il referendum istituzionale che sancì la nascita della Repubblica Italiana (2 giugno 1946). Proposto dal ministro di Grazia e Giustizia, Palmiro Togliatti (segretario del PCI), il provvedimento mirava a favorire la pacificazione nazionale dopo la guerra civile, la Liberazione e il periodo di violenze e giustizia sommaria che seguirono il 25 aprile 1945.
Poi è arrivata la Costituzione che Cossiga definì “quel piccolo trattato di Yalta, formata di pesi e contrappesi in modo che chiunque vincesse non potesse travalicare gli altri”.
Ci sono poi le pagine di storie che non si vogliono vedere, come quelle della Volante Rossa o del triangolo della morte dell’Emilia Romagna o del partigiano di Reggio Emilia che consegnò pistola e sten (la nota pistola mitragliatrice britannica) a Franceschini che si stava apprestando a combattere lo Stato italiano con le Brigate Rosse.
Lo scrittore Rocco Turi, con “Storia segreta del Pci”e “Gladio rossa”, grazie a una ricerca molto documentata sull’emigrazione italiana in Cecoslovacchia, scopre e ricostruisce il fenomeno dei partigiani riparati nel Paese d’oltre cortina per gravi reati commessi in Italia dopo la Liberazione, a partire dalla Volante Rossa, organizzazione comunista eversiva e clandestina, fino a collegarsi direttamente con le origini, la storia e la parabola conclusiva delle Brigate Rosse.
La Volante Rossa, nel dopoguerra, a Milano, ha compiuto numerosi attentati, ferendo e uccidendo fascisti e persone inermi. I protagonisti – Giulio Paggio, Paolo Finardi e Natale Burano – espatriano in Cecoslovacchia e a Praga collaborano attivamente con la scuola di sabotaggio e terrorismo.
Tra le rivelazioni scioccanti, la presenza di italiani ex prigionieri in Russia (i soldati dell’ARMIR) considerati dispersi, utilizzati per finalità eversive da Francesco Moranino – partigiano, a capo delle brigate garibaldine del Biellese, che dopo la guerra fu eletto al Parlamento, venne processato in contumacia per la strage della “Missione Strassera”(26 novembre 1944) e condannato all’ergastolo. Fu in seguito graziato nel 1965 dal presidente Giuseppe Saragat.
Lo stesso Turi, all’indomani del sequestro Moro, scriverà alcuni articoli dimostrando l’esistenza in Cecoslovacchia di campi scuola per terroristi stranieri e italiani: da Feltrinelli e Viel a Franceschini e Curcio, fino ai protagonisti dell’uccisione della scorta di Moro e del suo sequestro.
Vogliamo finalmente prendere atto del “Triangolo della morte (o Triangolo rosso)”, espressione giornalistica e storiografica usata per indicare un’area dell’Emilia-Romagna (con epicentro soprattutto nelle province di Modena, Reggio Emilia e Bologna, talvolta estesa a Ferrara) dove, tra il 1943 e il 1949 (con picco tra la Liberazione del 25 aprile 1945 e il 1946-47), si concentrarono un numero elevato di omicidi e esecuzioni sommarie a sfondo politico?
Le violenze furono perpetrate principalmente da estremisti di sinistra, militanti comunisti o gruppi partigiani non sempre controllati dal comando centrale della Resistenza. Non si trattò solo di “giustizia partigiana” contro crimini fascisti, ma spesso di esecuzioni sommarie, vendette personali o azioni che mescolavano motivi politici, sociali e criminali comuni (furti e rapine camuffati da motivi ideologici).
L’espressione “Triangolo della morte”, originariamente riferita a una zona più ristretta nel Modenese: tra Castelfranco Emilia, Mirandola e Carpi, o tra Castelfranco, Piumazzo e Manzolino, in seguito fu estesa al “triangolo” più ampio tra Bologna, Reggio Emilia e Ferrara (o province limitrofe).
L’Emilia-Romagna registrò, secondo alcuni documenti del Ministero dell’Interno dell’epoca, uno dei numeri più alti di uccisi e dispersi nel Nord Italia nel periodo post-Liberazione (intorno a 1.500-2.000 tra uccisi e presunti scomparsi nella regione, anche se le cifre variano molto tra fonti).
Le stime sul totale delle vittime in Italia variano notevolmente e sono oggetto di dibattito storiografico: da circa 8.000-15.000 (stime più moderate, come quelle di Giorgio Bocca) fino a 17.000-30.000 secondo fonti governative o antifasciste dell’epoca (Parri, Scelba).
La Resistenza non sconfisse il fascismo ma accompagnò la vittoria degli Alleati; il popolo non si schierò con la Resistenza, e anche dopo la guerra preferì la DC non solo per la sua ispirazione cristiana e occidentale quanto per la sua “neutralità” rispetto al fascismo e all’antifascismo, anche per dimenticare il passato consenso popolare al regime. Senza dimenticare che metà Resistenza non combatté in nome della libertà, ma col proposito di instaurare una dittatura del proletariato sul modello dell’Unione Sovietica. Infine, ci dicono gli storici italiani, la partitocrazia nasce con “Il Comitato di Liberazione Nazionale” (CLN) e la morte della patria, l’8 settembre del 1943.
Ora siamo, anche se in forma latente, in presenza, nuovamente, di movimenti di una sinistra eversiva che alcuni chiamano ancora fatta di “compagni che sbagliano” e che altri non solo coprono, ma proteggono.
C’è, come c’è sempre stata dal secondo dopoguerra ad oggi, una frangia di sinistra eversiva che si avvale di una copertura politica che mantiene alta la tensione con la scusa dell’antifascismo al fine di coprire una logica anti statuale.
C’è tra costoro, ad esempio, chi arriva a dare della pagliacciata al raduno degli alpini, senza nemmeno rendersi conto che gran parte dei volontari della Protezione civile è fatta di alpini o di loro simpatizzanti.
Secondo quanto riportato da diverse testate, c’è chi, sempre della stessa area di sinistra eversiva, ha detto che andrebbe somministrata la “ricina” ai proprietari di case che affittano a prezzi speculativi. L’attuale giallo di Pietracatella, di cui ampiamente si stanno occupando i media, che non ha nulla a che fare con il lucro abitativo, ci fa riscoprire gli effetti letali di questa potente citotossina.
C’è chi teorizza l’occupazione delle case come diritto “democratico”. C’è chi sfascia vetrine ad ogni manifestazione ed è coperto da un certo mondo di sinistra, politica e sindacale.
Per farla breve, esiste una frangia di estremismo di sinistra, violento, intollerante e antistato che pretende di dettare le regole dell’antifascismo.
Ora che del fascismo nessun soggetto politico ne richiama, nemmeno vagamente, una qualche derivazione e tutti si definiscono antifascisti (a parole, dice qualcuno, ma solo a parole erano pure neofascisti) è tempo di restituire il fascismo alla sua sede propria, nel cuore del passato, fuori dal presente.
Il fascismo fu interamente compreso tra le due guerre e ne portò le stigmate: la guerra mondiale da cui scaturì e la Seconda guerra mondiale in cui fu sepolto. Ora che il fascismo è separato dalla politica, è tempo che la ricerca e il giudizio storico non siano più risolti o inibiti nel pre-giudizio morale e nella criminologia d’accatto.
Quando si parla di fascismo, l’attenzione dovrebbe rivolgersi ai protagonisti e agli antagonisti della sua epoca, a partire da Mussolini, e agli storici che cercarono di cogliere la sua ragione storica e ideale. Altri, eredi presunti o sedicenti, non c’entrano. Aveva poco senso identificarlo con Almirante e il Msi, ancor meno con Fini e An, ormai del tutto impropriamente con Meloni e FdI. Resta insuperata l’obiezione di Marco Pannella al XIII congresso missino del 1982, a Roma, quando disse che il fascismo era stato una cosa grande e tragica, ma era Mussolini, Rocco, Gentile, Balbo, Beneduce e Serpieri; nulla aveva a che fare coi suoi epigoni. Era una formidabile liberatoria per i missini, dopo anni di ghettizzazione, e il Msi la cercava da anni; ma di fronte a quel paragone impietoso, Almirante fu costretto a una precipitosa marcia indietro e disse: “Il fascismo è qui”, perché temeva di perdere la residua rendita di posizione. Fu l’ultimo sussulto di eredità rivendicato ormai fuori tempo. E invece c’è ancora chi attribuisce un’impropria discendenza ai suoi riluttanti, presunti epigoni.
Tutto questo di cui ho appena accennato a che serve? A nulla, a poco, o solo a restituire uno sforzo di verità e di realismo per ripensare il nostro passato. Non serve a riabilitare, ribaltare o ripristinare; ma a conoscere, a ristabilire se non la verità, la passione onesta di verità. Ma serve soprattutto a una cosa: a sottrarre il fascismo al presente e restituirlo al suo tempo, al suo mondo, ai suoi morti. È storia, non è politica. Riguarda tutti, non appartiene a nessuno. Restituiamo il fascismo ai protagonisti, ai testimoni, agli storici e agli studiosi.
Tornando all’evento odierno, il 25 aprile se fosse una ricorrenza davvero di liberazione, dovrebbe liberarsi delle false narrazioni, dei fantasmi del passato, dei vari movimenti estremisti rossi e neri di oggi, per arrivare finalmente ad avere un Paese maturo politicamente e democraticamente, facendo del lavoro, della giustizia sociale e della Costituzione le bandiere del rilancio democratico.
Si discute ogni anno, così come oggi, in occasione della Festa della Liberazione, della sua attualità e, a mio parere, sarebbe opportuno celebrarla non solo ricordando la fine del dominio nazifascista e l’avvento della democrazia, ma anche le speranze di allora per la costruzione di una società più giusta sul piano sociale, libera dal bisogno, tenendo sempre conto che non può esservi vera libertà senza giustizia sociale e non si avrà mai vera giustizia sociale senza libertà.
Isernia, 25 aprile 2026