La democrazia americana di Trump

L’attacco di Donald Trump segna una frattura senza precedenti tra Washington e Vaticano. Offendere il Papa Leone XIV e rivendicarne perfino l’elezione non è provocazione, è arroganza ed ego. Lo dico senza giri di parole, come lo sento dentro: quello che ho letto e sentito mi ha provocato un’indignazione che non è solo politica, è qualcosa di più profondo, quasi fisico. È come se fosse stato violato uno spazio che, per me, non è negoziabile.

Quanto avvenuto domenica necessita di una valutazione ad ampio respiro. Il Papa non è intoccabile né incriticabile, sia chiaro. La critica, quando è fondata, è legittima e il Papa (tra l’altro il primo americano eletto) resta un uomo soggetto a errore, la storia vaticana è piena di esempi. Ma il modo in cui questa critica viene portata avanti racconta qualcosa di molto più profondo e pericoloso del semplice dissenso. Nel frattempo il mondo cosa fa? Osserva.

Non è nemmeno il contenuto ridicolo in sé a preoccupare, è il metodo. È la violenza verbale, la superbia, la sistematicità ossessiva. Ha trattato il capo spirituale della religione più diffusa al mondo come un qualsiasi politico di livello infimo.

Perché qui non si tratta semplicemente dell’ennesima provocazione di Donald Trump. Quelle le conosciamo, fanno ormai parte di un repertorio logoro, ripetitivo, quasi prevedibile nella sua brutalità. No, questa volta è diverso. Questa volta il bersaglio è il Papa, Leone XIV, cioè non un uomo tra gli altri, ma una voce che, credenti o no, rappresenta un argine morale, un punto di equilibrio in un mondo che ha perso il senso del limite.

E ciò che mi irrita non è solo l’attacco già grave di per sé ma il tono, il sottotesto, l’arroganza che lo attraversa. Compresa l’idea, neanche troppo velata, che perfino l’elezione di un Papa possa essere ricondotta a una strategia personale, a un riflesso del proprio potere.

Come se tutto dovesse orbitare attorno a un unico centro: se stesso. Questo è ciò che mi indigna di più: la pretesa di piegare anche il sacro alla logica del dominio.

Quando leggo frasi come “dovrebbe essermi grato” o “ Se non fossi alla Casa bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”, sento qualcosa che stride violentemente. Non è solo mancanza di rispetto istituzionale, è una forma di hybris, quella tracotanza antica che i greci temevano più di ogni altra cosa, perché annunciava sempre una caduta, ma, nel frattempo, lasciava macerie.

E allora mi ritrovo a pensare: fino a che punto siamo arrivati, se persino la parola del Vangelo, legittimamente invocata dal Papa in questi drammatici eventi di guerra, che per sua natura è disarmata, mite e universale, viene trattata come un’opinione politica da attaccare, ridicolizzare e delegittimare?

La risposta del Papa, invece, mi colpisce in modo opposto. Nessuna escalation, nessuna rissa verbale. Solo una linea chiara: “Io parlo del Vangelo”.

È qui che sento tutta la distanza tra i due piani. Da una parte il rumore, la forza e l’ego. Dall’altra una voce che non ha bisogno di alzarsi per essere ferma. E questo, paradossalmente, aumenta il mio sdegno.

Perché quando la misura incontra la dismisura, quando la sobrietà viene aggredita dalla caricatura del potere, allora non è più solo uno scontro tra persone: diventa uno scontro tra visioni del mondo. E io, dentro di me, sento chiaramente da che parte stare.

Mi indigna anche il contesto, il fatto che tutto questo accada mentre si parla di guerra, di escalation, di un mondo che brucia davvero. In quel contesto, attaccare chi invoca la pace non è solo fuori luogo: è pericoloso. È un segnale.

È dire, implicitamente, che la pace è debolezza, che la misura è un difetto, che la complessità va schiacciata sotto gli slogan. E no, questo non riesco ad accettarlo.

Perché se c’è una cosa che non voglio perdere non come cittadino, ma come uomo, è proprio il rispetto per quelle voci che, anche quando danno fastidio, ci ricordano che esiste un limite. Che non tutto è lecito. Che il potere, senza un argine etico, diventa solo forza cieca.

Il punto, in questa brutta vicenda, non è difendere il Papa, mi sembra chiaro; Il punto è capire che una critica portata avanti in modo compulsivo, aggressivo e privo di misura spinge il livello dello scontro fuori scala.

Come ho precedentemente detto, la critica può esistere, deve esistere, ma deve restare dentro un perimetro razionale. Qui siamo andati oltre l’ immaginabile. Qui siamo davanti a un approccio che altera gli equilibri globali in modo sistematico. Continuare a osservare, aspettando che tutto si riassesti da solo, è un errore già visto, ricordiamolo. La storia non si ripete mai uguale, ma i corsi e ricorsi della storia con i propri meccanismi sì. E ogni volta che vengono ignorati, il prezzo lo paga il mondo intero.

La storia insegna che i segnali arrivano sempre prima delle tragedie. Negli anni Trenta molti sapevano chi fosse Adolf Hitler. Non era un mistero la sua visione, né la direzione che stava prendendo l’Europa. Eppure il mondo scelse di chiudere gli occhi, di aspettare, di minimizzare. Fino a quando non è stato troppo tardi. Il risultato è noto, milioni di esseri umani sterminati.

Oggi il contesto è diverso, ma il meccanismo mentale rischia di essere lo stesso; la critica gratuita al Papa di domenica, priva di sostanza, non è un episodio isolato. È un tassello coerente dentro un disegno più ampio. Un processo progressivo che punta a riportare l’America a una centralità che appartiene a un altro tempo, costruendo una figura salvifica unica, capace di imporsi come riferimento assoluto.

E allora sì, lo dico con estrema amarezza ma anche con lucidità: questo attacco non è solo “uno dei tanti”. È un passo oltre. È un segnale di un clima che si sta deteriorando, in cui tutto può essere detto, contro chiunque, senza più alcuna soglia. Ed è proprio questo, forse, che mi inquieta più di tutto. Non le parole in sé. Ma il fatto che stiamo iniziando a considerarle normali.

Direi che è arrivato il momento di una reale presa di coscienza della democrazia americana e di un’azione conseguente. Quando la politica perde il senso della misura, le conseguenze non restano confinate nei palazzi. Si allargano, si sommano, e prima o poi presentano il conto.

Isernia, 14 aprile 2025

Questa voce è stata pubblicata in Attualità, Politica, Politica estera e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.