
Da alcuni giorni assisto, alquanto inebetito, alla moltitudine di “sparate”, provenienti da più parti, sulla legge finanziaria che il governo si accinge a varare, accompagnata quotidianamente dai “peana di guerra” del centrosinistra. Siamo alle solite sceneggiate allorché, da un trentennio a questa parte alternandosi al governo, il sedicente centro destra invoca “il taglio delle tasse” e il sedicente centro sinistra urla che bisogna “aumentare le risorse alla Sanità e alle disuguaglianze”.
Purtroppo le uniche conseguenze, generate dal gioco dei ruoli ricoperti alternativamente da tutti i partiti negli ultimi 10 anni, sono rappresentate dal costante aumento della Spesa Pubblica e contemporaneamente del debito e della pressione fiscale. Tre fattori determinanti nella politica economica di governo, che tuttavia non sono stati utilizzati per attenuare gli effetti delle crisi, che dal 2008 si susseguono senza soluzione di continuità in Italia, con l’intento di migliorare la competitività delle imprese o la qualità della vita delle famiglie.
Peraltro, la crescita vertiginosa della povertà certifica, una volta di più, che l’unico obiettivo che è stato perseguito, nei fatti, da tutti i governi degli ultimi decenni, è quello di finanziare i propri “orti” elettorali, dimostrando ancora una volta come la gestione delle Finanze pubbliche (spesa, debito e pressione fiscale) rappresentino la vera forma di potere in Italia.
Tutti colpevoli, quindi nessun colpevole! Tutti, me compreso, si trovano d’accordo con entrambi, ma in realtà cosa hanno fatto quando si sono trovati alla guida del governo? Ben poco. Hanno semplicemente cercato di “mettere i conti a posto” per osservare i vincoli dell’UE. Intendiamoci vanno rispettati, ma chi conosce i meccanismi delle leggi di bilancio sa che si basano sul posizionamento di numeri e voci che permettono di avere solo il benestare da Bruxelles. Ma dietro quei numeri e quelle voci ci sono milioni di persone ed imprese.
A questo punto, a maggior conforto del mio ragionamento di fondo, ritengo utile fare un breve e necessario accenno al processo delle nostre privatizzazioni in quanto costituiscono il filo conduttore delle riflessioni successive e anche perché bisogna aver contezza che i mali di oggi vengono da lontano.
Sappiamo che la crisi del nostro Paese ha origine, concretamente, a partire dal 1992, sotto il governo Amato. E fu proprio Giuliano Amato che dette il via a un vasto programma di dismissioni di aziende pubbliche, anche se il processo fu preceduto da iniziative legislative già nel 1990, con la Legge Amato/Carli, quando si era iniziato a trasformare gli istituti di credito di diritto pubblico in società per azioni.
Per la cronologia, il primo atto legislativo ufficiale fu il decreto-legge del 1991 ad opera del quarto governo Andreotti, anche se alcuni eventi significativi precedettero quel decreto, come la cessione di Alfa Romeo alla Fiat, nel 1986, quando a presiedere l’IRI c’era Romano Prodi.
Successivamente, con una direttiva del 30 giugno 1993, il presidente del Consiglio dei ministri, Carlo Azeglio Ciampi, procedette alla dismissione delle partecipazioni detenute dal Tesoro in Banca Commerciale Italiana, Credito italiano, Enel, IMI, STET, INA e Agip. Nel 1997 venne invece privatizzata Telecom Italia, nel 1998 fu la volta di ENI e nel 1999 quella di ENEL.
I settori industriali interessati dalle privatizzazioni furono: telecomunicazioni, energia, elettricità, gas, trasporti e banche. L’obiettivo, si lasciava far credere, era ridurre il debito pubblico e rendere le imprese statali più efficienti, e tra le aziende privatizzate ci fu, oltre a quelle già dette, “Autostrade per l’Italia” e molte altre, con esiti disastrosi in termini di vite umane ed esplosione dei costi energetici. Nella realtà, non servì per ridurre il debito, come sarebbe stato auspicabile, ma il deficit (dilatando nei fatti la spesa). Il processo è proseguito con i governi successivi, come il governo Prodi e il governo D’Alema, che hanno continuato a privatizzare grandi gruppi industriali come l’IRI (a partire dal 1996). Mantenendo in tal modo la “libertà” di aumentare la spesa pubblica a favore dei governi che si sono succeduti fino all’ingresso nell’euro.
Tra il 1992 e il 2005 il processo di privatizzazioni coinvolse circa 30 aziende pubbliche, generando un incasso per lo Stato di circa 100 miliardi di euro. L’uscita dello Stato dal settore bancario si completò definitivamente con la cessione della BNL nel 1998 e del Mediocredito Centrale nel 1999.
Quello della privatizzazione delle aziende pubbliche fu un processo vissuto – e ricordato – dall’opinione pubblica come un processo opaco e poco chiaro, più che come un cammino graduale, che vide il coinvolgimento di quasi tutte le forze governative italiane. Di quel mutamento epocale furono protagoniste le classi dirigenti e non la società stessa, che ne vide le conseguenze ma non ne comprese forse appieno le ragioni.
Negli ultimi anni, diversamente, si è in parte registrato un rallentamento del programma di privatizzazioni con un rinnovato interesse al pubblico. Tuttavia, il passato
Documento di Economia e Finanza del 2023, approvato dal Governo Meloni, prevedeva l’afflusso nelle casse dello Stato di 20 miliardi di euro entro il 2026, in seguito a vendite totali o parziali di aziende pubbliche. In particolare, il progetto prevedeva l’entrata di ben 920 milioni dovuti dalla cessione sul mercato del 25% di Monte dei Paschi di Siena, che dopo un periodo di nazionalizzazione doveva ritornare privata. Pertanto, lo scorso mese di giugno, l’esecutivo Meloni ha deciso di cedere il 15% della sua partecipazione in Mps (Risanato con soldi pubblici, ricordiamolo. L’intervento statale fu una ricapitalizzazione precauzionale da quasi 20 miliardi di euro, finalizzata a evitarne il fallimento e a risanare il bilancio. ), con una procedura del tutto anomala. Dal collocatore ai partecipanti al possibile acquisto. Così la politica tenta di costruire un monopolio del credito, accettando una mediazione al ribasso con i grandi fondi americani. che si sono già mangiate le “banche del territorio”.
Monte dei Paschi non è più, né la banca di Siena, né la banca pubblica. Il controllo è passato a grandi capitali privati: ha acquisito il controllo di Mediobanca tramite un’operazione di scambio e acquisto (OPAS) che si è conclusa a settembre 2025. Tra i principali azionisti ci sono anche altri istituti come Banco BPM e fondi esteri come Norges, Bank Delfin (17,5%) appartenente alla famiglia Del Vecchio, Caltagirone (10,2%), Banco Bpm (3,7%) e altri soggetti finanziari. In pratica, uno degli elementi di forza del nostro Paese, rappresentato dalla capacità di risparmio, è diventato la principale fonte di profitto non solo per i nostri azionisti paperoni, ma anche per quelli statunitensi.
Naturalmente questo è avvenuto mentre il Governo Meloni, nella vicenda, si preoccupa prevalentemente di difendere il “salottino” buono degli amici Caltagirone e Del Vecchio. Con l’uscita del Tesoro si chiude davvero un’epoca. Il Monte non è più presidio pubblico, né istituzione civica: è una banca privata, regolata da logiche di profitto e da strategie che poco hanno a che fare con il futuro della città di Siena. Un patrimonio costruito con fatica e intelligenza è stato dissipato da una governance miope, da errori politici e da una classe dirigente incapace di custodirlo.
Nel silenzio generale anche le banche popolari sono diventate appannaggio della finanza americana. L’ultimo tassello è costituito dall’acquisizione da parte di Jp Morgan del 10% di Bper che, peraltro, sta scalando la Banca popolare di Sondrio. Si tratta di un dato che si aggiunge alla presenza della stessa Jp Morgan e di BlackRock in Bpm, dove è presente anche Credit Agricole con oltre il 9%, e in una serie di altri istituti dove l’”azionariato popolare” ormai non ha più alcun vero rilievo. Dopo l’ingresso nei colossi come Unicredit e Intesa Sanpaolo, e in realtà rilevanti come FinecoBank, dove BlackRock ha oltre il 10%, e in Mps, la finanza statunitense ha conquistato anche le cosiddette “banche del territorio”, monopolizzando così il risparmio gestito degli italiani.
In pratica, uno degli elementi di forza del nostro Paese, rappresentato dalla capacità di risparmio, è diventato la principale fonte di profitto per i monopolisti statunitensi.
Al concorso del raggiungimento di 20 miliardi di euro, come innanzi accennato, rientra la vendita anche del 29% di Poste Italiane e del 4% di ENI, per un corrispettivo pari a 6 miliardi di euro; non solo, è prevista anche una eventuale vendita del 49% di Ferrovie dello Stato e del 28% di Enav. Il programma ambizioso porterebbe il debito ad attestarsi al 139,6% rispetto al PIL, nel 2026, contro il 140,6% che, al contrario, si verificherebbe se non si riuscissero a conseguire i 20 miliardi di euro previsti dal Governo. Queste le previsioni del Governo. Purtroppo, in Italia il rapporto debito pubblico/PIL è tra i più alti a livello europeo, attestandosi al 137,9% nel primo trimestre del 2025, secondo dati Eurostat. Questo dato, in aumento di 2,5 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2024, riflette le sfide economiche del nostro Paese.
Quelli che ora sono al governo e che negli ultimi dieci anni si trovavano all’opposizione, all’interno del teatrino della politica criticavano giustamente le strategie dei governi precedenti, esattamente come quelli che erano in maggioranza e che ora si trovano all’opposizione, avversano anche giustamente le politiche del governo in carica.
Purtroppo le uniche conseguenze, generate dal gioco dei ruoli ricoperti alternativamente da tutti i partiti negli ultimi 10 anni, sono rappresentate dal costante aumento della Spesa Pubblica e contemporaneamente del debito e della pressione fiscale. Tre fattori determinanti nella politica economica di governo, che tuttavia non sono
stati utilizzati per attenuare gli effetti delle crisi, che dal 2008 si susseguono senza soluzione di continuità in Italia, e quindi con l’obiettivo di migliorare la competitività delle imprese o la qualità della vita delle famiglie.
Peraltro, la crescita vertiginosa della povertà certifica, una volta di più, che l’unico obiettivo che è stato perseguito, nei fatti, da tutti i governi degli ultimi decenni è quello di finanziare i propri “orti” elettorali, dimostrando ancora una volta come la gestione delle Finanze pubbliche (spesa, debito e pressione fiscale) rappresentino la vera forma di potere in Italia.
Tutti colpevoli, quindi nessun colpevole!
Tanto premesso, riprendiamo il filo del ragionamento interrotto sulla manovra finanziaria 2026 del ministro Giorgetti.
Ricordiamo tutti iI governo Monti, 16 novembre 2011 – 21 dicembre 2012, in termini “deflattivi”, il quale riportò sì lo spread da quota 538 alla soglia dei 100 punti, il che potrebbe apparire come formale risultato della propria capacità di gestione della Spesa Pubblica, ma che nei fatti derivò principalmente dall’azione dell’allora governatore della BCE, Mario Draghi, che comprava i titoli del nostro debito pubblico nel mercato secondario.
Se poniamo lo sguardo agli ultimi 10 anni, nessun governo, ribadisco nessun governo, ha dimostrato un minimo di capacità e volontà di invertire questo terribile trend, come del resto la finanziaria del governo Meloni conferma.
In questo contesto, quindi, può servire, per individuare e non dimenticare i responsabili di questo aumento vertiginoso in soli 10 anni dell’indice di povertà, l’elenco dei governi che si sono via via succeduti :
– Governo Renzi, in carica dal 22 febbraio 2014 al 12 dicembre 2016, coalizione di centro-sinistra.
– Governo Gentiloni, in carica dal dal 12 dicembre 2016 al 1° giugno 2018, coalizione di centro-sinistra.
– Governo Conte I, in carica dal 1° giugno 2018 al 5 settembre 2019, coalizione Movimento 5 Stelle e Lega.
– Governo Conte II, in carica dal 5 settembre 2019 al 13 febbraio 2021, coalizione Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e Liberi e Uguali.
– Governo Draghi, in carica dal 13 febbraio 2021 al 22 ottobre 2022. Governo di unità nazionale con un’ampia maggioranza parlamentare che includeva la Lega, il Movimento 5 Stelle, il Partito Democratico, Forza Italia, Italia Viva, Articolo Uno, Azione e, da giugno 2022, anche Insieme per il futuro. Altri partiti, come Fratelli d’Italia, avevano dato appoggio esterno.
– Governo Meloni, in carica dal 22 ottobre 2022 a oggi, coalizione di centro-destra (Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia).
Ora, se vogliamo fare un’analisi seria, partiamo da ciò che è l’Italia oggi nel mondo: nel campo dell’informatica non figuriamo nemmeno fra le prime 100 aziende; nella chimica nemmeno fra le prime 50; in agricoltura, negli allevamenti, nell’ittica, nelle costruzioni, nel commercio, nel turismo alberghiero, nella logistica e trasporti nemmeno fra le prime 30.
Fino al 1992 figuravamo nelle prime 5 posizioni in tutti i settori sopra citati ed
eravamo al quarto posto mondiale per reddito pro capite dietro solo agli Stati Uniti, Giappone e Germania e davanti a Francia e Gran Bretagna. Oggi siamo al 29° posto.
Dal 1992 in poi, entrambi gli schieramenti hanno messo in atto una politica di forte riduzione dei salari. Infatti, in Italia sono cresciuti fino al 1991 ma, da allora in avanti, c’è stato un calo dei salari reali di circa il 2,9% tra il 1992 e il 2020, un fenomeno unico in Europa, dove nello stesso periodo si è registrata una crescita media delle retribuzioni pari al 32,5%. Avete letto bene, i redditi in Italia sono diminuiti di circa il 3%, mentre in tutta Europa sono cresciuti oltre il 32%. Nel frattempo, secondo fonti ISTAT, l’inflazione ha eroso non poco il valore d’acquisto degli italiani. In realtà, nel periodo compreso tra gennaio 2010 e settembre 2025, il tasso di inflazione è aumentato del 29,7%, per cui se avevamo speso nell’anno 2010 un importo uguale a 1.000 euro per acquistare alcuni beni o servizi, per ottenere la stessa quantità di beni o servizi nell’anno 2025 serviranno 1.296,625 euro. Senza tener conto, inoltre, per lo stesso periodo, dei prezzi stratosferici raggiunti dell’energia elettrica e del gas, superiori alla media europea, con ripercussioni significative su cittadini e imprese.
Già solo questi dati avrebbero dovuto generare un “rinvio a casa” per entrambi gli schieramenti parlamentari. Riducendo in modo così enorme i redditi, si è totalmente abbattuta la domanda interna, privilegiando, con un costo del lavoro stracciato, le aziende esportatrici che, in tal modo, hanno potuto crescere oltre confine con prezzi concorrenziali.
Se a ciò si aggiunge che i sindacati si sono distratti e consentono che oggi vi siano circa tre milioni di lavoratori asserviti da contratti pirata nei settori dell’agricoltura, delle costruzioni, dell’assistenza domiciliare e del terziario, il quadro diventa nero. Invece di rompere questa doppia spirale, preferiscono scendere in piazza attratti da un massimalismo di facciata, senza intraprendere una concreta azione sindacale a difesa del mondo del lavoro.
A questi vitali e fondamentali strumenti totalmente mancanti nell’ultimo trentennio, come la politica industriale e salari adeguati, si devono aggiungere l’enorme serie di filtri che annullano qualsiasi possibilità di crescita economica. Ne cito solo alcuni.
Tra questi, un primo elemento da esaminare è la funzione di controllo che ogni società civile deve avere, non lasciando alla spontaneità dei soggetti di auto regolarsi, a partire dall’esame del territorio quasi abbandonato con controlli insufficienti in tutti i settori economici e vivi del Paese.
Altro elemento da considerare è rappresentato dalle varie “Soprintendenze” che hanno un eccessivo diritto di veto su tutto, a cominciare dall’impossibilità di sollevare di alcuni centimetri i pannelli solari sul proprio tetto, per finire a voler far diventare un reperto storico, quindi intoccabile, un’inezia qualsiasi.
Poi, ci sono i T.A.R. organi giudiziari di primo grado che dovrebbero giudicare i ricorsi dei cittadini e delle imprese contro atti illegittimi della Pubblica Amministrazione, ma che sono in realtà un ennesimo inutile tribunale. Per eliminarli, basterebbe abolire l’incredibile “Legge Bassanini” che ha trasferito il potere alla “casta” della burocrazia nostrana, cioè la moltitudine dei “dirigenti” di tutte le pubbliche amministrazioni, rendendoli tronfi che guardano solo le carte, e che loro stessi contribuiscono a far crescere.
Dopo, abbiamo l’infernale e diabolica macchina della “Giustizia” con milioni di cause aperte e dove esercitano un potere assoluto i Procuratori della Repubblica, che qui da noi sono magistrati mentre, in molti sistemi giudiziari nel mondo, come in Inghilterra, sono semplici “avvocati dell’accusa”.
E ancora, come se non bastasse, c’è il “fisco” che ormai è una macchina lenta e impazzita, che nessuno controlla più e che consente di accordarsi, a poco prezzo, con chi ha evaso miliardi, mentre perseguita il “suddito” a cui il commercialista o il Caf ha sbagliato di poco la denuncia dei redditi. E proprio in ambito fiscale, come ha sanzionato la Corte Europea con sentenza del 6.2.2025, l’Italia è stata condannata, perché vìola i “diritti umani”, in quanto inverte l’onere della prova, ovvero costringe il cittadino a dimostrare di non aver evaso il fisco e non, invece, che sia il fisco tenuto a dimostrarne l’evasione.
L’altro impressionante fattore anomalo e dai costi enormi, è costituito dalle società a partecipazione pubblica arrivate a ben 8.250, un numero assurdo ed antieconomico.
Inoltre, proliferano alcune perverse forme di democratica partecipazione come il N.I.M.B.Y. e i “Comitati contro”. Il primo è il Not In My Back Yard, cioè l’opposizione della comunità a un progetto rinnovabile, ovvero “fate tutto quello che volete ma non nel mio cortile”, ed è questa la formula con la quale comunità varie si oppongono a tutto. I “Comitati contro”, ormai migliaia in tutto il Paese, supportano il NIMBY per cui costruire o ampliare strade, e tanto altro, viene ritenuto sbagliato e anche da ciò si è sprigionata in 30 anni una totale paralisi di progetti e cantieri.
Ulteriormente, c’è la RAI che funge da orticello propagandistico per chi vince le elezioni e dove il servizio pubblico è un lontano ricordo. Uno sperpero di soldi senza fine.
In aggiunta, poi, ci sono i famosi Enti inutili. Non esiste un dato ufficiale sul numero esatto di “Enti inutili”, poiché questa è una valutazione politica e non una classificazione amministrativa. Tuttavia, si possono considerare alcuni dati di riferimento: secondo il Censimento permanente delle istituzioni “non profit” dell’Istat, al 31 dicembre 2022 esistevano oltre 360.000 organizzazioni non profit in Italia. Eppure qualcuno, nel passato, aveva ipotizzato di eliminarli e qualche tentativo fu fatto. Ma il tutto rimase lì, e non se ne fece più nulla.
Il paradosso – diciamo- della buona volontà risale al 1998. Quando il Parlamento, fomentato dall’allora Robin Hood civico, Raffaele Costa, individuò prima 500 e poi 1000 Enti inutili da cancellare. Per farlo, si istituì un apposito Ente. Inutile, naturalmente. Qualche anno dopo – al momento di lasciare l’incarico – l’ex ministro dell’ Economia Giulio Tremonti estrasse dalle grandi fauci della burocrazia le “carte”: tra “eletti” (parlamento, regioni, province, comuni, municipi e circoscrizioni) nominati alla presidenza di Enti ed aziende pubbliche, in Italia si raggiunge la cifra stratosferica di un milione e duecentomila persone. Solo in stipendi, circa 20 miliardi l’anno. Di questi, 10 miliardi potrebbero essere tranquillamente tagliati; lo ventilò la giornalista Milena Gabanelli in un memorabile Report, in inedita complicità col leghista Borghezio. Nel decennio successivo, governo Berlusconi, fu l’allora ministro della Semplificazione Roberto Calderoli a individuare 1.612 enti da eliminare perché “dannosi”. Ma li individuò e basta, dopodiché Calderoli fu narcotizzato. Vivono ancora, infatti, i Tribunali delle acque, i Bacini imbriferi montani, gli Ato e i 138 enti parco regionali oltre alla flotta dei consorzi di bonifica. Perché tagliarli, gli Enti, è impresa oltre l’ umano.
Una curiosità: Tra gli Enti inutili, spicca il Cnel, un ente costoso e soprattutto simbolo della casta e degli sprechi della burocrazia (l’attuale presidente, l’ex Ministro Renato Brunetta, riceve un compenso lordo di circa 240.000 euro annui).
Per questo, (apro una parentesi) l’idea della premier Meloni di spedire la proposta di salario minimo al più inconcludente e melmoso degli enti, il Cnel appunto, sperando che si impantani lì, più di quanto non accadrebbe nei cassetti delle Commissioni parlamentari. Un passaggio in più per allungare il brodo e dare una contentino al “campo largo”, illudendolo che la trattativa sui 9 euro l’ora vada avanti, mentre è solo un vicolo cieco. È evidente che la maggioranza non ha nessuna intenzione di mettere mano a un provvedimento che avrebbe costi insostenibili per le finanze pubbliche, almeno nella versione a prima firma dell’avvocato del popolo Giuseppe Conte, in un momento in cui il ministro Giorgetti ammette che i soldi non ci sono nemmeno per la Sanità.
E qui mi fermo. A questo punto occorre una totale revisione della spesa pubblica arrivata a 1.108 miliardi di euro che andrebbe riesaminata attraverso riduzioni significative, da un lato, e riorganizzazione delle voci di entrata della pubblica amministrazione. Su questo secondo punto, vorrei proporre qualche esempio, per dimostrare che si potrebbero recuperare circa 200 miliardi all’anno da “investire” nella crescita.
Per iniziare a recuperare un po’ di quattrini, occorrerebbe, quindi :
– Sopprimere velocemente, come innanzi rappresentato, tutti gli Enti inutili.
– Tagliare i benefici su tutti i tipi di concessioni dello Stato come i famigerati balneari, i porti turistici oltre a quelli lacustri, fluviali e montani, effettuando un aumento adeguatamente
congruo in sostituzione degli attuali importi che pagano per le concessioni avute.
– Rivalutare gli importi delle concessioni autostradali, che sono una rapina sia per gli alti costi dei pedaggi, con asfalti a dir poco irregolari e buche varie, a cui si associa il vero e proprio “taglieggio” dei distributori di carburanti e degli autogrill che vendono a prezzi a dir poco spropositati. Contestualmente alle scadenze delle varie concessioni, mettere in gara pubblica tutto quanto.
– Eliminare il perpetuarsi del centinaio di corporazioni che usufruiscono di benefici e finanziamenti di tutti i tipi. Fra i tanti, come non tener conto dei finanziamenti diretti agli editori dei giornali e riviste, oltre a quelli indiretti come gli editori dei libri di testo, che senza ritegno pubblicano, per le scuole secondarie di primo e secondo grado, testi di storia, matematica, fisica, latino, ecc., senza che queste materie possano aver ricevuto cambiamenti significativi. Per non parlare degli assurdi finanziamenti alle varie produzioni cinematografiche, dove sedicenti attori e registi, da decenni, ricevono milioni di euro per pellicole che nessuno mai andrà a vedere. Non dimenticando nemmeno le varie migliaia di finanziamenti concessi alle infinite sagre paesane e a quelle dei santi patroni locali.
Molti ancora sono gli interventi di sfoltimento da compiere per non buttar via inutilmente i soldi dell’Erario, ma io mi fermo qui perché la lista sarebbe lunghissima.
Da quei miliardi recuperati si dovrebbe dar luogo a ricostruire il Paese, che è in uno stato di arretratezza a colpi di esigenze nazionali con procedure di urgenza, per realizzare tutto ciò che manca e che serve. E così si potrebbe partire per mettere in sicurezza il territorio laddove necessita, costruire stadi, portualità turistiche, strade e autostrade, cavalcavia, metro sopraelevate come la Metromer di Miami, Chicago, Boston e New York, evitando così di continuare a scavare per metro sotterranee che richiedono tempi biblici e finanziamenti enormi. Non sarebbe sbagliato nemmeno cambiare destinazione d’uso alle migliaia di siti industriali e militari dismessi, per servirsene al meglio; come pure utilizzare l’Adriatico e il Tirreno come autostrade del mare con navi container che abbatterebbero i costi di trasporto, ridurrebbero l’affollamento stradale e il relativo inquinamento.
Utilizzare e dare valore alle invenzioni di alcune nostre aziende che solo all’estero trovano il terreno fertile per grandi innovazioni tecnologiche avanzate, come i grattacieli ad energia zero, con il collocare gli anti-terremoti a queste altissime strutture, come il Tuned Mass Damper (smorzatore a massa accordata o assorbitore armonico), un dispositivo frutto del lavoro di un’impresa di Selvazzano (Padova), la Fip Mec, montato su diversi edifici per impedire disagi, danni, e cedimenti strutturali esterni causati dalle vibrazioni, capace di resistere a scosse fino a quasi 9 gradi di magnitudo Richter. Come questa, tante sono le innovazioni, frutto dell’estro italiano, che andrebbero opportunamente valorizzate ed esportate.
Oppure, come fece Amintore Fanfani che distrasse dei fondi dal piano Marshall per creare l’INA-Casa, il progetto di intervento dello Stato per realizzare edilizia residenziale pubblica che, in pochi anni, dal 1949 al 1963, costruì più di 500.000 nuovi appartamenti su tutto il territorio italiano. O, magari, ripristinare una riveduta legge 167 del 1962, con la quale mettere in piedi le “disposizioni per favorire l’acquisizione di aree fabbricabili per l’edilizia economica e popolare”.
Un elemento che ora mi sovviene e che qui non ho trattato, neanche succintamente, è il comparto del “turismo” di massa italiano che è esploso negli ultimi anni. Ciò che colpisce, ad occhi attenti e non facili all’entusiasmo, è la repentina crescita, in tutti i centri storici delle città italiane, del numero di bar, pizzerie e ristoranti, quasi sempre attaccati l’uno all’altro. I nostri centri storici di Roma, Napoli, Palermo, Firenze, Torino, Bologna, ecc., ma anche nelle piccole città, sono diventati dei veri e propri “villaggi del cibo”.
Ad affiancare, all’opposto, questa peculiare fenomenologia si nota che mentre nelle grandi città di New York, Londra o Parigi, molti passeggeri nelle metropolitane, lo vediamo molto spesso anche nei film, hanno un libro fra le mani, qui da noi, a Milano, Roma e Napoli quasi nessuno fa lo stesso.
Pare che, ormai, l’Italia abbia assunto le vesti sempre più marcate del fatto che “il cibo” è l’asse centrale dell’identità italiana, in questo sospinto anche dalle reti televisive che da anni ci propinano un’infinità di trasmissioni in cui spadroneggiano i “Grandi Chef” e molti vogliono diventare tali. Mentre un’altra parte delle nostre TV si dedica a maree di aspiranti ballerine e cantanti.
Nell’ultimo decennio c’è stato un vero e proprio boom del turismo che ha totalmente trasformato i centri storici delle città italiane. Il centro storico di Roma, dati alla mano, ha perso oltre il 20% dei residenti negli ultimi 15 anni e lo stesso è accaduto più o meno a Venezia, Firenze, Napoli, Bologna e Milano. Secondo l’Agenzia Nazionale del Turismo, il turismo enogastronomico è quasi triplicato nell’ultimo decennio e continua ancora a crescere. Analogamente sono cresciuti i “bed and breakfast”, che hanno preso il sopravvento. Questo fenomeno ha causato forti aumenti degli affitti che hanno espulso dai centri storici moltissime famiglie e provocato la chiusura di botteghe, in parte trasformate in piccoli alloggi.
Forse, dovremo incominciare a chiederci se non sia il caso di pensare a ricevere qualche premio Nobel, piuttosto che occuparci di formare chef o presunti tali. Nel frattempo, galleggiamo con una bassa produttività, un’altissima disoccupazione giovanile, bassissimi salari e una costante ed ininterrotta fuga di cervelli. Speriamo di non trovarci imbarcati su un nuovo Titanic.
John Maynard Keynes ci ha insegnato che la spesa pubblica gioca un ruolo cruciale per stabilizzare l’economia, specialmente in periodi di crisi o recessione. Keynes sosteneva che, quando la domanda aggregata è insufficiente a garantire la piena occupazione, lo Stato può intervenire aumentando la spesa pubblica per stimolare l’attività economica. Questo aumento, attraverso l’effetto moltiplicatore, può portare a una crescita economica superiore all’incremento iniziale della spesa pubblica.
Non ci sono compiti impossibili e vista la situazione del Paese nel contesto internazionale attuale, non posso non partire da un fondamentale ed importante precedente.
Era il 1983 e chi si apprestava a prendere le redini del governo italiano aveva dinanzi il seguente quadro economico finanziario: Inflazione al 16,5%, BOT al 20%, CCT al 21,90%, il tasso di sconto al 18%, l’interbancario al 20,28%, lo Spread a 1.175 punti base.
Voragini ovunque, che rispetto a quelle attuali viene da sorridere. Infatti, solo quattro anni dopo, precisamente nel 1987, l’inflazione era scesa al 4,7%, lo Spread a 262 punti, il PIL era cresciuto fra il 3 e il 4% e, unica volta nella nostra storia finanziaria, l’Italia ricevette da Moody’s la tripla AAA per il 1986.
Oggi, per essere stati valutati BBB+, ovvero un gradino poco sopra ai titoli spazzatura, si sono sprecati fiumi di inchiostro e di parole. Di quella positiva ripresa economica, finanziaria e sociale, se ne avvidero gli italiani col forte aumento del reddito pro capite; ma soprattutto all’estero, dove la rivista americana “Newsweek”, a conclusione del governo Craxi, nel 1987 gli dedicò una copertina dal titolo evocativo e significativo “Nuovo miracolo economico italiano”, mettendo in evidenza che il reddito medio del Bel Paese aveva superato quello della Gran Bretagna. La conseguenza immediata fu l’entrata ufficiale dell’Italia nel G7, insieme al Canada.
Nel frattempo il Fisco italiano a cui, sia da sinistra che da destra, tutti invocano tagli, è sostanzialmente morto, considerando che la progressività fiscale è, ormai, una falce che miete solo i bassi redditi dei pensionati e dei lavoratori. Nel frattempo, volendo fare i “duri e puri” per il controllo dei capitali e della loro provenienza, abbiamo accettato i “mimetizzati paradisi fiscali UE” di Cipro, Lussemburgo, Olanda, Austria, Irlanda, Gibilterra, San Marino, Liechtenstein, Svizzera, Malta, Channel Islands, Principato di Monaco e altri che ora mi sfuggono.
Ogni volta che si parla di paradisi fiscali, ci viene subito in mente qualche isola sperduta nei Caraibi. In realtà sono micro-Stati molto più vicini a noi di quanto pensiamo; i più importanti sono praticamente dietro l’angolo. Secondo uno studio recente del World Inequality Lab, i primi quattro paradisi fiscali al mondo sono il Principato di Monaco, il Granducato del Lussemburgo, il Liechtenstein e le britanniche Channel Islands situate nel canale della Manica. Questi posti hanno pochissimi abitanti, ma vantano redditi pro capite che non hanno eguali nel resto del mondo. A segnalarlo è l’Ufficio studi della CGIA.
Siano essi persone fisiche (super-ricchi) o società (multinazionali), molti contribuenti italiani si sono trasferiti in particolare a Montecarlo e in Lussemburgo. Infatti, circa 8.000 connazionali hanno deciso di trasferire la residenza nel Principato di Monaco per via delle tasse zero sul reddito e sugli immobili. Tra questi ci sono grandi imprenditori, sportivi e celebrità dello spettacolo. In Lussemburgo, invece, possiamo trovare ben sei banche del nostro Paese, una cinquantina di fondi d’investimento, vari istituti assicurativi e molte multinazionali italiane e straniere che operano nel nostro territorio. Si stima che grazie ai super-ricchi con la residenza all’estero, alle manovre instabili delle multinazionali e dei grandi gruppi industriali che si rifugiano nei paradisi fiscali di tutto il mondo, ogni anno “sfuggono” all’erario italiano circa 10 miliardi di euro. Consideriamo che quasi la metà del fatturato in Italia è prodotto dalle multinazionali. Che balzo in avanti potrebbe fare il nostro Paese nella sanità, nell’istruzione, nei servizi sociali o nelle politiche di messa in sicurezza del territorio – solo per fare alcuni esempi -, se lo Stato avesse 10 miliardi di euro in più da spendere ogni anno? Purtroppo non li ha. Perché questi soldi vengono fagocitati dai paradisi fiscali. O meglio, da chi fra i nostri concittadini vi trasferisce ricchezze e profitti, giocando a nascondino col fisco, sulle spalle di tutti gli altri.
Infatti, quando questi elusori realizzano profitti miliardari senza pagare le tasse nel nostro Paese, non fanno altro che impoverirci. Le multinazionali, ad esempio, usufruiscono delle nostre infrastrutture materiali (porti, aeroporti, strade, ferrovie), ricorrono a quelle sociali (giustizia, sanità, scuola, università), sfruttano quelle immateriali (reti informatiche), senza però contribuire con le tasse come dovrebbero. Non solo. Spesso per insediarsi in Italia queste holding usufruiscono di agevolazioni/incentivi pubblici e quando sono in difficoltà e devono affrontare situazioni di riorganizzazione aziendale ricorrono a piene mani alle indennità erogate dall’Inps che, molto spesso, solo in minima parte sono state compensate dai contributi versati da questi giganti industriali. Tutto ciò fa diminuire la base imponibile su cui si applicano le aliquote fiscali e conseguentemente anche il gettito che finisce nelle casse dell’erario. Risultato? Le disuguaglianze aumentano e la povertà cresce; gli altri contribuenti (noi) devono pagare di più per servizi spesso insoddisfacenti. Se invece tutti pagassero ciò che devono, lo Stato incasserebbe di più e la maggior parte dei cittadini pagherebbe meno: avremmo così maggiori risorse per aiutare chi è in difficoltà e ottenere una giustizia sociale migliore.
Facciamo una breve riflessione sulla differenza tra elusori ed evasori fiscali: non possiamo ignorare il fatto che entrambi, nel rispetto di quanto previsto dalla legge, vanno contrastati. Però, c’è una sottile distinzione da fare. Gli elusori “scappano” con i soldi all’estero aggirando il fisco, mentre gli evasori magari non pagano quanto dovrebbero, ma, nella maggior parte dei casi, spendono gran parte dei soldi non versati allo Stato, qui da noi. Certo, questo non giustifica per alcun motivo il loro comportamento, perché evadere è comunque un reato. Tuttavia, moralmente parlando, è sicuramente più accettabile rispetto a chi decide di fuggire, ad esempio, nei Paesi off-shore; entrambi, comunque, restano comportamenti sbagliati, riprovevoli e inaccettabili che a lungo andare minano la coesione sociale di un Paese.
E, per concludere, non possiamo dimenticare la ciliegina sulla torta: dal 2000 al 2020 il fisco ha accertato 1.200 miliardi di euro di evasioni, riuscendo a incassarne solo 60, ripeto sessanta. E poi ci vogliamo lamentare?
Isernia, 28 ottobre 2025