
Il testo della legge di bilancio 2026, così come anticipato nelle bozze e dichiarazioni ufficiali, si presenta “inadeguato e sbilanciato”, lontano dalle esigenze delle famiglie, dei lavoratori e delle piccole imprese. Così, chi siede sui banchi dell’opposizione, commenta la presentazione del Governo della Manovra 2026.
A fronte di un’inflazione che continua a colpire i beni essenziali, di una sanità pubblica al collasso e di un crollo del credito per le PMI, il Governo propone una manovra priva di visione e fortemente penalizzante per il tessuto produttivo italiano. Tra le criticità politiche rilevanti, eccone alcune evidenziate da chi si oppone:
– Sanità e istruzione penalizzate, con tagli che colpiscono il diritto universale alla cura e alla formazione;
– Bonus elettorali e misure “spot”, senza una riforma fiscale strutturale;
– Nessuna politica industriale per il rilancio delle zone colpite da terremoti, disastri naturali e spopolamento;
– Disinteresse verso la bioedilizia, l’ambiente e l’economia ecologica, settori chiave per una vera transizione.
E’ vero, chi governa il Paese ha il dovere di ascoltare chi lo tiene in piedi ogni giorno. La manovra 2026 è una scelta politica che ignora molti bisogni reali dei cittadini, mentre favorisce i grandi gruppi e perpetua le disuguaglianze.
La Manovra dovrà affrontare vincoli europei quali deficit, debito e spesa pubblica. Inoltre, deve bilanciare esigenze sociali come riduzione delle tasse, sostegno famiglie e investimenti con rigore contabile. Infine il governo dovrà evitare squilibri che possano compromettere la credibilità finanziaria e l’ottica dei mercati.
Tra le principali novità che emergono dalle fonti di stampa, dai documenti tecnici e dalle dichiarazioni politiche – si tratta in molti casi di ipotesi o bozze, ma che permettono di tracciare già da adesso uno scenario credibile – figura il taglio dell’IRPEF per i redditi medi. L’idea è ridurre l’aliquota del secondo scaglione (oggi dal 28.000 a 50.000 euro) dal 35% al 33%. L’intervallo potrebbe essere esteso fino a 60.000 euro di reddito. Le stime parlano di un beneficio variabile che può andare da qualche centinaio di euro all’anno per redditi medi, fino a circa 1.440 euro per fasce intermedie. Tuttavia, applicare questo taglio, si traduce con il trovare circa 3-4 miliardi di euro per le coperture, senza riuscire a nuocere ai conti.
Non si capisce, però, il totale disinteresse del Governo per le fasce più deboli, cioè per i contribuenti con redditi al di sotto dei 28.000 euro, che invece avrebbero più bisogno di essere detassati. La misura, a rigor di logica, andrebbe rivisitata.
Per mio conto, non so se ci riesco, tento di dare continuità ai miei ragionamenti. Quelli sulle critiche che io chiedo di muovere alla manovra finanziaria, ma anche alle controproposte sul tappeto, sono la naturale conseguenza di ragionamenti già fatti. Da tempo.
Cominciamo con l’osservare che Il punto di base è quello della scelta fatta dal Governo di privilegiare la stabilità di bilancio su ogni altra iniziativa. Per dire se questa scelta è giusta ci sarebbe da discutere non poco, partendo da due cose che non sono però accettate dall’opposizione: che vi sono stati importanti successi sul piano della credibilità finanziaria e che quella praticata dal Governo è tutt’altro che approssimazione e mancanza di visione strategica, perché è invece l’applicazione di un programma preciso, strettamente logico, chiaramente indirizzato e finalizzato. Questo, deve essere contestato. Le accuse “sbagliate” mosse al Governo su questo versante nascondono in realtà il fatto che l’opposizione non ha nessuna voglia di essere coinvolta in una scelta tra maggiore welfare a prezzo di minore stabilità. Sarebbe lontana mille miglia da possibili, e spesso praticati, populismi.
Ma anche a voler accettare – glissando – la “contemperanza” di spese rispetto alla saldezza del bilancio, lo spazio per interventi critici e proposte correttive è pressoché infinito. A cominciare dalla richiesta di riforme “senza sconti”, da realizzare prima di richiedere altri contributi (che finiscono per finanziare in gran parte solo le anomalie e le distorsioni) sulle principale criticità: il fisco, la burocrazia, la sanità, l’istruzione.
Mi soffermo soltanto su quest’ultima, l’istruzione, commentando una notizia letta qualche settimana fa sulla Cina, che riportava: “La Cina è 25 anni più avanti di noi”. Dopo una serie di visite negli stabilimenti cinesi, molti manager, soprattutto di grandi case automobilistiche europee e americane, hanno confessato di essere rimasti letteralmente sbalorditi dalla velocità e dalla qualità della produzione asiatica. Dicevano: “Cammini su un nastro trasportatore lungo 800 metri e esce un camion senza che ci siano persone, tutto è robotico. Non c’è nessun operaio al lavoro, nessun supervisore che controlla, nessuna luce accesa per illuminare le operazioni”. E ancora: “Ho visto una fabbrica di smartphone, buia, quasi completamente priva di personale umano, dove l’innovazione e l’efficienza sono spaventose, dove producono uno smartphone ogni tre secondi ”. Sono le cosiddette dark factories: l’evoluzione finale dell’automazione industriale”. E noi parliamo di dazi? Quelli americani?
Ci troviamo in una situazione di mutazione del processo industriale, della “distruzione creativa”, anche nota come “burrasca di Schumpeter”, e non ce ne rendiamo conto: solo i nostalgici della “confort zone” delle favole non l’accettano. Essa comporta innovazione tecnologica che a breve distruggerà le attività che non si adeguano; spazzerà, come già accade, via posti di lavoro e falcidierà l’occupazione che resterà legata alla attuali conoscenze, competenze, al sapere di oggi. Se restiamo fermi, tutto questo non sarà evitabile.
Ma questo adeguamento, di dimensioni ciclopiche, deve essere figlio di un adeguamento anzitutto culturale:
– Se in Cina si è deciso che sin dalle scuole elementari la conoscenza dell’Intelligenza Artificiale (AI) è materia obbligatoria e da noi invece le linee guida sull’uso – non la conoscenza – dell’AI hanno un approccio principalmente burocratico e orientato alla gestione dei rischi, concentrandosi su conformità normativa e procedure amministrative, piuttosto che sulla formazione di competenze digitali essenziali, mentre il dibattito si ferma al contributo da dare sulle spesa per libri di testo e cancelleria;
– se in India i contributi dello Stato sono rivolti alla creazione di aule tecnologicamente attrezzate per “imparare”, e da noi si discute di risanamento delle palestre;
– se nei Paesi asiatici la formazione non è un “plus” per chi ne ha voglie e mezzi, ma una regola di vita, considerando che il diploma, la laurea ti danno un’istruzione che un mese dopo è superata e da noi invece – per terminologia, ma anche nella convinzione di tanti – il diploma universitario è diventato “laurea” e ogni corso di formazione è diventato “master”;
– se manteniamo questa mentalità, non andremo lontano.
C’è da discutere? Ma certo che c’è da discutere, e anche molto. Un’operazione di profonda modifica del sistema di istruzione non costa poi tanto, se non dal punto di vista delle idee. In ogni caso, non sarebbe una spesa, ma un investimento: un “debito buono”, se occorre farlo in debito. Però mette in discussione tante cose, a cominciare dal corpo insegnante e al metodo di insegnamento.
Tutto tabù, per questo Governo. Ancor di più per l’opposizione. Va bene così.
Isernia, 19 ottobre 2025