
Il piano presentato cinque giorni fa da Trump e Netanyahu, alla Casa Bianca, ha prodotto repentinamente alcuni cambiamenti significativi sia nella politica interna che nella politica estera israeliana.
Sino ai giorni scorsi Israele era isolato dal resto del mondo e per alcune scelte criticato dagli stessi americani (per esempio i missili a Doha di cui Netanyahu si è scusato con l’Emiro del Qatar). Da ieri, viceversa, si sta sviluppando un ampio consenso internazionale al piano presentato congiuntamente da Trump e da Netanyahu . Hanno già aderito il Qatar, l’Autorità Nazionale Palestinese, la Giordania, gli Emirati Arabi, l’Egitto, l’Indonesia, la Turchia e il Pakistan. Il piano sancisce inoltre un punto molto importante che contrasta con la narrativa corrente. A Washington è stato messo nero su bianco che non ci sarà alcun spostamento della popolazione palestinese dalla Striscia e che chi lascia temporaneamente Gaza avrà il diritto di tornare.
Tuttavia, sulla bontà della proposta Trump-Netanyahu ci sono molte riserve che Hamas dovrà valutare ed eventualmente trattare prima di accettare. Compito questo alquanto difficoltoso per tutta una serie di motivi ostativi, tra cui l’incarico principale affidato da Trump all’ex primo ministro britannico Tony Blair. Il suo nome è l’unico che compare nero su bianco nella proposta di pace e dunque lui avrà senza dubbio il ruolo chiave nel disegnare il futuro della Striscia.
The Blair Witch Project (Il mistero della strega di Blair) è una perla del cinema horror indipendente di fine anni Novanta: realizzato montando registrazioni di una videocamera, ricostruisce la storia di un gruppo di ragazzini che si recano in un bosco maledetto in cerca della leggendaria Strega di Blair… che li massacra uno per uno. Una trama semplice, neanche troppo originale, per una pellicola che dà il titolo all’Incursione di oggi, dedicata al nuovo progetto di Donald Trump per la Striscia di Gaza.
Ma cos’hanno in comune The Blair Witch Project e il nuovo piano per Gaza? Un sacco di cose: tanto per cominciare, sono entrambi film dell’orrore.
Quando, pochi giorni fa, come è stato trasmesso in contemporanea dai media della TV, Benjamin Netanyahu ha espresso immensa soddisfazione per il nuovo “progetto” benedetto da Trump, ci siamo tutti sentiti pervasi da un intimo tepore.
Tanto per cominciare, tutte le testate giornalistiche e i telegiornali in questione hanno commentato quel progetto chiamandolo “piano”: un nuovo piano per Gaza, una proposta per Gaza, un progetto per Gaza. Tutti vocaboli rassicuranti, propositivi, allegramente ingenui. Il messaggio sottinteso è: “Finora, nessuno sapeva come uscire dal ginepraio palestinese; grazie al Cielo, ora abbiamo una via, un’ipotesi di lavoro! ”
Poco importa se poi questo progetto si riveli una delle peggiori idee mai partorite dalla politica internazionale; mica vorremo fare sempre i soliti gufi criticoni che parlano, parlano e non propongono mai nulla, giusto?
La Striscia diventerebbe il primo caso della Storia di un territorio requisito al popolo suo legittimo titolare per renderlo il laboratorio di un’entità di puro profitto economico. Non più uno Stato, ma un’azienda travestita da Stato. Qui si va oltre il colonialismo: siamo all’esproprio e alla schiavizzazione a meri fini di lucro. Perché è evidente che se i palestinesi non saranno più costretti a fuggire (ipotesi tramontata esclusivamente perché nessun Paese vicino ha la minima intenzione di accogliergli, dall’Egitto in giù), la loro permanenza sarà inquadrata come serbatoio di forza lavoro a condizioni di sfruttamento servile. Non solo la già retorica formula “due popoli due Stati” verrebbe di fatto sepolta, come d’altronde ha ribadito Netanyahu, ma a quello che dei due non è mai nato si attribuirebbe lo statuto, particolarmente vile e ipocrita, di protettorato commerciale.
Ed ecco servito il piano Trump-Netanyahu: la Striscia di Gaza verrà completamente spianata, demolita e soggiogata da Israele. Il termine che riassume l’intero progetto è sinistro e familiare al contempo: “protettorato”. La Striscia di Gaza diventerà quindi un protettorato israelo-americano, e non è chiaro se vi si potranno mai ristabilire i basilari diritti civili e politici.
In primo luogo, perché in un lager a cielo aperto com’era Gaza prima del 7 ottobre 2023 non vigeva certo uno stato di diritto né una vera autonomia costituzionale; in secondo luogo, perché i diritti politici includono il voto, ed è alquanto difficile immaginarlo con l’esclusione – contenuta nel piano – di Hamas e dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP, presieduta da Mahmud Abbas) dal governo della Striscia.
Un protettorato, insomma, come ai bei tempi dell’Europa tardo-coloniale: non è fantastico? C’erano i protettorati di Iraq, Siria, Egitto; tutte esperienze politiche – sia detto per inciso – finite benissimo nel giro di qualche decennio. Dopo un secolo di rivolte anti-imperialiste e di de-colonizzazione che continuano ancora oggi, d’altronde, è comprensibile un po’ di nostalgia dell’Occidente per il vecchio ordine mondiale.
Gaza quindi passerà in rapida successione da mattatoio silenzioso, a mattatoio palese, fino a esplicita colonia israeliana con la complicità occidentale. Fa parte della magia dei film horror: il mostro non compare subito, ma la sua presenza si palesa lentamente, gradualmente, fino a manifestarsi nel finale più violento e drammatico possibile.
Il dominio – pardon, la governance – su questo meraviglioso capolavoro coloniale sarà a prova di bomba, ci assicura il “Corriere”: a guidare la baracca sarà un “comitato tecnocratico apolitico” palestinese (nella neolingua occidentale, “tecnocratico” è un termine positivo, mentre “apolitico” significa “guidato da formazioni filo-americane o filo-israeliane”). Comitato supportato con qualche colpetto benevolo dal “Consiglio per la Pace” presieduto da una persona di indubbio lustro e valore politico: Donald Trump, fresco dei suoi strabilianti successi nei negoziati russo-ucraini, ma più ancora, e peggio, affidato a quell’altro bel tomo che è l’ex primo ministro inglese Tony Blair. Cosa può andare storto?
E come la mettiamo con l’esercito israeliano che sta letteralmente spianando Gaza? Niente paura: il piano prevede un ritiro dell’IDF calendarizzato, rapido ed efficiente. Parlando di un Paese che non si è ancora ritirato dalle occupazioni illegali del 1967, direi che siamo proprio in una botte di ferro.
Ma insomma, cos’hanno in comune The Blair Witch Project e il nuovo piano per Gaza di Benjamin Netanyahu? Un sacco di cose: ad esempio, devono entrambi il successo a una geniale operazione di marketing.
Nel caso del film del 1999, la storia del gruppo di ragazzini persi e massacrati in una foresta maledetta era stata spacciata per vera con tanto di creazione di siti internet e finti annunci mortuari; per il mirabolante progetto coloniale a Gaza, non è necessario arrivare a tanto: basta ricorrere al fuoco di fila di media mainstream, come appunto i telegiornali che usano con leggerezza il termine “protettorato”, o le grandi testate che titolano entusiaste sui “Venti passi per la Pace”, sul “Piano di Pace”, sul “Piano-Trump”.
Stupisce un po’, detto en passant, che quelle testate che con tanto fervore fanno marketing per questo film dell’orrore con Netanyahu alla regia, siano le stesse che bollano qualsiasi mediazione con la Russia. Tutto in nome di quel famoso Diritto Internazionale che viene prontamente messo nel congelatore quando si tratta di radere al suolo Gaza e ridurla in catene ancora più strette e pesanti di quanto non fosse prima di quel 7 ottobre. Da questi discorsi mediatici traspaiono spesso ipocrisia e soprattutto doppiopesismo.
Tuttavia, non abbiamo ancora risposto: cos’hanno in comune The Blair Witch Project e il nuovo piano per Gaza abbracciato da Bibi Netanyahu? Un sacco di cose, come ad esempio un pezzo del nome del personaggio cattivo principale: Blair!
Nel caso della pellicola indipendente, la strega di Blair rimane impalpabile e si rivela in tutta la sua crudeltà uccidendo i ragazzi sul finale. Almeno nel caso della pellicola, però, dobbiamo riconoscere che i protagonisti se la sono proprio cercata: inoltrarsi in un bosco per motivi futili, gettando nel ruscello l’unica mappa a disposizione e violando altari sacri ad ogni passo… . Insomma, il peggior gruppo di sempre: i tipici personaggi talmente stupidi e in balìa degli ormoni da spingerti a fare il tifo per la strega.
Quelli di Gaza, invece, dopo decenni di massacri, segregazione e bombardamenti, non si sa cosa abbiano fatto di male per meritarsi anche la supervisione di Sir Tony Blair. Premier laburista (o così si dice) tra gli anni Novanta e Duemila, Tony lo scozzese ha consacrato la sua carriera politica all’affannosa ricerca di quella “Terza via” tra socialismo e capitalismo. Come spesso accade, infatti, la ricerca del “progressismo sociale” di Blair in Inghilterra si concretizza nel recupero dell’establishment precedente, già molto vicino a Margaret Tatcher, nella privatizzazione di infrastrutture e servizi pubblici, e nell’adozione di politiche neoliberiste.
Non è un caso che, in tutta la voce su Blair dell’enciclopedia “Britannica”, non compaia a suo merito una singola riforma che abbia migliorato la sanità, i salari o il welfare. Insomma, tutte grandi notizie per i disgraziati abitanti di Gaza impazienti di sperimentare la “ripresa economica” prevista dal protettorato Trump.
I capolavori di Tony Blair degni di nota, poi, brillano tutti sul piano internazionale: dopo aver normalizzato la situazione nell’Ulster (la provincia storica più settentrionale d’Irlanda, divisa tra Repubblica e Irlanda del Nord), consolidando e blindando l’unica colonia inglese rimasta in territorio europeo, Blair si lancia nella nobile causa della guerra al terrorismo: a braccetto con Bush Jr, partecipa attivamente alla fabbricazione di spudorate menzogne sulle armi chimiche in Iraq per giustificarne l’invasione. In breve, la presenza di Blair dovrebbe far rizzare le orecchie anche ai sordi.
Non dimentichiamolo, Tony Blair è quel criminale politico che, per sua stessa ammissione e con scuse pelose e tardive, fu il più assatanato alfiere dell’invasione dell’Irak, nel 2003, sulla base di prove artefatte con il valente contributo dei servizi di Sua Maestà (ricordate, la famosa fialetta di bicarbonato agitata al Consiglio di Sicurezza dell’ONU dal segretario di Stato americano Colin Powell?) sulla inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Ha sulla coscienza, l’ideatore della Terza Via che accomunava Clinton e D’Alema, fra i 600 mila e il milione di morti civili. Campione mondiale di “porte girevoli” fra le stanze di governo e l’affarismo da consulenze, il già paladino della sinistra “meritocratica” è oggi, né più né meno, un avvoltoio che, per le sue relazioni con l’industria statunitense (Larry Allison di Oracle) e con gli infidi e avidi Paesi arabi, punta a fare di Gaza il parco divertimenti della speculazione immobiliare.
Sir Tony Blair, uno dei tanti Capi di Stato accusati di crimini di guerra, con la sua enorme esperienza di destabilizzazione del Medio Oriente e di smantellamento dello stato sociale, si accinge a diventare garante del “Consiglio per la Pace”. A questo punto, all’AVIS si potrebbe assumere Dracula per sovrintendere alle trasfusioni di sangue. Il massacratore Blair, ora divenuto garante di pace, è la perfetta ciliegina sulla torta del progetto coloniale trumpiano.
The Blair Witch Project e il progetto di Trump, in conclusione, hanno diverse cose in comune, tranne una: mentre il primo resta un film di finzione horror indimenticabile, il secondo potrebbe diventare pericolosamente reale, prima di quanto possiamo aspettarci.
Intanto Hamas ha già fatto sapere che “Blair è una figura inaccettabile per il nostro popolo. Abbiamo accettato la formazione di un comitato che non rappresenti alcuna fazione palestinese per gestire gli affari di Gaza dopo la guerra, e non accetteremo l’imposizione di una tutela straniera sul nostro popolo”.
Hamas ha a disposizione tre o quattro giorni per prendere una decisione di portata storica. A Doha sono in corso in queste ore incontri frenetici tra i vertici di Hamas e rappresentanti al massimo livello della Turchia e del Qatar. È difficile fare previsioni per capire se il piano di Trump resterà sulla carta o verrà attuato sul terreno. Per quasi 20 anni (dal 2005 al 7 ottobre 2023) Hamas ha utilizzato la Striscia di Gaza per colpire con ogni mezzo Israele – definito dall’Ayatollah Khamenei e da una parte dei Fratelli Mussulmani “cancro da estirpare” – .
Ora Hamas è giunto a un bivio: continuare con la sua barbarica ideologia del martirio e della morte o consegnare le armi a un contingente militare internazionale di soldati arabi e/o turchi, beneficiando peraltro di una immeritata amnistia. Non ci resta che sperare in una resa onorevole dei miliziani di Hamas. È indubbio che la reazione di Israele al 7 ottobre ha superato di gran lunga la misura, ma è anche vero che questa sarebbe la prima volta in cui Hamas mette al primo posto la salvaguardia della vita dei civili palestinesi invece di utilizzarli come scudi umani a difesa dei loro tunnel. Una realtà di fatto, questa, che anche i più ferventi sostenitori della causa palestinese non possono negare.
Un funzionario a conoscenza delle deliberazioni del gruppo militante con altre fazioni ha detto che “accettare il piano è un disastro, ma anche rifiutarlo sarebbe lo stesso”. Hamas, continua la fonte, “è desideroso di porre fine alla guerra e al genocidio e risponderà nel modo che meglio tutela gli interessi superiori del popolo palestinese”.
Isernia, 2 ottobre 2025