
Dopo la notizia dell’inserimento del nome di Sergio Mattarella nel lungo elenco di soggetti che inciterebbero all’odio nei confronti della Russia, nel “belpaese” dilagano lo stupore e l’indignazione. Nella black list in questione, pubblicata nei giorni scorsi sul sito ufficiale del ministero degli Esteri, il governo di Mosca denuncia pubblicamente “i rappresentanti dell’establishment politico occidentale e del regime di Kiev”, in quanto rei di alimentare un clima russofobo nei loro discorsi e nelle loro dichiarazioni pubbliche, in palese violazione della risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite inerente la “promozione del dialogo interreligioso e interculturale e la tolleranza nel contesto della lotta all’incitamento all’odio”.
Tra gli “esempi più evidenti” di esponenti dell’élite atlantista responsabili di tale “incitamento all’odio” nei confronti della Federazione russa, figura, come detto, anche il nome del Presidente della Repubblica italiana, etichettato dall’esecutivo di Mosca come russofobo, a causa delle sue uscite pubbliche contro le politiche espansionistiche “aggressive” del Cremlino. A cominciare, ovviamente, dalle parole pronunciate da Mattarella a margine del discusso discorso tenuto all’Università di Marsiglia lo scorso 5 febbraio, in cui il Capo dello Stato tracciava un parallelismo tra le “guerre di conquista” del Terzo Reich alla vigilia del secondo conflitto mondiale e l’odierna invasione russa dell’Ucraina.
In buona sostanza la Russia è stata assimilata alla Germania nazista. La domanda che è necessario porre è: cui prodest?
Non era chiaro che una frase del genere, pronunciata da un Capo di Stato avrebbe creato una frattura ulteriore con Mosca? Si può criticare duramente Mosca per l’intervento in Ucraina, ma assimilare Mosca alla Berlino di Hitler è cercare uno scontro che non porta da nessuna parte, se non ad un inasprimento dei rapporti con un Paese con il quale, comunque, si devono fare ora, e si dovranno fare anche in futuro, i conti.
L’affermazione di Mattarella si pone oggettivamente in contrasto con la linea di Donald Trump, il quale pur condannando l’invasione dell’Ucraina, ha dato a Mosca il riconoscimento di potenza globale, che è uno dei punti essenziali per avere un nuovo rapporto non di scontro, ma di incontro tra Mosca e Washington.
Mosca, come è sempre più evidente, pone tre questioni di fondo: la profondità strategica, cioè mettere più spazio possibile tra il territorio russo e chi può essere nemico; la formazione di un’area grigia, che significa, per quanto riguarda l’Ucraina, non entrare mai nella Nato; il riconoscimento di potenza e di interlocutore internazionale paritario con Usa e Cina.
Trump, cambiando la linea dei neocon, ha per ora soddisfatto il terzo punto, riconoscendo Putin come interlocutore e non come nemico. Assimilare Putin a Hitler è in perfetta rotta di collisione con la linea politica di Trump e in perfetta linea con quella dei neocon e con quella dei Dem Usa (Clinton, Obama, Biden).
L’accostamento proposto a Marsiglia da Sergio Mattarella, tra l’espansionismo della Germania nazista di Hitler e quello della Federazione russa di Vladimir Putin, aveva immediatamente scatenato le ire del Cremlino, che, per bocca della portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, aveva prontamente giudicato le frasi come “invenzioni oltraggiose e blasfeme” . Contestualmente, la stessa, aveva lanciato dei chiari segnali di avvertimento al Quirinale, minacciando, peraltro, delle inevitabili conseguenze in seguito alle improvvide dichiarazioni rese dalla Presidente della Repubblica italiana.
A questo primo infuocato scontro verbale, con protagonisti il Capo dello Stato italiano e la portavoce del Ministero degli esteri russo, ne sarebbe poi seguito un altro, altrettanto acceso, a distanza di appena poche settimane. L’8 marzo, in occasione di un incontro con i sopravvissuti dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, tenutosi a margine di una visita ufficiale in Giappone, Sergio Mattarella accusava platealmente la Federazione russa di essersi fatta “promotrice di una rinnovata e pericolosa narrativa nucleare, a cui si aggiungono il blocco dei lavori del Trattato di Non Proliferazione, il ritiro dalla ratifica del Trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari e le minacce rivolte all’Ucraina“. Affermazioni senza dubbio forti, a cui seguiva, ancora una volta, la pronta replica della solita Maria Zakharova, che bollava come “menzogne e falsità” le allarmanti dichiarazioni del Capo dello Stato, attinenti una presunta minaccia incombente sull’Europa a causa di “derive pericolose” legate alle armi nucleari russe.
Lo scontro che c’era stato ben due volte, si poteva evitare di rafforzarlo ed estenderlo. E invece il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, intervenuto alla recente cerimonia del Ventaglio al Quirinale, nel suo discorso si è espresso, a più riprese, con parole dure sulla guerra scatenata da Mosca in Ucraina, gettando ulteriore benzina sul fuoco.
Quello che oggi coinvolge il Quirinale da una parte e il Ministero degli esteri russo dall’altra, è, pertanto, uno scontro senza esclusione di colpi, che si rinnova già da svariate settimane, fatto di continui moniti, avvertimenti e scambi di accuse reciproche, lanciate ora da Roma e ora da Mosca. Un vero e proprio duello verbale, entro cui può essere ricondotto anche il recente inserimento del nome del Capo dello Stato italiano nella lista dei “russofobi d’Occidente”, atto che rappresenta, quindi, l’ennesimo “contrattacco” russo ai numerosi “attacchi” italiani sferrati in precedenti occasioni contro il governo di Mosca.
Immediata, scontata e ovvia la solidarietà a Sergio Mattarella da parte dell’intero mondo politico italiano, tuttavia rimane il fatto che la reiterazione dello scontro diplomatico con Mosca si colloca oggettivamente sulla linea dei neocon e dei dem Usa. Linea che è del tutto diversa da quella dell’attuale amministrazione degli Stati Uniti, ma che Mattarella sostiene regolarmente.
Il fronte di guerra d’aggressione propagandistica italo-russa, è, dunque, aperto già da diverso tempo, e tutto ciò che, oggigiorno, avviene sotto lo sguardo incredulo dell’opinione pubblica, in realtà, altro non è che la puntuale risposta russa a un precedente attacco patito. Pertanto, almeno in tale specifico caso, l’indignazione maturata nelle ultime ore nel “belpaese”, a seguito della dura presa di posizione del Cremlino nei confronti del Quirinale, può risultare ingiustificata e alquanto fuori luogo. D’altronde, se in ogni occasione utile Roma tratta Mosca come un nemico, perché stupirsi se poi i russi decidono di comportarsi alla stessa maniera con gli italiani?
Non sappiamo come Donald Trump concluderà la vicenda ucraina in base ai tre punti fermi di Mosca innanzi evidenziati, che, ripeto, sono: la profondità strategica, la formazione di un’area grigia, il riconoscimento di potenza e di interlocutore internazionale paritario con Usa e Cina.
Una cosa è certa. Per gli Stati Uniti di Trump, di Vance, di Rubio, la Russia non è più il nemico, ma un interlocutore difficile, con il quale, soddisfatta la questione del riconoscimento di Mosca come attore internazionale con il quale definire i futuri assetti mondiali, rimangono molti problemi aperti riguardo alla profondità strategica e alla formazione di un’area grigia.
Questi due punti sono del tutto intrecciati con le posizioni europee, alcune delle quali, come quella francese e quella inglese, sono in linea con quella dei neocon e dei Dem Usa, ossia con una logica di rapporti con Mosca che la storia sta archiviando.
Forse è ora di capire anche in Italia che, pur continuando a sostenere l’Ucraina nelle sue aspirazioni alla sovranità, i conti con la Russia si devono fare, non accomunandola al Terzo Reich, ma considerandola un soggetto geopolitico difficile, non necessariamente amico, ma nemmeno nemico.
Difficile pensare, ad esempio, allo sviluppo del “Piano Mattei” in Africa senza fare i conti con la Russia in tutta la fascia sub sahariana, in Libia, in Egitto, ma anche in Etiopia, nel Corno d’Africa.
Andiamo avanti sulla linea neocon e Dem degli USA o cambiamo registro? Che politica estera intende fare l’Italia? Questo è il punto.
Come ha rivelato il “Post” giovedì scorso, l’Italia addestra da tempo nelle sue basi militari, al Centro di paracadutismo a Pisa e nella caserma “Pisano” di Capo Teulada in Sardegna, i soldati libici di Khalifa Haftar, generale che controlla di fatto il governo orientale, nella regione cirenaica, della Libia.
La notizia è importante perché ufficialmente l’Italia riconosce come legittimo soltanto l’altro governo libico, quello di Tripoli, che controlla la metà occidentale del Paese e che con il governo orientale ha combattuto in diverse occasioni e ne resta rivale. L’esercito italiano addestra anche le forze militari di Tripoli con un programma parallelo, che però non ha gli stessi problemi di quello pensato per i soldati di Haftar, proprio perché l’Italia riconosce il governo occidentale. Haftar ospita basi russe e non è improbabile, anzi possibile, che in Cirenaica, a seguito della nuova situazione determinatasi in Siria, si insedi uno dei porti strategici della Russia nel Mediterraneo.
E’ chiaro che addestrare i soldati di Haftar significa contribuire a consolidare il potere del generale Haftar sulla Cirenaica e, conseguentemente, la presenza russa nell’area. Una vicenda alquanto strana, e contraddittoria al contempo, che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in qualità di capo supremo delle Forze Armate italiane, dovrebbe tener conto e non ignorare.
E allora la domanda è: a che gioco giochiamo? Diamo dell’Hitler a Putin e poi lo aiutiamo a consolidarsi in Cirenaica?
Isernia, 2 agosto 2025