Corruzione contro corruzione

Negli ultimi vent’anni, pressappoco, l’Occidente ha incubato un mostro dalle piume sgargianti ma dallo sguardo vuoto: la corruzione non è più solo una piaga da estirpare, ma l’arma preferita in una guerra intestina, senza vincitori. Da Navalny alle rivoluzioni colorate, passando per Georgia, Ucraina, Siria, Iran e Brasile, solo per citarne alcune, la narrativa anticorruzione è diventata il cavallo di Troia per scardinare governi legittimi sotto l’egida di interessi stranieri.

Ma oggi, quello stesso Occidente combatte se stesso e si trova a dover fare i conti con i propri demoni: scandali incrociati, accuse di golpe, e leader che si sbranano a vicenda mentre il pubblico resta confuso e disilluso. Tra omissioni, silenzi e clamorose rivelazioni, questa è la storia di una guerra per il controllo del discorso, dove la verità affonda tra retorica e menzogne, e serve solo se fa comodo.

Il degrado è arrivato a livelli inimmaginabili appena due decenni fa. Qualcosa di deforme è stato covato nel nido occidentale: non si potrebbe dire che si sono schiuse le uova del drago, ma quelle di stupidi pavoni. Come si è avuto modo di constatare più volte, la corruzione è l’argomento principale di ogni tentativo di rivoluzione colorata, riuscita o solo tentata, nonché l’unico argomento delle forze politiche a pagamento che agiscono in questi Paesi, strettamente collegati alle ONG.

Contro la corruzione tuonava Navalny, contro la corruzione ci si indignava in Siria, Georgia, Libia, oltre che a Piazza Maidan, oppure in Brasile contro Lula, o ancora in Iran: insomma dovunque si tenti di rovesciare un qualche governo eletto attraverso le urne. Non c’è bisogno di dire che i regimi nati da questi moti organizzati, pagati e armati dall’USAID, dalla CIA, dall’MI6 e compagnia cantante, sono regolarmente tra quelli più corrotti al mondo. E l’Ucraina ne è un esempio che fa scuola.

Ma questo della corruzione non solo è un argomento politicamente ambiguo e generico, ma è anche il “lapsus freudiano” dell’Occidente. In questi giorni stiamo assistendo a una battaglia di corrotti senza precedenti. Trump che ha capito di aver ricevuto una formidabile batosta alla propria credibilità, rifiutandosi di pubblicare la famosa lista “Epstein” e anzi dicendo che si tratta di una bufala, ora tenta di distrarre l’attenzione, dando incarico a Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence Nazionale, di tirare fuori i documenti che incriminano di cospirazione direttamente Hillary Clinton e Barack Obama, creati da questi per convincere il pubblico americano che la sorprendente vittoria di Trump, alle elezioni presidenziali del 2016, fosse dovuta all’interferenza russa.

Questa era una cosa nota e già da anni il famoso “Russiagate” era stato smascherato come una frottola dei democratici con l’assistenza della Cia e dell’Fbi. Ma adesso escono fuori i documenti che sono particolarmente compromettenti per Obama, che avrebbe cospirato nel costruire questa narrazione con l’intento di annullare l’esito delle elezioni, quando era ancora formalmente presidente degli Usa. Quindi la cosa può essere vista come un vero e proprio tentativo di golpe.

Ma, visto che esistono i documenti che oggi Trump ha declassificato, ci si chiede perché non lo ha fatto durante la sua prima presidenza o magari subito dopo aver preso possesso della Casa Bianca nel gennaio di quest’anno? Probabilmente perché si riproponeva di utilizzare, al momento opportuno, queste cartucce come arma contro i suoi nemici, mentre ora è costretto ad usarle per salvarsi dai malumori della sua stessa base. Questo però ci dice una cosa: che i poteri che stanno dietro alla vicenda Epstein sono molto più forti della costellazione politica di riferimento: in fondo la Clinton e Obama, hanno perso e sono ormai sacrificabili anche per i loro amici che erano assidui frequentatori della villa – degli oscuri segreti – di Epstein a Palm Beach. Insomma corruzione contro corruzione, di fronte all’intero pianeta.

Tuttavia, parrebbe che per Trump il danno sia già stato fatto: secondo un sondaggio CBS News/YouGov, svolto nei giorni scorsi, il tasso di approvazione degli elettori sotto i 30 anni è crollato e il 66% disapprova l’operato del presidente, mentre tra l’elettorato generale la disapprovazione è del 55%. Inflazione, economia, politica estera, sono i punti di maggiore insoddisfazione. E,infine, solo lo 0,1% degli americani vorrebbe la pubblicazione delle liste Epstein. Insomma, per il popolo, Donald Trump l’ha combinata grossa.

Quindi, il fatto che adesso tentino di cacciar via Zelensky con l’argomento della corruzione, che riguarda tra l’altro molti parlamentari americani ed europei, remunerati per sostenere la causa della guerra, è davvero un paradosso. Tanto più che la cosa era nota da tempo, anzi fin dai giorni della rivoluzione di Maidan.

Insomma, si scende sempre più in basso e ormai si comincia a scorgere il fondo, mentre a Mosca si godono lo spettacolo.

Isernia, 27 luglio 2025

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