
Non c’è che dire, questo è davvero un momento molto difficile. Lo psicodramma è iniziato, Donald Trump ha posto dazi sulle merci di tutto il mondo. La storia accelera in maniera sorprendente, grande è la confusione sotto il cielo. Le borse tracollano, i commerci sono fermi, il futuro è decisamente molto incerto. Le mosse di Trump hanno spiazzato il mondo.
La realtà brutale dell’espansionismo di Putin e dell’isolazionismo di Trump, due strumenti diversi dello stesso imperialismo, sono all’origine della grande preoccupazione nel resto del mondo.
La risposta a Putin la conosciamo: una guerra sanguinosa che dura da più di tre anni e che le smargiassate pacifiste di Trump non sono ancora riuscite a fermare, come sta accadendo a Gaza, dove l’ineffabile Netanyahu persevera nel suo linguaggio di morte.
La risposta del resto del mondo a Trump non la conosciamo ancora. Si parla, vagamente, di trattative ed eventualmente, di ritorsioni. Le trattative non servono a nulla. Le ritorsioni possono fare male. Occorre decidersi se gli Stati Uniti sono ancora un amico e un alleato, oppure no.
Certo, fa strano che Trump abbia applicato l’aumento dei dazi a tutto il mondo tranne che alla Russia, alla Bielorussia, a Cuba e alla Corea del Nord.
L’impotenza europea è palese. Occorre porvi rimedio. Decenni di pacifismo protetto dagli Americani hanno addormentato l’Europa. Forse è il caso che l’Europa si svegli e ragioni. Stupisce che vi siano opposizioni a questa presa d’atto che è necessaria. La sicurezza europea sta diventando un bene primario. Come provvedervi è tutto da fare.
La confusione esistente nel linguaggio tra esercito comune, rafforzamento degli eserciti europei, coordinamento NATO dei Paesi dell’Unione, è la riprova che le idee non sono ancora chiare. Un esercito comune abbisogna almeno di cinque o sei anni, dicono gli esperti militari. Occorrono un Ministro della Difesa europeo, uno Stato Maggiore generale europeo, una politica estera europea. Tutte cose che si potevano fare da parecchio tempo, ma che nessuno ha voluto. Ora, non si può improvvisare. Non si può difendere nessuno con un esercito comune ancora da inventare.
Rafforzare gli eserciti europei esistenti, invece, è possibile, ma è essenziale un coordinamento logistico e strategico comune che manca. Forse è più facile farlo fra i Paesi europei interessati, in ambito NATO. È in questa direzione che bisognerebbe puntare.
Le opposizioni invocano la sanità, l’istruzione, il riassetto idrogeologico e l’innovazione come beni altrettanto primari. Il welfare è in discussione, ma il welfare è anche sicurezza.
Le opposizioni, allo stesso tempo, lamentano che non vi siano ancora risposte adeguate. Che fa il governo? Il governo, un qualsiasi governo europeo, da solo, non può fare nulla. A parte il fatto che la politica tariffaria è di esclusiva competenza comunitaria (e quindi i vari singoli governi, da questo punto di vista, non hanno alcun potere), solo una risposta coordinata europea può avere l’efficacia necessaria. Trattiamo, ma su che? L’UE attuale, fragile e incompiuta, può sopravvivere solo se ripensata radicalmente come spazio politico comune, capace di unire visione e responsabilità.
Spuntare una qualche riduzione dei dazi su quei prodotti che maggiormente ci interessano non cambierebbe di molto la situazione. Gli Stati Uniti hanno imposto dazi anche ai pinguini, oltre che ai Paesi più poveri della Terra, manifestando un’ignoranza non nuova. Figurarsi se cederebbero nei confronti di Paesi più ricchi.
C’è una guerra tariffaria in corso, forse addirittura più pesante di quelle tradizionali. In un’economia di guerra tutto deve essere destinato a risolvere il conflitto, bene o male che sia. La politica della forza esige risposte adeguate, non convenevoli o lo sventolio di bandiere pacifiste.
Lo scontro che si sta profilando, in realtà, è tra due concezioni diametralmente opposte: autocrazia contro democrazia. Il liberalismo europeo, benché non più faro, rappresenta ancora un barlume di civiltà politica ed economica che deve essere difeso. Ora è come se i nodi stiano venendo al pettine, e quando questo succede è doloroso districarli; e forte è il rischio che si spezzino. Il problema è che non c’è un’Autorità super partes, un grande Arbitro che possa dirimere le controversie e presiedere le trattative nel nome degli interessi generali: l’Onu non è in grado di farlo, altre autorità sovraordinate non esistono.
È con malinconia che in Italia un’opposizione divisa cerchi di dibattersi in giochetti elettorali, come se la conquista di qualche seggio nelle competizioni regionali possa essere significativa per i destini del mondo occidentale. Non si ha la percezione delle difficoltà del momento.
L’opposizione invoca un’azione di governo che non può non essere coordinata a livello europeo con gli altri membri dell’Unione. Allo stesso tempo, però, l’opposizione contrasta e si oppone alle misure che potrebbero venirne fuori. Così, non si va da nessuna parte. Nella carenza di proposte valide e nel rifiuto di qualunque rischio, essa punta contemporaneamente sul rosso e sul nero.
Intanto, miliardi di dollari, e di altre valute, vanno in fumo nelle borse di tutto il mondo. Non si tratta solo di multinazionali, ma anche di piccoli risparmiatori. Tutto ciò, a beneficio di chi? Quante strade, riassetti del territorio, quanti ospedali, quante ricerche ed esplorazioni spaziali, quanti investimenti si sarebbero potuti fare?
Nessuno vuole la guerra anche se, al momento, ce ne sono più di sessanta che da anni devastano le varie parti del mondo. Una cecità collettiva non ne intravede, come nei conflitti in corso, dall’Ucraina a Gaza, gli aspetti della degenerazione del capitalismo. Al di là delle furbesche manipolazioni finanziarie e speculazioni sui mercati finanziari e su quelli valutari, oggi bisogna prendere atto che il capitalismo è in profonda crisi e vorrebbe continuare a mantenere il potere con governi autoritari ed oppressivi della libertà, con guerre localizzate a tempo indeterminato. Un mostro, il capitalismo, che quando smette di crescere, per continuare a svilupparsi ha bisogno perfino delle guerre.
Bisogna ricordare, come scrisse Bertrand Russell, che “l’orgoglio del potere è una follia da scolaretti”. Una follia che finisce per far pagare sempre un prezzo incommensurabile all’umanità. Siamo in balia degli uomini avidi, dei rapporti di forza, del potere dei media e della stupidità degli attori. La risposta politica seria non è il balbettio dettato dalle logiche del capitalismo, bensì quella per una democrazia economica. E’ questa la via maestra da seguire per la nuova rivoluzione democratica di un socialismo liberale, per uno sviluppo in armonia senza conflitti. L’UE attuale, fragile e incompiuta, può sopravvivere solo se ripensata radicalmente come spazio politico comune, capace di unire visione e responsabilità.
La Russia è un avversario, non un nemico. Anche gli Stati Uniti sono ora (ma lo erano anche prima?) un avversario. Tra avversari si compete, come è normale, ma con mezzi pari.
Tornando a casa nostra, mai come in questo caso, non ci aspettiamo nulla dalla Meloni; può fare la sua parte con più o meno efficacia e dignità, prendere le misure, barcamenarsi, esortare ai negoziati, ma i suoi margini d’azione sono assai stretti e le sue prospettive d’incidenza internazionale sono davvero minime. Risvegliare l’Italia e risvegliare l’Europa sono sfide grandi, epocali. Vincerle richiede razionalità e sentimento, cuore e critica, pragmatismo, visione, determinazione e capacità. A Meloni vengono addebitate essenzialmente tre cose: una è il “non essersi fatta trovare pronta” di fronte a una tempesta prevedibile; un’altra è la tendenza dichiarata a minimizzare; l’ultima e più grave: il non schierarsi risolutamente con l’Europa contro il bieco Trump.
A essere “pronta”, cioè rapida e provveduta, avrebbe dovuto essere casomai la UE, ma si sa che questo sarebbe chiedere troppo. Anche la “minimizzazione” come capo d’accusa ha poco fondamento. Forse la premier esagera quando sostiene che il panico fa più danno dei dazi, ma certo ne fa e anche parecchio. L’ultimo addebito, cioè la sua ambiguità, invece non è privo di fondamento; Meloni si tiene davvero in equilibrio tra le due sponde dell’oceano. Però, è proprio grazie a questa postazione che, nel prossimo incontro con Trump, può sperare di farcela. La sfida è rischiosa, ma la premier non poteva che accettarla. Se ci riuscirà, glielo auguro ma non ne sono convinto, quella posizione “di ponte” sarà esaltata da tutti. In caso contrario sarà una pietra al collo.
La Meloni intende incontrare Trump a Washington giovedì prossimo, 17 aprile, e nella settimana di Pasqua potrebbe ricevere il Vice Presidente Vance in visita turistica in Italia.
Ad ogni buon conto, sono due errori per chi si proclama patriota, italiana doc, europea convinta e nazionalista da sempre.
Genuflettersi davanti al satrapo nordamericano, nella fila dei postulanti, se non si riveste una carica nella Commissione dell’UE (a cui soltanto spetta la trattativa e in particolare al commissario al Commercio Sefcovic) e quindi, come nella fattispecie, senza un ruolo diplomatico ufficiale, è inutile e mortificante. Se tornerà a mani del tutto vuote perderà moltissime posizioni in Europa e il peso contrattuale dell’Italia nelle scelte che dividono l’Europa diminuirebbe vertiginosamente.
Vance, invece, per le sue dichiarazioni di disprezzo, non certo amichevoli, nei confronti dell’UE e sulle sue Istituzioni, dovrebbe essere considerato persona non gradita. Può anche venire a vedere il Colosseo, ma non andrebbe ricevuto a Palazzo Chigi.
Però, in fondo, si sa che puoi guidare l’Italia solo se a tua volta ti fai guidare.
Isernia, 8 aprile 2025