
UN FRATE PERICOLOSO
La libertade, quando sia ociosa,
è frustatoria e vana.
(Giordano Bruno)
Filippo del casato dei Bruni nacque a Nola nel 1548. Entrò quindicenne nel convento dei Domenicani a Napoli. Presi gli ordini col nome di Giordano, e datosi agli studi di Teologia, fu presto persuaso della fragilità delle teorie da lungo tempo trionfanti. Non fece mistero delle sue perplessità e cadde in sospetto di eresia. Depose l’abito talare e peregrinò per l’Europa. Fu dapprima a Roma, e quindi a Ginevra dove aderì al Calvinismo. Si recò poi in molte località, in Francia, in Inghilterra, insegnando a Oxford, a Praga e da ultimo a Venezia, da cui fu tradotto a Roma.
Diede alle stampe numerose opere che lucidamente rispecchiavano il suo pensiero. Tra le tante : Cena de le Ceneri ; De la causa principio et uno (il suo capolavoro che si apre con pagine di alta poesia); Spaccio de la bestia trionfante; De gli eroici furori (il testo nel quale forse meglio si coglie l’appassionata validità delle sue idee). A Francoforte pubblicò diversi poemi in latino. È autore di una commedia, il Candelaio, che precorse la moderna drammaturgia. Ma non intendo qui elencare le sue vaste opere, né tantomeno dilungarmi. Ritengo di aver, almeno in parte, dato il mio modesto contributo in passato, sempre in occasione dell’annuale celebrazione in memoria di Giordano Bruno, mettendo in evidenza la sua figura rappresentativa. Mi riservo semmai, per la prossima volta, di svolgere un approfondimento sull’attualità culturale del suo pensiero.
In poche righe, di certo, non è possibile riassumere il suo articolato pensiero che si basa su due poli, a suo avviso conciliabili della mens super omnia, oggetto di fede, e della mens insita omnibus, aperta all’indagine della ragione. Bruno disattese la concezione aristotelica del cosmo chiuso e fu sostenitore di quella copernicana degli infiniti mondi ed infiniti sistemi.
Nelle sue pagine si coglie, sopra ogni altra cosa, un’ansia irrefrenabile di libertà. La magia, gli incanti, i sortilegi, l’arte della memoria, il furore, la passione di Bruno, ben ci rappresentano tutto il fascino di un personaggio che è grande indipendentemente dalla morte per consunzione dalle fiamme.
Bruno, forse, non ha mai creduto di poter mutare i destini del mondo e di rendere l’umanità più civile, più disposta al dialogo, più aperta verso tutte le idee e conoscenze. Ma certamente ebbe tutta la consapevolezza di agire affinché i tempi mutassero verso un’effettiva epoca di tolleranza.
Probabilmente, molto avrà influito nel suo girovagare l’irruzione di tutti quei grandi personaggi con cui il frate ha parlato, discusso, agito, amato, litigato, costruito e sognato. Ecco Elisabetta I d’Inghilterra, ecco Shakespeare, ecco Enrico III di Navarra, ecco l’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, ecco le potenti ombre di Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, ispiratori della visione cosmica del filosofo. E, poi, anche gli sbeffeggiati “pedanti”, gli accademici, tanto detestati dal sanguigno sapiente di Nola. Un intenso cavalcare, quello di Bruno, in un’epoca di malie dove tutto era possibile, come l’amicizia tra un ex frate senza denari con la regina più importante d’Europa, per terminare drasticamente la corsa dinanzi a un tribunale che gli commina una condanna al rogo per motivi esclusivamente metafisici.
E per godersi questo viaggio in un altro mondo, in compagnia di Bruno, occorre aprire le porte dell’immaginazione e lasciarsi trasportare in Campo de’ Fiori, a Roma, in quel triste 17 febbraio del 1600 e vedere il suo corpo ardere.
La sentenza capitale era stata pronunciata nei suoi confronti al termine di un lungo processo che lo aveva visto ribattere con fermezza tutte le accuse mossegli con spirito persecutorio, particolarmente dal cardinale Bellarmino, un gesuita soprannominato “il martello degli eretici”. L’intera vicenda si era svolta all’insegna di una ben studiata regia, perché l’Autorità giudicante vi aveva colto l’estremo tentativo di riaffermare solennemente il fondamento di concezioni assolutistiche ormai vacillanti.
Alle udienze che si tenevano nel palazzo della Minerva venivano ammessi, col rispetto di un severo e fastoso protocollo, ambasciatori, personaggi altolocati, dame dell’aristocrazia.
Con grande spettacolarità fu organizzato il macabro rito della esecuzione, avvenuta in una piazza affollata fino all’inverosimile: naturalmente i posti che permettevano la migliore visuale erano riservati agli invitati più illustri, mentre per ogni dove si accalcava la plebe chiassosa e irriverente.
Era un anno giubilare, l’anno 1600, e il pontefice decise di includere l’esecuzione di Bruno tra le cerimonie ufficiali del giubileo, la più significativa, anzi,
la più solenne. Si compiacque assistervi di persona, così come un tempo gli imperatori romani si compiacevano di assistere al supplizio dei cristiani bruciati nei
propri giardini. Questi, circondati dai pretoriani, tra suoni e canti bacchici; Clemente VIII, con alla sua destra il suo pupillo Bellarmino, circondato, invece, da oltre 50 cardinali e da tutto il fasto della Corte papale, come a un pubblico concistoro.
Un po’ distanti , tra la folla, muti e sgomenti, assistiamo anche noi all’evento.
Il condannato viene fatto salire sul palco con la veste dell’eretico, un logoro saio sul quale campeggiano due croci scarlatte; rimane sereno, e quasi sprezzante, mentre di lì a poco le fiamme ne avrebbero divorato il corpo.
L’uomo vestito di nero si agita all’interno della coltre di fumo che il rogo sprigiona. Quando le prime fiamme, salite in alto, cominciano a lambire le sue carni, proffertogli un crocifisso perché lo baciasse tira indietro il capo e cerca di gridare, ma dalla sua bocca non esce nessun suono. Non può emettere neppure il più piccolo grido perché la sua bocca e la sua lingua sono trattenuti da un bavaglio di cuoio, detto “mordacchia”. Poi la testa torna in posizione normale e due occhi ardenti guardano fisso davanti a loro. Sono colmi di una malinconia struggente.
Ch’io cadrò morto a terra, ben m’accorgo;
ma qual vita pareggia al morir mio?
(Giordano Bruno, De gli eroici furori)
Altrove, a distanza di ventuno anni, un altro uomo è pieno di sudore. Si agita nella notte, si muove e rantola leggermente, come se soffrisse d’asma. Le vesti gli si sono incollate e lo legano quasi come un sudario. Freme perché quelle pupille tristi di prima, del piccolo frate di Nola, stanno fissando proprio lui, e continuano a porre sempre la stessa muta domanda : “perché?”
“Perché dovevi morire, eri troppo pericoloso, lo vuoi finalmente comprendere e lasciarmi in pace?” Urla con tutto il fiato la persona sudata, balzando a sedere sul letto.
È una notte del 17 febbraio 1621 e da ventuno anni il cardinale Roberto Bellarmino, per tutti in odore di santità, fa sempre lo stesso sogno.
Nella sua stanza irrompe una perpetua ancora con gli abiti da letto. Ha in mano una caraffa d’acqua e una scatolina con delle pillole. “Buono, buono eminenza” gli dice, “ecco, bevete e prendete la compressa del reverendo Cristofani.”
Il prelato, con un volto da vecchio millenario, afferra rapidamente quanto gli
viene porto e beve avidamente.
“È sempre lui, come sempre! ” Strilla ancora.
“Lo so, lo so”, lo consola la donna.
“E non dice mai niente, quell’eretico, mi guarda da quel rogo e basta, ma perché mi ossessiona? E perché proprio lui? In fondo ho fatto condannare centinaia di persone e ho decretato la prigione di Tommaso Campanella e la tortura per Galileo Galilei, perché solo costui mi ossessiona?”
“Eminenza non lo so.”
“Vedi, nessuno lo sa il perché. Ho scritto anche al Santo Padre e lui mi ha detto soltanto di stare calmo, di pregare, di raccomandarmi al Signore. E che consigli sono questi?” E mentre dice queste ultime cose si alza in piedi e prende per le mani la donna, come a chiederle un impossibile conforto. Intanto sono entrati nella stanza, nel palazzo di Montepulciano, altri due servi e anch’essi si prodigano a tranquillizzarlo, mentre il cardinale continua a gridare: “ma perché proprio tu seguiti a venirmi nel sonno? Perché non taci in mezzo alle tue fiamme?”
La notte continua il suo corso, i contadini stanno per muoversi nei campi, i preti stanno aprendo le chiese e Roberto Bellarmino sta riprendendo sonno, ma in quel preciso istante, nella sua memoria tormentata, ancora una volta la figura del piccolo frate riappare dalle fiamme e ricomincia a fissarlo con i suoi occhi struggenti e a porgli la stessa domanda silenziosa : “Perché?”
Ancora un grido nel buio e ancora la stessa scena. Come sempre.
Soltanto che questa volta l’alto prelato, giudice di mille processi, sta chiedendo qualcosa nel cuor suo, una muta preghiera, a quell’uomo scuro che tanto lo tormenta : “Ti prego, lasciami andare.”
Ma quel frate pericoloso, vittima sacrificale della politica oscurantista e reazionaria della Chiesa cattolica e del papato, morto sul rogo da 21 anni, non può proprio far nulla. Anche se quel cardinale morirà da lì a poco.
E così termina anche la mia narrazione. Ma soltanto le pagine e nulla più.