Pulizia etnica “con guanti bianchi” a Gaza

Netanyahu è felice: Trump ha deciso di deportare i palestinesi. Il cessate il fuoco tra Israele e Hamas potrebbe non essere molto duraturo. L’accordo di Benjamin Netanyahu di ritirare le unità dell’Israel Defense Forces (IDF) dall’enclave palestinese, incluso lo strategico Philadelphi Corridor, non appare così arrendevole come sembrava all’inizio. Per il governo di Israele, la cosa più importante a questo punto è risolvere la questione degli ostaggi. Ciò allevierà una notevole tensione nella società israeliana e consentirà un cambio di strategia a Gaza. Riorganizzarsi e ricominciare. In seguito, dopo la fine della guerra, Israele agirà in pieno coordinamento con l’amministrazione di Donald Trump.

L’apice del corso pro-israeliano è la proposta di Donald Trump di trasferire i palestinesi dalla Striscia di Gaza. Il 4 febbraio, dopo i colloqui con il primo ministro israeliano, il leader americano ha annunciato i piani di Washington per un accordo in Medio Oriente. Questi piani ricordano di più il Generalplan Ost (GPO), Piano generale per l’Oriente, un progetto della Germania nazista, sviluppato soprattutto durante la prima fase della seconda guerra mondiale, anni 40, che prevedeva un completo sovvertimento della situazione politica, economica, sociale ed etnografica delle regioni dell’Europa orientale, in particolare Polonia, Bielorussia, Lituania, Lettonia, Estonia, Ucraina e Russia europea. Secondo i progetti di Adolf Hitler e dei suoi più stretti collaboratori, le popolazioni slave e baltiche autoctone, decine di milioni di persone, avrebbero dovuto essere sterminate o deportate oltre gli Urali, mentre i territori sarebbero stati messi a disposizione dei coloni tedeschi, che avrebbero ripopolato e dominato economicamente e culturalmente le regioni dell’est. Nihil sub sole novum!

In primo luogo, viene annunciato il controllo diretto americano sull’enclave palestinese, ovvero l’occupazione: “Ne saremo proprietari e saremo responsabili della rimozione di tutte le bombe inesplose pericolose e di altre armi nella zona, livellando il terreno e sbarazzandoci degli edifici distrutti e avviando uno sviluppo economico che fornirà posti di lavoro e alloggi illimitati per la gente della zona“, ha affermato Trump.

In secondo luogo, la popolazione indigena, ovvero i palestinesi, sarebbe costretta ad abbandonare la propria patria e a trasferirsi nei paesi vicini . “L’unica ragione per cui i palestinesi vogliono tornare a Gaza è perché non hanno alternative. È letteralmente un cantiere di demolizione, quasi tutti gli edifici sono distrutti… Invece, possono stabilirsi in una bella area sicura con alloggi prefabbricati e vivere le loro vite in pace e armonia, invece di tornare indietro e rivivere tutto questo“, ha detto con sicurezza il presidente degli Stati Uniti. Trump promette di trasformare Gaza in una “Riviera mediorientale” dove vivranno persone di nazionalità diverse. Ma a quanto pare non sarà più araba.

La deportazione di due milioni di persone, presumibilmente in Egitto e Giordania, sarebbe uno degli esempi più eclatanti di pulizia etnica del ventunesimo secolo. Ci vorrebbe una nuova guerra per attuare questo piano. La determinazione di Trump indica che Washington darà il permesso all’esercito israeliano per commettere qualsiasi crimine per raggiungere i suoi obiettivi. Gli americani di Trump non organizzeranno più “corridoi umanitari” e “porti temporanei” per consegnare aiuti umanitari, come hanno fatto durante la presidenza infelice di Biden. Saranno direttamente coinvolti nell’operazione militare israeliana e garantiranno un blocco totale dell’area isolata.

Oltre all’occupazione dell’area, bisognerà trovare un posto dove ospitare i palestinesi espulsi. Secondo i principali media occidentali, la Casa Bianca farà pressione sul Cairo e su Amman affinché accettino di accogliere i rifugiati. Né Abdul-Fattah Al-Sisi, né Re Abdullah II, vogliono essere coinvolti in una questione tossica come la pulizia etnica a Gaza. Tuttavia, gli Stati Uniti vogliono mettere a tacere il caso nel solito modo: o agisci a modo nostro o perdi il tuo status privilegiato. Per Egitto e Giordania, queste non sono solo parole. I loro interi eserciti dipendono totalmente dagli aiuti americani. Le conseguenze di interromperli sarebbero devastanti.

Per questo motivo, il 31 gennaio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ben consapevole di possedere una formidabile arma di ricatto, aveva ribadito l’idea che gli abitanti di Gaza debbano essere reinsediati in Egitto e Giordania, nonostante il rifiuto dei due Paesi di ospitare i palestinesi della Striscia. “Lo faranno. Lo faranno. Lo faranno, okay? Noi facciamo molto per loro e loro lo faranno“, aveva ripetutamente detto Trump quando gli era stata chiesta la proposta durante un’intervista nello Studio Ovale.

Nel 2023, egiziani e giordani erano tra i primi 5 destinatari di aiuti militari, e di altro tipo, dagli Stati Uniti. Fonti attendibili rivelano che l’Egitto ha ricevuto 1,5 miliardi di dollari, la Giordania 1,68 miliardi di dollari. Le entrate regolari in contanti dall’America sono importanti non solo per i bilanci dei Paesi del Medio Oriente, ma anche una specie di tangente per le élite politiche locali. Un pagamento per la lealtà. Un tempo, la leadership egiziana era in realtà comprata da Washington. Grandi tranche finanziarie al Cairo erano state stipulate dagli accordi di Camp David. Le malelingue dicono che questo denaro è una mangiatoia per i generali egiziani. Perdere tutto è molto reale: Donald Trump ha già dimostrato di essere capace dei passi più radicali.

L’iniziativa del leader americano, nonostante la sua eccentricità e scandalosità, potrebbe ben realizzarsi. La storia, anche quella relativamente recente, conosce molte pulizie etniche, a volte piuttosto “civilizzate”. Ad esempio, lo scambio di popolazione tra Grecia e Turchia negli anni ’20 o tra Polonia e Unione Sovietica negli anni ’40. Di norma, tali eventi sono il risultato di sanguinose catastrofi, che si tratti della guerra greco-turca o della seconda guerra mondiale. In questo caso, l’espulsione “volontaria e forzata” dei palestinesi potrebbe essere l’accordo finale dell’operazione di Israele contro Hamas.

Non solo gli arabi, ovviamente, ma anche molti Paesi europei, benché alleati degli Stati Uniti, hanno ritenuto inaccettabile l’iniziativa della Casa Bianca. Il ministro degli Esteri tedesco Annalena Berbock ha affermato: “Espellere i civili palestinesi da Gaza non sarebbe solo inaccettabile e contrario al diritto internazionale. Porterebbe anche a nuove sofferenze e nuovo odio“. Ma ascoltare i partner della NATO non è certamente qualcosa che Donald Trump intende fare.

Dal suo canto, anche la Von der leyen, che da sempre sostiene Israele, preferisce non ascoltare le voci del dissenso provenienti dalla maggioranza del popolo europeo – che dovrebbe rappresentare – e tace (qui tacet, consentire videtur). Si vede in von der Leyen e nella sua Commissione “assenza di leadership”. Così riferiscono fonti parlamentari. Non proprio una figura delle migliori per chi vorrebbe un ruolo di peso nel mondo e una politica estera europea.

Alla fine la Commissione europea, costretta a intervenire, impiega qualcosa come 36 ore per commentare le uscite di Trump. E’ Anouar El Anouni, portavoce di Kaja Kallas, l’Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue, a chiarire la linea e rispondere alle provocazioni di Donald Trump: “L’Ue sostiene pienamente la soluzione dei due stati, che riteniamo sia l’unico modo per raggiungere una pace sostenibile sia per gli israeliani che per i palestinesi”, riferisce il portavoce di Kaja Kallas (in questo caso muta come la Ursula). Ma infine cosa si pretende: nessun Paese europeo, essendo sudditi chi più chi meno, è in grado di influenzare la situazione.

Solo gli Stati Uniti decideranno il futuro della Palestina. E queste bieche decisioni sono spaventose nella loro rigidità e cinismo.

Isernia, 6 febbraio 2025

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