
E così, come da copione, Israele ha reagito. Cento aviogetti hanno prima
bombardato la Siria e l’Iraq, colpendo i depositi militari degli Hezbollah; poi, sono passati
sull’Iran, anche qui colpendo solo le basi militari. Gli impianti petroliferi e quelli nucleari
sono stati esclusi. I rischi erano troppo grossi per il mercato petrolifero e per gli effetti della
radioattività.
Non è stato un massacro, solo danni materiali. L’operazione, attentamente studiata
proprio per collocarsi simbolicamente dopo il vertice annuale BRICS, tenutosi a Kazan , in
Russia, dal 22 al 24 ottobre, e concretamente qualche settimana prima delle elezioni
americane, è stata stroncata dalle difese iraniane che dispongono di sistemi d’arma
antiaerei a lungo raggio, di fabbricazione russa, S-300 e S-400, oltre che di una serie di
armamenti sviluppati da Teheran. L’Iran ha così dimostrato di possedere buone capacità
difensive.
Ovviamente, sia Biden che Kamala Harris, due menti brillanti sulle quali fare
affidamento, erano a conoscenza dei particolari dell’attacco e probabilmente hanno
concordato con Israele i tempi e i modi. La loro complicità è evidente, ma spaventa
sempre meno. Nonostante un gigantesco invio di armi e un’assistenza finanziaria
altrettanto cospicua al governo di Tel Aviv, in un anno di conflitto Israele non è riuscita ad
ottenere significativi risultati concreti, se non le stragi di civili, di donne e bambini.
Ora Khamenei minaccia ritorsioni, logicamente, ma si ha la sensazione che il gioco
del rimpiattino è finito.
Ad ogni buon conto, bisogna oggettivamente considerare che il prestigio iraniano è
un po’ sceso in basso. Con gli Hezbollah sotto attacco e gli Houthi bombardati, le lunghe
braccia sciite di Teheran nella regione si sono un po’ accorciate.
Il cuore stesso del regime degli ayatollah è stato colpito. Non ci saranno riflessi
interni, perché il regime è solido, ma la situazione è cambiata di nuovo nel mutevole
quadro mediorientale.
Siria e Iraq sono sotto il mirino turco e israeliano, per ragioni diverse. La Turchia,
dopo l’attentato alla loro Agenzia spaziale, ha fin da subito individuato il nemico, peraltro
secolare, nei Curdi, bombardando i loro insediamenti in Siria e in Iraq. Forse non saranno
stati i Curdi, ma questo è secondario. I Curdi sono una spina nel fianco di Erdogan.
Dopo la prima guerra mondiale e la sconfitta dell’Impero ottomano, i vincitori alleati
occidentali avevano previsto la creazione di uno Stato curdo nel Trattato di Sévres, in
Francia, del 1920. Una promessa che venne disattesa 3 anni dopo, quando il Trattato di
Losanna ha fissato i confini della moderna Turchia senza definire confini geopolitici per il
Kurdistan. Così i curdi sono rimasti una minoranza nei diversi Paesi in cui si sono ritrovati
a vivere.
Il sogno del Kurdistan, finora, non si è mai materializzato e la questione curda resta
sempre aperta; qualsiasi azione dei curdi per creare uno Stato indipendente è stata
sempre repressa. Lo stesso Ocalan, il capo carismatico curdo, dal fondo di un carcere
turco ha detto che bisogna farla finita e smettere di combattere. Occorre accettare la
realtà. Questo non placa, però, la reazione turca.
Intanto, Israele continua i suoi raid contro gli Hezbollah in Libano, dove però
incontra resistenza, e in Siria e in Iraq, dove esistono insediamenti hezbollah.
I governi di Beirut, di Damasco e di Baghdad sono semplicemente impotenti. Non
possono reagire in alcun modo alla violenza di una guerra che si combatte dentro i loro
territori. In realtà, non sono neppure governi, ma regimi fantoccio puntellati da sistemi
politici un po’ più forti ma lontani come la Russia, invischiata in Ucraina al punto da dover
ricorrere ai Nordcoreani, e l’Iran in stand-by dopo l’attacco aereo di Tel Aviv.
Il tutto si sta svolgendo nel silenzio assordante degli altri Paesi arabi, dall’Arabia
Saudita all’Egitto, dal Qatar alla Giordania. Stanno aspettando nuovi equilibri. Sullo
sfondo, le elezioni presidenziali americane.
La situazione smentisce chi sostiene che l’egemonia americana sia agli sgoccioli.
Che vinca Trump o la Harris, sta di fatto che la posizione americana sarà ancora
determinante, anche se con sfumature diverse.
La questione degli ostaggi è diventata secondaria. Sono solo un ostacolo alla
formazione di nuovi assetti geopolitici il cui tessuto sarà il prodotto del telaio della
Penelope americana, non certo russa o iraniana. Ma dov’è Ulisse?
Altri due commensali sono assenti dal grande gioco, la Cina e l’Europa.
La Cina ha interesse a che i suoi traffici mercantili continuino senza l’imbarazzante
presenza degli Houthi nel Mar Rosso. La nuova Via della Seta passa per il mare verso i
ricchi mercati dell’Occidente europeo. La via di terra è troppo lunga e pericolosa anche per
i nostalgici del Gran Khan.
L’Europa sembra non avere interessi in questa parte del mondo.
In realtà ne avrebbe, e molti, ma di fatto politicamente non esiste. Nel suo grande
vuoto pare che la preoccupazione prioritaria sia quella di vietare il fumo del tabacco all’aria
aperta. Una decisione fondamentale per la pace fra i popoli. Il ridicolo è un’arma
pericolosa e fatale. Ma sembra che nessuno se ne renda conto.
La nuova Commissione deve ancora partire. Stanno appena sellando i cavalli, con
gli occhi puntati solo dentro casa, e lo spettacolo non è bello (fine del diesel e di ogni altro
motore endotermico, l’elettrico che non tira, le case green, le discordie sovraniste).
Se si guarda fuori, invece, c’è un futuro difficile da preconizzare (l’era digitale,
l’intelligenza artificiale, la sicurezza militare e cibernetica, il pericolo di un dissolvimento
europeo).
I barbari, intanto, premono alle frontiere. Per barbari non intendo i poveri profughi
dalle guerre e dalla fame, ma le potenze rapaci che circondano il vecchio continente, ad
Est e ad Ovest.
A Costantinopoli ci si interrogava sul sesso degli angeli, un argomento affascinante,
senza dubbio, mentre i Turchi assediavano le mura della città.
Ma c’è intelligenza politica a Bruxelles?
Isernia, 28 ottobre 2024