COSCIENZA E RAGIONE

COSCIENZA E RAGIONE
La risposta dell’uomo ai problemi della vita è quasi sempre inadeguata, spesso superficiale, frammentaria, unilaterale, soggetta a tutte le oscillazioni e contraddizioni che provocherà in essa il cimento della vita stessa.
Di qui la necessità della riflessione filosofica.
Non ho la presunzione di affrontare questo argomento da un punto di vista “filosofico-culturale”, nel qual merito accuso carenza, ma da uomo qualunque, libero e di buoni costumi, ormai all’autunno inoltrato della vita, perché dovrei privarmi del diritto-dovere di esprimere il mio pur modesto pensiero?
I grandi scrittori, i poeti, i filosofi, hanno il dono di concretizzare idee in parole, esprimere sentimenti e stati, il più delle volte di malessere, e rendere comprensibili a noi stessi, e a milioni di altre persone, la responsabilità – ed a volte anche il peso – della quotidiana fatica del vivere. Sentimenti che tutti proviamo, ma che non abbiamo la capacità di organizzare in parole o scritti governati da logica coerenza. Ci piacciono perché ci riconosciamo nei loro dire, ci piacciono perché avremmo voluto essere noi stessi a dire quanto da loro detto o scritto…, che ci vuole…, è così semplice…; ma è proprio nell’apparente semplicità, del fluire piacevole e del termine preciso, anche se talvolta duro e tagliente, che si manifesta la capacità, l’Arte.
La “Coscienza”, dopo la formulazione dell’imperativo socratico “Conosci te stesso”,
è divenuta il problema centrale della filosofia ed anche l’imprescindibile filo conduttore del percorso che, ben lungi dall’essere completato, l’Uomo affronta quotidianamente nel suo cammino della vita.
A questo punto, tenuto conto della mia età purtroppo non più giovanile e cercando di vedere con “occhi antichi”, ho compiuto una modesta ricerca sull’evolversi nel corso del tempo del pensiero su Coscienza e Ragione. Ho così scoperto che quello che mi accingevo a scrivere aveva la presunzione di trattare un argomento di tale complessità da far sì che, oggi come ieri da secoli, i più grandi pensatori della storia dell’Umanità vi abbiano dedicato gran parte delle loro risorse intellettuali.
Ho quindi sommessamente iniziato ad esplorare a tal riguardo, iniziando dalla Coscienza, il pensiero di alcuni grandi del passato, che riporto in estrema sintesi.
Per Platone: “la Coscienza attesta la trascendenza dell’anima che sa di sapere e che conosce se stessa mediante essa stessa”.
Per Aristotele: “la Coscienza è funzione che unifica le sensazioni degli altri sensi ed è un senso interiore che avverte le percezioni come proprie”.
Per Sant’Agostino la Coscienza diviene fonte di certezza contro il dubbio accademico: “Se m’inganno, sono”; la Coscienza è autoaffermativa, ed elimina ogni dubbio scettico.
Cartesio mi piace e con lui mi è facile allineare il pensiero: “Cogito, ergo sum” (“Penso, dunque sono”). È attraverso di lui che, libero da preconcetti e dogmatismi, posso tentare di seguire la mia strada accettando solo quello che condivido.
Con Kant e il suo “trascendentalismo” trova sviluppo il pensiero cartesiano. Certamente interessante, ma difficile da seguire, anche se comunque reputo che nell’immanentismo idealista kantiano la Coscienza è il pensiero che si pone a soggetto di se stesso.
Per il sublime Hegel, la Coscienza è considerata come il momento in cui il soggetto pensa di incontrare la verità fuori di sé, nell’oggetto, ossia nella Natura. La certezza sensibile è il momento in cui la Coscienza avverte come reale quello che può conoscere attraverso i sensi.
I “materialisti”, poi, con il loro definire la Coscienza come il risultato meccanico dei processi fisici e chimici delle cellule cerebrali, non li ho nemmeno presi in considerazione. Ventisei anni fa il neuroscienziato Christof Koch aveva scommesso, con il filosofo David Chalmers, che entro il 2023 si sarebbe scoperto come i neuroni producono la coscienza. Il 23 giugno scorso, in occasione della riunione annuale dell’Associazione per lo Studio Scientifico della Coscienza alla New York University, entrambi i contendenti hanno convenuto pubblicamente che la ricerca nel campo è ben lungi dall’essere giunta a un risultato definitivo e hanno dichiarato Chalmers vincitore. Nessuno nella comunità scientifica ha avuto da obiettare. Così i prudenti filosofi, rappresentati da Chalmers, vinsero e si portarono a casa, come premio, una cassa di ottimo vino “Porto” offerta con stile da un Koch pronto a rilanciare per i prossimi 25 anni. Sapremo allora come emerge la coscienza dal cervello o sarà ancora un mistero? Più facile dire “Impossibile” che trovare una spiegazione, obietterà qualcuno. Vero, ma il fatto è che la Coscienza pare proprio refrattaria a essere ridotta a un puro prodotto della materia.
Sul piano morale la Coscienza può essere considerata in rapporto ai valori di bene e di male, come potere proprio dello spirito umano di avvertirli e di esprimere un giudizio su azioni determinate in ordine ad essi.
Sul piano psicologico Sigmund Freud afferma che la Coscienza sarebbe rappresentata dalla consapevolezza della somma dei processi psichici in atto in un determinato momento e che l’attività psichica dell’individuo è determinata, oltre che dalla Coscienza, da un insieme di istinti e pulsioni legati alla natura umana e alla finalità della specie (qui, Freud mi piace).
La Coscienza, possiamo dire, è una facoltà cognitiva attraverso la quale siamo in grado di percepire la nostra individualità con i suoi pensieri, ricordi, sentimenti, sensazioni e dintorni. Grazie a essa, siamo in grado di riconoscere, comprendere e giudicare la nostra esistenza e quella altrui. In sostanza, la Coscienza è l’esperienza di noi stessi e del mondo che ci circonda, è quella che ci siamo costruita crescendo e che la società in cui viviamo ha contribuito a formare. I differenti tipi di società creano differenti tipi di Coscienza. Gradualmente, via via che ci sviluppiamo in contesti diversi, le nostre esperienze e comprensioni degli altri e di noi stessi cambiano.
Questi cambiamenti portano alla comparsa di diversi tipi di Coscienza che ci aiutano a connetterci con ciò che sta accadendo nella realtà, sia interna che esterna, dandoci la consapevolezza di noi stessi in un determinato contesto. Tramite la Coscienza, quindi, possiamo determinare cosa è buono o meno per noi, permettendoci di dirigere il nostro progetto di vita.
L’essere umano ha diversi tipi di Coscienza. Tra questi:
– La Coscienza individuale, che promuove il riconoscimento di sé,cioè essere una persona particolare e diversa dagli altri.
– La Coscienza sociale, che ci consente di riconoscere gli altri e la società in cui siamo. Grazie ad essa, siamo in grado di ragionare su ciò che è migliore o peggiore per la società e comprendere noi stessi come esseri sociali legati a una comunità che va al di là di noi.
– La Coscienza emotiva, che ci fa riconoscere le emozioni proprie ed altrui.
– La Coscienza temporale, che ci dà la consapevolezza del trascorrere del tempo e, con esso, di noi stessi, dal momento che il tempo non è soltanto qualcosa in cui ci muoviamo, ma è anche ciò che ci costituisce; laddove ciascuno di noi rappresenta un passato che ha cessato di esistere ed un futuro che non esiste ancora. La Coscienza del tempo è, pertanto, coscienza personale.
– La Coscienza psicologica, che ci permette di esaminare noi stessi e di riconoscere il significato delle azioni proprie e degli altri, aiutandoci a capire le intenzioni e i motivi alla base di ogni comportamento.
– La Coscienza morale, che ci fornisce la consapevolezza delle regole e degli standard morali. Ci sfida su ciò che dovremmo fare, su ciò che è giusto e sbagliato, sul bene e sul male. Grazie a essa, riusciamo a discernere tra ciò che è considerato buono, appropriato, e ciò che è considerato cattivo o sbagliato.
Certo, la Coscienza intesa come mondo a sé risulta insufficiente ad ogni autonomia, essendo forzatamente un luogo nell’uomo, ma a lui trascendente, divino e velato, in cui si accalca un continuo insonne fluire dinamico di momenti o impressioni qualitative, di esperienza e conoscenza.
Ma ora, in modo ancor più conciso, parliamo della Ragione. Il suo uso primitivo riguardò la facoltà del conoscere, onde l’uomo che si distingue dai bruti è capace di dominare gli istinti e di autodirigersi nella luce di questo criterio comune ed universale; secondo la definizione di Aristotele, l’uomo è animale razionale.
Nel confronto con altri termini, quali l’Intelletto e l’Intelligenza, la Ragione indicò prevalentemente la cognizione discorsiva e mediata, mentre quelli indicavano la condizione intuitiva; differenza che è propria della filosofia tradizionale, riecheggiata nei tempi moderni quale facoltà di applicare l’idea dell’essere che è intuita dall’intelletto.
Ovviamente, tale concezione subordina la Ragione all’Intelletto, in quanto desume da questo i contenuti del suo discorso. Nel pensiero moderno la Ragione assume anche un valore pratico, viene cioè concepita come l’unico criterio del comportamento umano; viene intesa da Cartesio, infatti, come il concatenamento delle verità indipendenti dai sensi e la facoltà di ben discernere tra il vero ed il falso, tra il bene ed il male. La Ragione è la più alta facoltà regolatrice che detta leggi capaci di dare ordine e fini alla vita morale e sociale dell’uomo. E’ alla Ragione, nella teoria kantiana della conoscenza, che viene affidato il compito di giudice ultimo delle proprie capacità e dei propri limiti.
Non prendo in considerazione le teorie degli Empiristi, per cui si giunge a negare ogni distinzione tra uomini e bruti, concependo la Ragione solo come espressione di istinto, esperienza e abitudine.
Tempo fa, durante un convegno tenutosi a Lanciano, in Abruzzo, nel corso del mio intervento ebbi modo di dire : “La Ragione senza la coscienza non sa nemmeno se questa esista”. L’affermazione (peraltro non mia) piacque ed in seguito alcuni partecipanti vollero riprenderne la discussione.
Era certamente una frase ad effetto, ma adesso per me non più condivisibile. Molta acqua è passata sotto i ponti, non ultimo quanto sino ad ora esposto. Circa venticinque anni or sono, al tempo mi interessavo di Egitto, mi piaceva intrattenere i miei amici e conoscenti sulla vita di quello straordinario antico popolo, una delle più importanti civiltà della storia dell’umanità, durata più di tremila anni.
Anche in quelle ormai lontane circostanze, prendendo in esame il periodo storico che andava dal “Tempo delle Piramidi”, più o meno 2.400 a.C., sino al “Nuovo regno”, pressappoco 1.400 a.C., ebbi modo di considerare che “l’alba della Coscienza dell’uomo” verosimilmente traeva le sue origini in quei 1.000 anni. Adesso non mi dilungo sull’argomento, non è opportuno, mi limito solo a dire che in quei mille anni ha avuto luogo quella che io chiamo “La democratizzazione dell’aldilà”. Infatti al tempo delle piramidi, nella morte, solo il faraone si “Osirizzava”, ossia, mediante un rito che lo identificava con Osiride, acquisiva il potere divino, potendo così avere la possibilità di un’altra vita nell’aldilà. Lo stesso faraone poteva anche portarsi al seguito, ognuno a tempo debito, la ristretta cerchia della sua corte; ma per gli altri 4-5 milioni di abitanti dell’antico Egitto cosa accadeva? Nulla, morivano e basta.
Invece, mille anni dopo, in quella civiltà tutto è cambiato, e anche l’umile contadino e la sua compagna, giunti al termine del percorso terreno, hanno ora acquisito il diritto ad “Osirizzarsi” ed avere un posto nei rigogliosi giardini egizi …“dove il grano è alto sei piedi”. Il faraone ha perso parte della sua “deità”, ma, modificando Coscienza e Ragione per concedere ad ogni suddito il diritto-speranza ad avere infine una seconda vita dopo la morte, ha acquistato l’umanità.
Forse tutto ciò non è vero e studiosi in materia potranno certamente individuare in altri momenti dell’evoluzione dell’uomo la nascita della Coscienza, tuttavia a me piace attribuirla a quel periodo. Mentre, la nascita della Ragione, è certamente molto più antica.
E’ opportuno anche rispolverareil pensiero del filosofo persiano Zarathustra, vissuto nel VI secolo a.C., che condannò il politeismo e predicò l’esistenza di un Dio unico, Signore assoluto del Cielo e della Terra, esaltando la coscienza morale dell’uomo solo di fronte al suo Dio nella scelta autonoma fra bene e male, per riceverne alla fine della vita compenso o pena.
Il concetto della scintilla divina che il “Demiurgo”, Creatore non creato, ha infuso nell’uomo è piaciuto nel tempo a straordinari personaggi, tra cui cito, in particolare, il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche che sul finire del XIX secolo ha scritto il famoso romanzo allegorico “Così parlò Zarathustra”, su cui si èa sua volta ispirato il musicista Richard Strauss per comporre uno dei poemi sinfonici più noti, di egual nome.
Circa ottanta anni dopo, riprendendo in modo spettacolare e “criptico” il concetto filosofico zarathustriano di Nietzsche, impreziosendolo con le musiche monumentali di ambedue gli Strauss (Richard e Johann), il grande regista Stanley Kubrick, con il film “2001: Odissea nello spazio”, dal romanzo di pari titolo dello scrittore di fantascienza Arthur Clarke, ha dato vita ad un ulteriore capolavoro.
Penso che l’uomo nasce con la Ragione, ma non con la Coscienza. Questa, se la forma vivendo. Il problema però, se problema esiste e se ne vogliamo parlare, è che la Coscienza non è un livello da raggiungere uguale per tutti e per tutte le genti. Possiamo al massimo generalizzare parlando della Coscienza di un popolo, ma anche qui le cose si fanno difficili.
In un popolo civile è (o dovrebbe essere…) la Ragione che spinge le genti a modificare la Coscienza, sia della collettività che dei singoli; ma quale Coscienza? Quella dei popoli dell’Occidente o dell’Oriente? Di certo non è questo il momento di affrontare tale tipo di discorso, ma voglio comunque ricordare che nel corso del tempo, senza trascurare le prime grandi civiltà della storia umana e fra queste le più importanti quali quelle della Cina, dell’antica India, dei Sumeri, dei Babilonesi, degli Assiri, per non parlare degli Aztechi, dei Maya, degli Inca, il faro della conoscenza si è sempre ed imprevedibilmente spostato, per quel che ci riguarda più da vicino, da un luogo all’altro del mondo: dalla terra dei Celti all’Egitto, alla Grecia, a Roma, ed ancora all’Oriente ed all’Occidente. La crescita della conoscenza, nei secoli, ha generato nelle popolazioni forme diverse di Coscienza e Ragione che si sono modificate nel non procedere mai di pari passo: alternativamente l’una ha sempre trainato l’altra in una sorta di diagramma oscillante tra bene e male, a seconda delle ottiche. Ma quale sarà la risultante?
La comunità e il tempo in cui sono cresciuto, e dove si sono formate sia le radici della mia Coscienza che le dimensioni della mia Ragione, era una società del dopoguerra degli anni ‘40 del secolo scorso, e dove solo da poche decine di anni prima (dal 20 settembre 1870) uno “Stato Chiesa” era stato rimesso nel suo àmbito, ma dove, novella araba fenice, poco tempo dopo, dal Concordato del 1929, si era riaffermato come “Chiesa di Stato”.
Una società fatta di processioni e preghiere, di perbenismo, di delitti d’onore (prevalentemente nel sud della penisola), di timore e violenza, tanta violenza, tanto terrorismo politico ed eversivo. Era un mondo, mi riferisco segnatamente a quello della mia città, Isernia, dove sono cresciuto e diventato adulto, in cui era ancora viva la tragedia della guerra appena finita, dove la popolazione sopravvissuta ai tragici bombardamenti degli “alleati” anglo-americani, del 10 settembre 1943 (due giorni dopo l’armistizio), soffriva e piangeva per i propri morti: diverse centinaia di vittime innocenti ingiustamente dilaniate dalla furia delle incursioni aeree. A distanza di anni, sembrava che gli Isernini sentissero ancora nelle loro orecchie il boato delle esplosioni delle bombe sganciate dagli aerei militari sulla città, così come nei loro occhi erano rimaste fissate, indelebili, le scene della tragedia, delle macerie e dei corpi straziati dei loro Cari: solo scomposte ed irreali statue di cera nella polvere delle strade, degli edifici pubblici distrutti, delle chiese sventrate, delle case crollate. E di questa tragedia, dopo ottanta anni, la popolazione tutta, sia le nuove generazioni che quella degli anziani fatta di bambini sopravvissuti alla catastrofe di allora, ne rivive e custodisce il triste ricordo ancora fortemente radicato nella loro mente. Ma non voglio fare paragoni con quel tempo e la società in cui oggi vivo da “giovane vecchio”. Non è il tema di questo scritto. Piuttosto, è giunto il momento di introdurre un lieve accenno sulla Libertà come componente di variante.
Molto tempo fa sono stato in un Paese dell’Est, la Romania, da alcuni anni libero da
una spietata dittatura, esasperazione del marxismo che lo aveva governato per oltre un quarto di secolo. Gran parte della gente viveva ancora in immensi fabbricati grigi che trasmettevano un senso di tristezza, come triste era l’espressione dei volti di coloro che incontravo per strada; la maggior parte ti passava vicino e non ti guardava, forse perché privi di curiosità o forse abbassavano lo sguardo per paura che un lampo di orgoglio potesse tradirli e causare problemi non ancora dimenticati. Parevano ancora stupiti di essere liberi, tanto da non sapere quasi cosa farsene della libertà, forse per scarsa conoscenza della stessa. Nella capitale, su una collina, domina il Palazzo del Potere – originariamente Casa del Popolo – divenuto con la fine dell’era comunista sede del Parlamento e della Corte costituzionale.

Bucarest - Il Palazzo del Parlamento, opera spettacolare della progettista architetto Mira Anca Petruscu.
Simbolo della megalomania del dittatore Ceausescu, è la struttura più pesante al mondo, con una superficie di 350.000 m². Alla sua edificazione, iniziata nel 1984 e ultimata nel 1997, lavorarono circa 700 architetti e più di 20.000 operai organizzati in turni, 24 ore su 24, per cinque anni, e sembra che, dopo il Pentagono a Washington, sia uno dei fabbricati più grandi del mondo, con un volume che supera di poco, del 2%, la Piramide di Cheope. Ed è proprio su quest’ultima gigantesca opera che per me è facile far correre il pensiero. Pare, secondo le stime più accreditate degli egittologi, che per la costruzione della Piramide, con i mezzi dell’epoca, furono impiegati quasi vent’anni e circa 20-30.000 persone, ma senza turnazioni massacranti. Erodoto, il celebre storico greco del V secolo a.C., dichiara che, per costruire la grande piramide di Cheope, fossero stati necessari 100.000 persone, ma una simile quantità è indubbiamente esagerata; più probabile, che fossero richieste dalle 20.000 alle 30.000 maestranze. Già alla fine del secolo scorso erano note prove che le piramidi furono costruite da lavoratori specializzati. Nel 2002, inoltre, un’equipe dell’ Harvard University, guidata dall’archeologo Mark Lehner, scoprì, nella piana di Giza (dove si trovano la Sfinge e le piramidi di Cheope, Chefren e Micerino), i resti di una cittadina di varie migliaia di abitanti: probabilmente lavoratori specializzati temporanei, retribuiti in natura (a carne, pesce, pane e birra), la moneta non esisteva ancora, e a cui veniva offerta anche un’assistenza medica di tutto rispetto. Non credo, quindi, tenuto conto anche degli studi più recenti, che la grande piramide sia stata costruita da schiavi, come non credo alla biblica immagine del “faraone cattivo” che ancora oggi disinformati cronisti vogliono puerilmente accreditare. Ritengo, piuttosto, che lo stile di vita e le motivazioni degli antichi egizi fossero assai più articolate e complesse di quanto comunemente si creda e che in realtà la civiltà egizia fosse moderna e più simile di quanto si possa pensare, coi nostri tempi.

La Piramide di Cheope a Giza
Fra i due eventi sono trascorsi quasi 4.500 anni, ma l’analogia si ferma qui.
Ritornando ai Rumeni, quello che all’epoca del mio viaggio a Bucarest mi apparve strano, fu che, a distanza di tempo dall’essersi riappropriati della libertà, permanesse ancora nel subconscio collettivo di quel popolo quanto subliminalmente indotto dal cieco potere deposto; quasi che la gente stentasse a liberarsi dallo shock subìto e continuasse a considerare quella immensa costruzione come l’unica cosa di cui vantarsi, quando invece possedevano tanto e ben altro. Quale lungo tempo occorre ad un popolo per rinnovarsi?
Il tema della Libertà è divenuto, attraverso il cammino del pensiero, sempre più centrale nell’indagine filosofica, fino a identificarsi col problema dello spirito, dell’esistenza, dell’uomo e dello stesso essere.
Senza Libertà, Coscienza e Ragione sviluppano nell’uomo istinti ancestrali perduti nel tempo. Chi – persona o popolo – è privato del libero arbitrio, può apprendere dalla Ragione dei suoi oppressori solo desiderio di sommaria vendetta che certamente non porta a giustizia. Coloro che amano la libertà dovrebbero inseguirla per ogni dove ed in ogni attimo della vita. Ma se non la conoscono?
La Ragione non potrà mai essere intesa come del più forte e nemmeno come scelta ineluttabile,o ragion di Stato; potrà essere solo recepita come ragionamento “a-dogmatico”
costantemente espresso con l’assoluto rifiuto di ogni opinione preconcetta e pregiudizio.
In ciascuno di noi risiedono immense potenzialità, spesso inimmaginabili, di forma e di pensiero, così come in un qualsiasi blocco di marmo sono racchiusi gli infiniti capolavori che solo qualche straordinario artista può intuire e svelare; di modo che da informi massi di pietra sono potuti emergere meraviglie come il Doriforo di Policleto, la Venere di Milo di Alessandro di Antiochia, il Gruppo del Laocoonte di Agesandro, Atenodoro e Polidoro di Rodi, le Tre Grazie del Canova, il David e la Pietà di Michelangelo, il Cristo Velato di Giuseppe Sammartino, e tantissime altre splendide opere d’arte.
La magia di quella scintilla che è in noi, l’Intuizione, credo solo apparentemente casuale delle circostanze, consente all’artista di svelare e ri-velare una piccola parte di ciò che incontriamo nella nostra esistenza.
Nella mia vita, ormai, non cerco più l’appagamento che il bambino trova nel seno materno e che ottiene mediante lacrime e capricci. Per liberare la Ragione ho cercato, ed ancora tento, di liberarmi dell’infanzia. I miei ultimi trent’anni, in particolare, hanno certamente contribuito a cambiare la mia Ragione e la mia Coscienza. Mi rendo conto che tale tipo d’opera non è mai possibile considerarsi terminata. Allo stesso modo del viandante nella bruma che, svelando e ri-velando il proseguire del cammino, vede strade aprirsi in altri percorsi che, a loro volta, si perdono man mano nella nebbia, in un ciclo senza fine.
Le nostre Coscienza e Ragione dipendono, comunque, da noi stessi e sono nelle nostre mani, come quel piccolo passero di cui vi racconto la breve storiella :
“Un furbo”, con un passero tra le mani chiuse, incontra un “saggio” e gli chiede: “cosa stringo tra le mani?”

Sbuca qualche piccola piuma ed il saggio non esita a dire: “un passero”.
Il furbo, allora, ancora chiede: “E’ vivo o morto?” Pensando che, se il saggio dirà “vivo”, stringerà le dita sino ad uccidere il passero, se invece dirà “morto”, aprirà le mani e lo lascerà volare.
Ma il saggio risponde semplicemente: “Non posso sapere se è vivo o se è morto, è nelle tue mani”.
Guglielmo di Burra
Isernia, 10 settembre 2024
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