LA DEMOCRAZIA AMERICANA

L’America sta vivendo un momento senza precedenti nella storia: l’attentato a Donald Trump, il ritiro del presidente Joe Biden dalla corsa per la Casa Bianca, le tante incertezze sulla candidata o sul candidato che dovrà sostituirlo, con Kamala Harris, che sembra, per come si vuol far credere, la favorita ma con uno scenario che muta di ora in ora.

Il noto attore americano George Cloney, rilevante star di Hollywood, in una recente dichiarazione inviata alla Cnn, ha scritto: “Il presidente Biden ha dimostrato cosa sia la vera leadership. Sta salvando la democrazia ancora una volta. Siamo tutti entusiasti di fare tutto il possibile per sostenere la vicepresidente Harris nella sua storica missione“. Francamente, resto allibito per il concetto di democrazia che gli americani concepiscono.

Negli Stati Uniti d’America per concorrere al ruolo di presidente USA devi prima di tutto essere un miliardario. Poi devi avere il sostegno dei miliardari che ti finanziano la campagna elettorale. Ogni miliardario è portatore di interessi specifici il cui finanziamento dovrà poi in qualche modo essere risarcito. Gli stessi miliardari sostengono i media che devono influenzare l’elettorato.

Per concorrere al ruolo di presidente, inoltre, devi avere anche il sostegno bonario dei vip, attori, ballerine, strimpellatori, registi e pupazzi vari. Un proletario con doti di statista può solo sognare…, la “democrazia” americana non prevede per lui alcun ruolo presidenziale, si chiamasse pure Dio.

Da ultimo è scesa in campo la Kamala Harris che stando ai lib-lab ( lib(eral) “liberale” e lab(our) “laburista”) ha come principale pregio quello di essere donna(?) di origine afroindiana: che sia pure intelligente o portatrice di un modello socio-politco dignitoso è secondario. Talmente presi dalla fregola del genere sessuale e etnico i lib-lab omettono il fatto che Kamala è anche una filosofa capace di condensare la sua visione del mondo, declamando frasi come queste: “Oggi è oggi. E ieri era oggi ieri. Domani sarà oggi domani. Quindi vivi oggi in modo che il futuro di oggi diventi passato oggi, così come domani”. Stupefacenti perle di pensiero!

Ponendo l’attenzione sull’altra sponda, sappiamo che Trump ha scelto come suo vice James David Vance, 39 anni. Un uomo politico che fino a due o tre anni fa paragonava lo stesso Trump a Hitler, e lo definiva, tra le altre cose, “un maniaco sessuale”.

Ma come è possibile che Trump dimentichi queste ingiurie ancora recenti e si affidi per il ruolo di vicepresidente a un personaggio simile?

Il motivo è che, stando a ciò che leggo, Vance è l’uomo di riferimento, in politica, del miliardario Peter Thiel, considerato una delle persone più ricche del mondo secondo Forbes 400 e uno dei pochi miliardari a essersi dichiarato apertamente gay. Vance lavorava con Thiel e quest’ultimo ora gli finanzia le campagne elettorali. Thiel, di origine ebreo-tedesche, cofondatore di PayPal (società statunitense che offre servizi di pagamento digitale e di trasferimento di denaro tramite Internet), oltre che uno dei primi investitori esterni di Facebook , è un omoerotico che ha adottato col “marito” un bambino generato in laboratorio. È un acceso sostenitore di Israele.

Trump avrebbe quindi scelto J.D.Vance, nonostante le ingiurie subite da questi in passato, perché gli garantisce il sostegno economico di Thiel e degli altri plutocrati cofondatori di PayPal, come David Sacks e addirittura lo stesso Elon Musk, seconda persona più ricca del mondo (con un patrimonio stimato al febbraio 2024 in 205,2 miliardi di dollari).

Con Trump, insomma, si è già schierata molta della Silicon Valley, quella che detiene una fetta preponderante delle ricchezze di ciò che viene definito capitalismo digitale. Siamo in un’era che non ha regole e non è soggetta ad autorità. E questo clima da Far West è l’ideale per chi accumula ricchezze immense e non ne risponde in alcun modo, né in termini fiscali né in termini di responsabilità. Tra Trump e Musk, il secondo è il dominus. Un problema non da poco, per la democrazia di oggi e di domani. Nonostante Trump, per certi versi, possa meritare qualche lieve considerazione per la sua forza e per alcune sue idee, non bisogna mai dimenticare l’essenza plutocratica dell’America. Essa è l’erede dell’Inghilterra, cioè la potenza commerciale, mercantile per eccellenza. Il luogo quindi dove il denaro regna completamente incontrastato. Lo stesso Trump, non dimentichiamolo, è un ricco costruttore edile.

Negli Usa, insomma, la politica è alle complete dipendenze dell’economia e della finanza speculativa. E’ la sua ancella. Anzi la sua serva. Il ceto politico prende gli ordini da quello dei grandi mercanti. Forse, almeno per alcuni, Trump è di gran lunga il meno peggio. Ma gli Usa, regno del dio dollaro, abitato da adoratori della materia e al contempo da seguaci di tutte le forme deviate di spiritualità, non sono e non saranno mai la soluzione. Bensì il vero grande problema.

Mi domando perché sto perdendo tempo su queste scemenze americane… Forse perché più che altro il mio pensiero corre ai sopravvissuti comunisti europei e in particolare a quelli di casa nostra (quei rari che si considerano ancora tali), quelli che ieri si sono rimpinzati di Marx, Lenin e compagnia cantando e che oggi non solo non hanno più nulla da ridire sul sistema imperialista americano, ma plaudono alla demenziale democrazia di quel Paese e si felicitano per Kamala… e dicono “magari andava meglio la moglie di Obama, ma va bene lo stesso”.

Comunque vadano le cose, per le conseguenze europee, la variabile sull’esito delle elezioni americane è di fatto un falso. Che vincano i candidati democratici oppure il duo Trump- Vance, la prospettiva per l’Europa non cambia. Anzi, complici gli stessi vertici dell’Unione, vogliono eliminarla come potenziale concorrente politico-economico e ridurla allo stato di cliente da spennare restringendola in un ambito di continua insicurezza. Così, l’UE pilotata dalla Von der leyen affonda sempre più e si avvia inesorabilmente all’inabissamento.

Isernia, 23 luglio 2024

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